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Inserito il 7-1-2006  
Un colosso della vita, della politica, della storia
di Giuliano Ferrara


Non c’è oggi una visibile alternativa alla sua strategia, sarà dura farla senza di lui.

Il disprezzo per la salute, dalle sigarette di Golda Meir al whisky di Rabin, è una costante per generazioni di capi israeliani chiamati all’abnegazione e al coraggio fisico in uno stato-guarnigione che da oltre mezzo secolo respira tragicamente tra la vita e la morte, come il suo primo ministro dalla notte di mercoledì scorso.

La classe dirigente israeliana è solida. Ce la farà anche senza il grande obeso, quella montagna di ansia e di compassione che si eleva sopra il corpo e la mente e l’istinto di un soldato di valore e di uno statista d’eccezione, per la cui sorte trepidano le persone serie di mezzo mondo.

Ma la politica mondiale assiste spaurita a questo improvviso tramonto della forza in un uomo che con la forza aveva identificato se stesso e la volontà di un popolo in guerra per la pace e per l’esistenza.

Sollecita un freddo disgusto intellettuale e morale la piccola leggenda convenzionale e consolatoria dell’uomo che ha cambiato pelle e ha abbracciato la pace.

Sharon ha coltivato nel corso di tutta la sua vita l’ossessione della sicurezza di Israele, era se stesso quando mandava i carri armati nei villaggi palestinesi fitti di miliziani e shahid, quando costruiva la barriera che ha ridimensionato il terrorismo, quando si ritirava da Gaza.

In nome di quella sicurezza, che per Israele è dogma, vita, esistenza, identità, memoria, ha mescolato le sue mani nella pasta spugnosa e infida della politica come inimicizia, come radicalità pura, come scrupolo dell’indifferenza agli scrupoli.

Ha combinato disastri come in Libano, ha salvato il suo paese dopo averlo fondato in battaglia, ha condotto campagne memorabili, ha provocato dolore inenarrabile, speranza e gioia di vivere in egual misura. Se e quando ha esitato, non lo ha comunicato agli altri, non ha preteso scuse e non ha chiesto scusa. Non se lo è mai permesso.

Una grande e combattiva democrazia moderna, che è oggi il pegno vivente di una offensiva della libertà nell’oscurantismo fanatico arabo-islamico, riuscirà a sostituire il primo ministro nel suo ruolo, sebbene si tratti di un passaggio di fase tra i più complicati immaginabili, visto che in quel ruolo Sharon stava cambiando radicalmente e conflittualmente il paesaggio politico del suo paese.

Quanto alla grandezza e alla forza umana di quel generale e capofazione e ressembleur, sarà più difficile e ci vorrà tempo. Israele ha intanto, per far fronte alla tremenda contingenza e al suo problema strategico, la ricchezza di due grandi lasciti in contraddizione, che sono una lezione.

Quello di Rabin, che fallì il generoso percorso negoziale con Arafat. E quello di quest’ultimo suo figlio e capo, che ha dato forma e sostanza al progetto di ridefinire autonomamente i confini dello stato nato nel ’48, nella speranza che intanto i palestinesi si facciano quel che non sono stati, non sono mai riusciti a essere, una nazione e uno stato anche loro.

Non c’è oggi una visibile alternativa alla politica di Sharon. Solo che sarà dura farla senza Sharon.


Da Il Foglio del 6 gennaio 2006