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Inserito il 21-1-2006  
Finanza rossa: l’altra storia, correva l’anno 2003


Consorte e il vice vincevano in Borsa, dice l’Espresso. Unipol merchant ristrutturava i debiti dei Ds. Chi e come ottenne un bello sconto (50 per cento) dalle banche creditrici. La vita spericolata dei conti Bpl n. 1039/38 e n. 1038/37.

La notizia è rimasta acquartierata quasi tutto il giorno sul sito Internet dell’Espresso e su quello di Kataweb (gruppo Espresso). Nemmeno una riga sulle agenzie, malgrado la redazione del settimanale avesse inviato comunicati stampa dalla mattina. Almeno fino a metà pomeriggio era buio totale anche nei grandi giornali e, a quanto pare, pure fra i dirigenti politici (Piero Fassino reclamava un ritorno ai problemi della politica, Giuseppe Caldarola non ne sapeva niente e quando l’ha saputo ha detto: “Bestiale!”).

La notizia è che l’Espresso di domani contiene un’inchiesta firmata da Peter Gomez e Vittorio Malagutti; inchiesta reperibile online con questo titolo: “I signori 300 milioni” (Espresso) o quest’altro: “Unipol: più di trecento milioni nei conti dei furbetti rossi” (Kataweb).

Catenaccio: “I retroscena dell’inchiesta sui movimenti bancari di Consorte e Sacchetti: dalle consulenze milionarie alla Borsa”.

La novità ha l’aria di essere interessante, soprattutto perché si manifesta nel giorno in cui la scena dello scontro politico è occupata dalla lite a distanza tra Francesco Rutelli e Vincenzo Visco.

Il leader della Margherita è quasi feroce: “C’è stato il rischio di arrivare alla finanza rossa, si è registrata la pretesa di alcuni di dare vita a un centro di potere di chiaro segno politico”.

Nervosismo l’ex ministro delle Finanze (Ds): “Non comprendo il motivo di rialzare i toni in questo modo, mi sembra del tutto autolesionista e poi mi chiedo perché Rutelli tema soltanto la finanza rossa e non quella laica o bianca”.

Proprio ieri i legali di Consorte minacciavano querele contro chiunque alludesse all’esistenza di altri conti correnti esteri dell’ex presidente Unipol. Martedì sera era giunta la dichiarazione con la quale il pm milanese Francesco Greco aveva smentito indiscrezioni su transiti di denaro oltreconfine pari a circa 200 milioni tra Giovanni Consorte e il suo vice Ivano Sacchetti.

Alcuni conti esistono – sostiene l’Espresso, che correda il pezzo con le foto di alcuni estratti bancari – sono depositi italianissimi aperti nello stesso giorno presso la Popolare lodigiana di Gianpiero Fiorani. I numeri sarebbero questi: “1039/38 per Consorte; 1038/37 per Sacchetti”.

Identico l’importo iniziale: “Per l’esattezza si tratta di un bonifico di 2 milioni 587 mila 449,06 euro, pari a 5 miliardi di lire”.

Da quella cifra, “sono passati nell’arco di soli 15 mesi circa 300 milioni di euro spartiti quasi in parti uguali tra gli ex manager di vertice dell’Unipol”.

Spiegano i giornalisti dell’Espresso che la vicenda inizia il 20 novembre 2001, all’indomani dell’operazione Telecom. Tutto sarebbe cominciato dopoché Marco Tronchetti Provera, alleato dei Benetton, si era comprato Telecom Italia messa in vendita dalla cordata guidata da Chicco Gnutti e Roberto Colaninno.

A questa cordata “partecipava con un ruolo importante anche l’Unipol”; talmente importante che “Consorte ebbe un ruolo decisivo nel secondo round di negoziati” estivi, “quando l’acquirente chiese uno sconto che tenesse conto del crollo dei mercati finanziari (compresi i titoli telefonici) seguito all’11 settembre”.

Quando cala il sipario

Si legge sempre nell’inchiesta dell’Espresso che sui conti in Bpl di Consorte e Sacchetti “il sipario cala nella primavera del 2003. […] Il saldo finale si aggira intorno ai 5 milioni di euro ciascuno”.

Nell’arco teso tra apertura e chiusura, “i due furbetti rossi per un anno e più hanno giocato alla grande in Borsa. E hanno sempre vinto, o quasi. Fortuna? Eccezionale tempismo condito da una grande conoscenza dei mercati? Può darsi. Ma gli investigatori stanno vagliando anche altre ipotesi”.

In concreto, succede che i due protagonisti “impiegano esattamente la stessa somma” per investimenti in titoli che fruttano inizialmente “quasi 200 mila euro ciascuno spalmati su tre settimane”. Di lì in poi è tutto un rincorrersi di compravendite milionarie.

