Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Europa
Commenta l'articolo
Inserito il 27-10-2004  
Un trattato senz'anima per un'Europa senza testa


La preoccupazione che sta diventando panico per le possibilità di una solenne bocciatura del nuovo trattato istituzionale europeo è il segnale più evidente della crisi dell’europeismo, o, come forse sarebbe meglio dire, degli europeismi.

Romano Prodi ha ammesso, naturalmente dandone la colpa ad altri, che l’Europa produttiva, che aveva lanciato al vertice di Lisbona la sfida all’America sulla competitività, ha miseramente fallito l’obiettivo.
Valéry Giscard d’Estaing, autore della bozza di Costituzione, ammette il deficit democratico delle procedure di decisione e propone come rimedio, un po’ incongruamente, la valorizzazione dei Parlamanti nazionali.
Per esorcizzare il rischio di bocciatura della Costituzione, Mario Monti sostiene che chi non la ratifica deve uscire dall’Unione, una minaccia che funzionerebbe in un consiglio di amministrazione, ma che è invece controproducente se rivolta agli elettori inglesi o francesi.

L’ambiguità dei due europeismi

Quella che viene al pettine è l’ambiguità mai sciolta tra due modelli di europeismo, coesistenti fin dalle origini. L’idea di un’unità dell’Europa raggiunta attraverso la convergenza pacifica è infatti l’esito di concezioni e scelte fra loro piuttosto diverse, che convergono solo parzialmente e solo su alcuni punti.

Alla base, come considerazione comune, è la consapevolezza dei disastri cui hanno portato i vari tentativi di arrivare all’unità attraverso l’egemonia di una potenza, nazionale o multinazionale.

Il tentativo absburgico di Carlo V portò alla rovinosa guerra dei trent’anni, quelli francesi, da Luigi XIV a Napoleone, a una serie quasi ininterrotta di conflitti, infine quelli tedeschi, culminati nell’aggressione nazista, alla definitiva eclissi del ruolo mondiale dell’Europa, soppiantata dalle superpotenze americana e sovietica.
Gli unici a puntare ancora a una unificazione egemonica dell’Europa erano i comunisti, che vedevano, prima della rottura tra Stalin e Tito, la potenza sovietica già insediata nel Mediterraneo, e questa fu la ragione di fondo della loro opposizione alla costruzione europea.

Rispondere a questa nuova situazione con un progetto di convergenza pacifica fu invece il tratto comune dell’ipotesi comunitaria, delineata già prima della fine del secondo conflitto mondiale nella carta di Ventotene di Altiero Spinelli, e di quella interstatale, costruita da statisti prevalentemente democristiani nell’immediato dopoguerra.

All’inizio parve che le due concezioni fossero in sostanza convergenti, rappresentando la seconda, quella interstatale, solo un passaggio intermedio indispensabile per realizzare la prima, quella comunitaria. A questo, che si dimostrò poi un equivoco, contribuirono gli atteggiamenti dei paesi sconfitti nella guerra mondiale, la Germania e l’Italia, escluse in quella fase dalle organizzazioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite.

Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi vedevano nell’accordo intereuropeo soprattutto la strada per far riottenere ai loro paesi un ruolo nel mondo, lo strumento per evitare una ripetizione della vicenda della Repubblica di Weimar, schiacciata dalle ritorsioni dei vincitori della Prima guerra mondiale.
La Francia, che rappresentava l’asse centrale della costruzione europea, allora come oggi, aveva invece due interessi diversi: aumentare il suo peso nell’arena internazionale assumendo, di fatto, la rappresentanza dei sei paesi del primo nucleo europeo e risolvere l’eterna contesa con la Germania per il controllo delle risorse allora strategiche, carbone e ferro, situate sul confine renano.

La Guerra fredda fu il fattore decisivo, imprevisto ai tempi di Ventotene, che portò alla divaricazione tra progetto comunitario e costruzione interstatale.

Nella visione originaria di Spinelli, l’Europa comunitaria coincideva con quella geografica, esclusa forse la Russia sovietica, ma almeno dal 1948 fu evidente che la cortina che divideva il continente sarebbe stata permanente e impenetrabile. In questa situazione pericolosissima (basti pensare al blocco sovietico di Berlino ovest) la questione delle alleanze militari, e quindi del rapporto con l’America, divenne determinante.

Anche sul piano della ricostruzione economica l’America, con il Piano Marshall, aveva giocato un ruolo decisivo e l’insieme di questi fattori determinò due conseguenze: il carattere occidentale dell’intesa europea e l’esigenza centrale di definire la sua struttura militare.

Questi elementi diventarono decisivi nel rendere prioritario il carattere interstatale, l’unico in cui si potessero definire alleanze politiche e militari, e nel rendere evidente la divergenza di fondo tra la Francia vincitrice e Germania e Italia sconfitte.

La bocciatura francese della Comunità europea di difesa, in cui conversero il nazionalismo gollista e l’antieuropeismo comunista, ambedue preoccupati di ogni ipotesi di riarmo tedesco, rappresentò la sintesi di questa contraddizione. La scelta di un’Europa “economica” fu la conseguenza obbligata, visto il blocco della prospettiva politico-militare.

