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Inserito il 21-1-2006  
«In Unipol si lavorava solo con la tessera del pci»


All'Unipol si poteva lavorare solo se in possesso della tessera del Pci.

La denuncia arriva da un consigliere regionale di Forza Italia dell'Emilia Romagna, Fabio Filippi che racconta una vicenda che ha dell'incredibile, ma è suggellata da documentazione cartacea ottenuta a seguito di una lettura di un vec­chio articolo comparso sul settimanale "II Borghese" del febbraio 1977.

II protagonista dell'avventura è un cittadino di Carpineti, il dottor Giorgio Dalia, ora pensionato, ma con una lunga carriera da dirigente Unipol (era responsabiie dell'ufficio ispettorato sinistri dell'assicurazione) bloccata, a un certo punto, a causa della sua mancata iscrizione al partito comunista.

Dalia, interpellato da Libero, conferma il suo travaglio e spiega: «Per il fatto di essere cattolico e di non avere l'iscrizione al partito comunista, mi hanno messo di fronte a un'al­ternativa. O essere spedito a Tarante, o essere retrocesso. Ho dovuto scegliere la seconda via». Carta canta.

L'ex funzionario Unipol ha documentato che da un verbale della sezione di Bologna del partito comunista italiano pubblicato nel settimanale interno all'Unipol "Notizie e Opinioni" emerge che l'Unipol era lo strumento finanziario dei movimento cooperativo.

Inoltre, il dottor Dalia ha conser­vato ancora una fitta corrispondenza sull'ar­gomento che all'epoca dei fatti aveva intrat­tenuto con Enrico Berlinguer affinchè faces­se luce sulla vicenda. Luce che, però non è mai stata fatta.

Nella stessa delibera I'Unipol viene invitata ad una diversa politica del per­sonale che deve sempre più essere ricercato all'interno dei quadri del partito.

«Quindi», denuncia Filippi, «quando il segretario dei diesse, Piero Passino, nega uno stretto lega­me tra la cooperativa di Consorte e il partito dice una grande menzogna, almeno da quan­to si evince dalla lettura del verbale».

Il comportamento di Unipol, allora, equi­valeva ad una vera forma di ricatto nei con­fronti dei propri dipendenti, perché chi non era funzionale al Pci doveva cambiare com­pagnia assicurativa o cambiare mestiere. In­fatti Dalia per mantenere il suo posto di lavo­ro fu costretto a citare in causa la stessa Unipol che venne condannata dal pretore anche se in seguito non rispettò le decisioni dei giu­dici.

«Il documento in mio possesso», prose­gue Filippi, «risale agli anni 76-77, ma credia­mo che quella consuetudine non sia mai de­caduta. Anzi: sarebbe interessante scoprire quanti dipendenti di Unipol siano ancora og­gi iscritti ai Ds e se questo sia un fattore ne­cessario per lavorarvi, visto che il manager Consorte faceva parte del comitato elettora­le di Vasco Errani attuale presidente della Re­gione Emilia-Romagna e noto esponente dei diesse nazionali».

Ci sono poi altri documenti che sono stati esaminati con cura dal consigliere azzurro. Secondo gii atti della Pretura del Lavoro di Reggio Emilia, emergerebbe che il perito in­dustriale Ivano Sacchetti, vicepresidente di Unipol e negli anni 70 insegnante all'lpsia di Reggio Emilia, figurasse assente dal lavoro per malattia ma, nel contempo prestasse co­me dipendente la propria opera per la nota compagnia assicurativa delie cooperative.

Cioè: tra il '72 e il '73 Sacchetti era insegnate di ruolo, ma in "aspettativa" per motivi di sa­lute. E tutto questo è agli atti.


Da Libero del 21 gennaio 2006