Altro passaggio da segnalare nell’articolo di Gomez e Malagutti: “Il 6 settembre del 2002 i due manager a quel tempo al timone di Unipol ordinano un pagamento per la stessa identica cifra: 4 milioni e 651 mila euro. Dove finiscono quei soldi?”. E sarebbe solo uno dei movimenti più curiosi.
quando nel giro di poche ore vengono comprate e subito rivendute obbligazioni emesse dalla Banca Antonveneta con un guadagno di circa 3,5 milioni di euro per ciascuno dei fortunati investitori. A questo punto il denaro può tornare al mittente. Sui due conti della banca di Fiorani vengono così accreditati 28,5 milioni di euro”.

La cosa interessante è che “né Consorte né Sacchetti disponevano del denaro necessario per un investimento tanto ingente”.

Allora accadde questo: “Ai due correntisti venne consentito di andare in rosso per circa 24 milioni. Lo scoperto venne poi annullato a stretto giro di posta quando sul conto affluirono i proventi della vendita delle obbligazioni”.

Al netto di ogni giudizio politico o di ulteriori evidenze giudiziarie a carico di Consorte e Sacchetti, l’inchiesta dell’Espresso induce per lo meno a dare uno sguardo al calendario del 2003, l’anno in cui si sarebbe chiusa la formidabile partita bancaria giocata dai dirigenti di Unipol attraverso i conti correnti della Bpl di Fiorani.

Bisogna tornare al 2003, ma partendo da Repubblica, gruppo Espresso, del 28 dicembre scorso. Quel giorno, sul quotidiano diretto da Ezio Mauro, Alberto Statera si domandava quanto il tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, fosse debitore nei confronti di Consorte in relazione all’opera “finanziariamente ciclopica” intrapresa dal partito per ripianare i debiti.

Sposetti ha replicato il giorno seguente con una lettera finita a pagina 20 di Repubblica:
Desidero precisare che la situazione debitoria accumulatasi nel passato dal nostro partito è stata estinta attraverso un piano di ristrutturazione documentato dalle mie relazioni di bilancio, redatte e pubblicate in piena trasparenza e con la scrupolosa osservanza delle norme di legge”.

Il botta e risposta tra Statera e Sposetti finì lì, con quel riferimento al piano di ristrutturazione ultimato nel 2003.

Il fatto è che, a volersi rileggere i giornali dell’epoca, si scopre che quel piano fu perfezionato da Unipol merchant, i cui massimi dirigenti erano allora Giovanni Consorte (vicepresidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato) e Ivano Sacchetti (presidente del consiglio di amministrazione).

Rileggendo Milano Finanza

Breve ricostruzione.

Nell’ottobre 2003 il segretario dei Ds, Piero Fassino, chiede alle banche creditrici il 50 per cento di sconto per saldare un cumulo di debiti pari a 88 milioni di euro. La proposta di transazione proviene dall’avvocato bolognese Luigi Serafini, liquidatore della Beta, la società che gestiva il patrimonio immobiliare dell’allora Pds.

Le banche accettano, a dicembre il piano di salvataggio prende il via e l’onere se lo assume Giampaolo Angelucci, proprietario di cliniche ed editore, che acquista il 50,1 per cento dei debiti diessini.

Circa 10 mila euro di sostegno arrivano ai Ds anche dalla Hopa di Chicco Gnutti, con il paradosso – scriveva Milano Finanza – che un po’ di quei soldi “erano anche del premier Silvio Berlusconi, socio della finanziaria bresciana”.

Fatto sta che gli istituti di credito sottoscrivono l’accordo con i Ds.

Lo fanno, sostiene sempre Milano Finanza (30 dicembre del 2003), poiché “in questo modo si liberano di tutte le conseguenze nel caso di fallimento di Beta immobiliare, che è in liquidazione. Liquidatore è l’avvocato Gianluigi Serafini. Il piano di ristrutturazione – ecco il punto – porta la firma di Unipol merchant”.

La relazione annuale del 2003 sul sistema di corporate governance di Unipol conferma quanto sopra: Consorte e Sacchetti sono i “consoli” della merchant bank delle coop.

Piccolo salto indietro.

All’inizio di maggio, dopo aver tentato senza fortuna l’acquisizione di Toro assicurazioni, Consorte aveva già annunciato la volontà di “acquisire il 7,5 per cento di Bnl detenuto da Generali”.

A giugno il consiglio di amministrazione di Hopa aveva poi nominato il comitato esecutivo con poteri su operazioni straordinarie fino a 40 milioni di euro.

Presidente e amministratore delegato era Emilio Gnutti. Uno dei vicepresidenti Giovanni Consorte (ad di Unipol, socio di Hopa con il 5,71 per cento). Del comitato faceva parte anche Gianpiero Fiorani della Banca popolare di Lodi.

Il 16 ottobre successivo, siamo sempre nel 2003, il pm milanese Eugenio Fusco ha cominciato a interrogare Consorte e Gnutti contestando l’ipotesi di insider trading su obbligazioni Unipol. La cui merchant due mesi e mezzo dopo avrebbe firmato quel piano di ristrutturazione che salvò i Ds.


Da Il Foglio del 19 gennaio 2006