Industria libera, agricoltura protetta

La funzione essenziale della Comunità economica fu quella di promuovere il possente sviluppo industriale, con la disponibilità delle risorse di base e l’apertura dei mercati delle merci e della finanza, e quella di realizzare un colossale ammortizzatore per il settore agricolo, che attraverso la meccanizzazione delle colture perdeva la funzione tradizionale di fondamentale contenitore di mano d’opera.
Liberismo industriale e protezionismo agricolo sono i caratteri centrali della costruzione europea, e perdurano tutt’ora, anche se la situazione è profondamente mutata, visto che oggi il contributo agricolo alla produzione europea rappresenta meno del 4 per cento e il terziario ha sopravanzato l’industria.

A questa discrasia tra l’evoluzione della struttura economica e l’organizzazione istituzionale europea, oltre che all’effetto della retorica comunitaria, si deve, almeno in parte, il processo di burocratizzazione tecnocratica del sistema europeo.

Con la caduta del muro di Berlino, la riunificazione tedesca e la dissoluzione dell’impero sovietico, si è riaperta la possibilità di dare all’Europa un contenuto politico (e quindi militare) e quindi, almeno in linea di principio, la scelta tra processo interstatale e comunitario. I confini geografici europei sono tornati quelli pensati a Ventotene, la scelta dell’economia di mercato appare ormai irreversibile, come quella della democrazia politica. L’ipotesi di un governo europeo che risponda al popolo europeo, quindi, è tornata ad apparire possibile.

Contemporaneamente, però, si sono evidenziate le differenze degli interessi nazionali rispetto a questioni decisive, da quella della politica monetaria a quelle dello scontro sulla politica internazionale dopo l’attacco del terrorismo di matrice islamica. E’ in riferimento a queste nuove condizioni che si può esaminare il percorso istituzionale europeo, dal Trattato di Maastricht, a quello di Nizza, a quello che sarà firmato a Roma fra pochi giorni.

A Maastricht si decise l’integrazione monetaria, che rappresentava lo scambio tra l’accettazione europea dell’unificazione tedesca con la cessione all’Europa intera dell’area del marco, con la sua mitica stabilità. La formula di Helmut Kohl “Germania unita in un’Europa unita” alludeva a un concetto comunitario, ma la realtà fu un accordo interstatale e monetario.

Come ogni volta che si crea uno spazio tra enunciazioni e realizzazioni, questo viene coperto dalla burocrazia, e così è stato anche in quest’occasione, con il conferimento dei poteri ceduti dagli Stati non a un organimo politico, ma a uno tecnico come la Banca centrale europea.

Il comunitarismo sghembo

Il Trattato costituzionale in discussione perpetua questa ambiguità di fondo. Inserisce, riducendo il diritto di veto dei singoli Stati, un principio comunitario, senza tener conto che questo reggerebbe solo se fosse sostenuto da una identità europea su cui misurare la volontà popolare. La scelta identitaria, che era connessa al riconoscimento delle origini giudeo-cristiane della civiltà europea, è stata rifiutata per un malinteso omaggio alla laicità delle istituzioni, che non c’entra niente.

Così il principio comunitario si esprime nella tecnocrazia, che pretende di interpretare “scientificamante” l’interesse europeo senza consultare gli Europei e considerandosi superiore ai loro governi eletti. Il risultato è un comunitarismo sghembo, rattrappito nelle tecnicalità economiche e giuridiche che, secondo Fausto Bertinotti (che per una volta ha ragione), sarebbe stato disconosciuto da Spinelli.

L’altra via, quella di una presa d’atto che l’integrazione politica è almeno prematura, e che quindi conviene accontentarsi di un’area di libero scambio molto integrata, sviluppandone i contenuti fin dov’è possibile, è stata rifiutata come rinunciataria.
Ne è uscita una chilometrica elencazione di procedure, attraverso le quali si realizza un sistema di decisioni assai macchinoso, in cui i ruoli delle diverse istituzioni coinvolte rischiano spesso di sovrapporsi o di contrapporsi.
Il testo adottato dal Consiglio europeo, se ha un pregio, ha quello di lasciare aperta la strada ad ambedue le evoluzioni possibili, se ha un difetto è quello di non operare una scelta di indirizzo fin d’ora.

L’Europa avrà un ministro degli Esteri, ma non una politica estera, se non in caso di unanimità dei 25 governi, un embrione di forza militare, ma senza una sede in cui si elabori una strategia unitaria.
Le maggioranze qualificate sono una specie di rebus aritmetico, la presenza di un presidente permanente del Consiglio europeo e di uno della Commissione sembra studiata apposta per provocare conflitti di competenza, come la funzione legislativa e di bilancio che appartiene sia al Parlamato europeo sia al consesso ministeriale.

Questo è quello che passa il convento, è poco, ma è qualcosa. Si può rifiutarlo chiedendo di meglio, ma questo è uno dei casi in cui probabilmente il meglio è nemico del bene.


Da Il Foglio del 27 Ottobre 2004