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Inserito il 17-10-2004  
Nigeria: se il prezzo del petrolio aumenta e se ci accusano di genocidio
di Anna Bono


Nell'era della globalizzazione gli effetti di una crisi locale possono coinvolgere il mondo intero. Nei giorni scorsi il prezzo del petrolio ha superato i 50 dollari al barile anche a causa delle minacce che in Africa un piccolo, oscuro movimento armato ha lanciato contro il proprio governo.

È successo in Nigeria, nello stato del Delta del Niger.

La Nigeria occupa il 14esimo posto, tra Algeria e Kuwait, nella classifica mondiale dei paesi produttori di petrolio ed è 11esima per quanto riguarda le riserve disponibili. I suoi giacimenti, dai quali si ricavano oltre due milioni di barili di greggio al giorno, si trovano al Sud, in gran parte nella regione del Delta del Niger.

Le popolazioni che vi abitano vivono nell'esasperante consapevolezza di avere a portata di mano un tesoro di valore immenso e di coglierne a mala pena le briciole, mentre le royalties pagate al governo dalle compagnie petrolifere alle quali sono affidate le attività estrattive diventano patrimonio personale di politici corrotti. Sempre più spesso, scontento e frustrazione si traducono in atti di violenza collettivi nei quali è difficile individuare la linea che separa la delinquenza comune dalla rivendicazione politica.

Nelle scorse settimane a insorgere, reclamando l'autodeterminazione del proprio popolo e minacciando "guerra totale" allo Stato nigeriano è stata la Forza dei volontari del popolo del Delta del Niger (Ndpvf), espressione di una delle principali etnie della regione, gli Ijaw. Il portavoce del movimento, Mujahid Dokubo Asari, ha accusato in particolare Shell e Agip di "collaborazione con lo stato nigeriano in atti di genocidio" contro il proprio popolo, ha chiesto loro di sospendere la produzione e di lasciare il paese, annunciando in caso contrario attacchi contro installazioni e personale.

La minaccia è seria. La Shell ha già provveduto ad evacuare una parte dei propri dipendenti, anche se negli ultimi giorni il movimento si è detto disposto a sospendere le ostilità e a trattare con il governo. Nessuno dubita che l'Ndpvf passerà dalle parole all'azione, se lo riterrà utile alla propria causa, perché da anni, ormai, attentati, sequestri di personale, sabotaggi di impianti sono all'ordine del giorno nella regione (e sempre comportano riduzioni più o meno significative della produzione di greggio).

Inoltre, le tribù del Delta si contendono con la forza i contratti di lavoro per il personale autoctono delle compagnie petrolifere. Nell'agosto del 2003 i gravi scontri verificatisi nella città di Warri, tra gli Ijaw e la tribù rivale degli Itsekiri, determinarono centinaia di morti e feriti, migliaia di sfollati, saccheggi e incendi di negozi e di altre proprietà e la mancata estrazione di circa 22 milioni di barili di greggio, con un calo di produzione per Shell e Chevron Texaco del 40 per cento.

Come se non bastasse, a danneggiare gli impianti petroliferi, non di rado con tragiche conseguenze, si aggiungono i continui furti di carburante lungo tutta l'estensione degli oleodotti. Ne sono responsabili bande organizzate che rubano il combustibile per venderlo al mercato nero. Ma dopo di loro arrivano con secchi, latte e bottiglie gli abitanti dei villaggi situati vicino al punto in cui i trafficanti hanno aperto la falla. Uomini, donne e bambini si affollano attorno alle pozze di petrolio che fuoriesce: è allora che spesso si verifica il dramma. Basta una sigaretta accesa o la scintilla del motore di una motocicletta per provocare esplosioni con decine e a volte centinaia di morti e feriti.


Dal sito www.ragionpolitica.it