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Inserito il 7-10-2004  
Economia della paura
di Carlo Jean


All’inizio di agosto, il responsabile della “Homeland Security” americana – Tom Ridge – ha lanciato un allarme sul probabile attentato a centri finanziari americani e internazionali. La cosa non è nuova. Già nell’aprile scorso bin Laden aveva esortato i terroristi di al-Qaeda ad attaccare l’economia dell’Occidente, per causarle danni tali da provocare una recessione mondiale e da indurlo così a ritirarsi dall’Islam e a non sostenere più i regimi islamici moderati. Si tratterebbe di un profondo mutamento di strategia.

Finora al-Qaeda tendeva a realizzare i propri fini creando terrore con massacri di civili e colpendo obiettivi simbolici, per dimostrare la sua capacità di vincere l’Occidente. L’economia non costituiva l’obiettivo prioritario, anche se gli attentati dell’11 settembre avevano prodotto importanti effetti economici, sia diretti che indiretti.

Dei primi fanno parte i danni provocati dagli attacchi, le maggiori spese per la sicurezza e la necessità dei governi di sostenere i settori più colpiti, come il trasporto aereo, il turismo, le costruzioni aeronautiche e le assicurazioni. I secondi sono conseguenza dell’ “economia della paura”. Fondata su comportamenti cautelativi di famiglie e imprese, essa deprime consumi e investimenti. Per contrastarla, gli Usa hanno adottato politiche fortemente espansive: la Fed ha immesso sul mercato grandi quantità di moneta e ridotto i tassi; il governo americano ha tagliato le imposte; lo stesso presidente ha esortato gli americani a spendere di più.

Ma attacchi come quelli alle Torri o, due anni e mezzo dopo, a Madrid sono localizzati. Non bloccano il funzionamento dell’economia di un paese. Comportano però danni – diretti e indiretti – enormemente superiori al costo dell’organizzazione degli attentati. Si valuta che quelli alle Torri, costati ad al Qaeda meno di un milione di dollari, abbiano provocato danni diretti di quaranta miliardi di dollari e, inclusi quelli indiretti, di ben cento miliardi di dollari, pari all’uno per cento del Pil americano. Tenuto conto della globalizzazione e dell’interconnessione mondiale anche delle “economie della paura”, i danni complessivi – per effetti sia strutturali che psicologici – sono stati ancora superiori.

A tale asimmetria di costo fra attacco e difesa occorre aggiungere che la guerra al terrorismo, rispetto a quelle tradizionali, non produce particolari stimoli alla produzione di beni e servizi, se non in settori del tutto marginali. Ad esempio, la “libertà di non muoversi”, consentita dalle moderne tecnologie informatiche, ha stimolato la produzione di apparecchiature per teleconferenze; le imprese specializzate in equipaggiamenti per la difesa chimica o biologica hanno avuto importanti commesse; taluni traffici aerei sono stati sostituiti dalle ferrovie e da trasporti su strada. Ma si tratta di poca cosa, soprattutto se si considerano anche l’impatto della nuova situazione geopolitica mondiale sul prezzo del greggio e le misure protezionistiche e di controllo, adottate da tutti i paesi.

Comunque sia, qualora fosse veramente attuata, la nuova strategia di al Qaeda potrebbe avere ricadute economiche catastrofiche, con recessioni mondiali. L’economia globalizzata è sempre più efficiente, ma al tempo stesso più vulnerabile. Con l’interconnessione, la distruzione di un nodo critico amplificherebbe i suoi effetti – sia materiali, sia di panico – sull’intero sistema. I nodi sono troppi per poter essere protetti. Proteggendone uno, si rende poi più probabile l’attacco contro altri.

Attacchi a tre categorie di obiettivi potrebbero avere conseguenze particolarmente gravi. Il primo è costituito dai pozzi petroliferi, specie dell’Arabia Saudita. Una crisi degli approvvigionamenti energetici sarebbe disastrosa. Già ora, i “costi della paura” ammontano a oltre dieci dollari al barile di greggio. Il secondo è rappresentato dalle reti informatiche. I virus di nuova generazione sono sempre più insidiosi. Un collasso delle reti provocherebbe quello di molte infrastrutture critiche, dei servizi sociali e del funzionamento delle istituzioni. Il terzo obiettivo critico è costituito dagli impianti chimici e nucleari. La distruzione di uno dei più grandi avrebbe effetti simili a quelli di un’arma di distruzione di massa in un centro urbano. Oltre a causare molte vittime (negli Usa esistono circa 250 impianti, la cui distruzione provocherebbe fino a un milione di morti e feriti), essa renderebbe necessario lo sgombero di ampie regioni e danni diretti superiori al trilione di dollari. Ne conseguirebbe la crisi dell’economia americana e, quindi, di quella mondiale.

Insomma, quella contro il terrorismo si rivela essere sempre più una vera guerra. Durerà decenni e avrà pesanti impatti sull’economia. Se bin Laden adottasse la nuova strategia, i “guerrieri economici” assumerebbero maggiore importanza delle portaerei e dei carri armati.


Da Emporion nr. 43 - 8 Settembre 2004