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Inserito il 1-12-2005  
Per Sofri la pietà negata a Craxi
di Mattias Mainiero


Cominciamo dalla fine: mai essere amici della sinistra, quando a governare è la sinistra. Potrebbe accadervi di finire nei guai, e di aver un nemico in più da combattere: i vostri amici nonché compagni rossi integerrimi politici che confondono pietà e certezza della pena, accanimento e giu­stizia, serietà e prepotenza, e che possono anche farvi mori­re in esilio perché loro hanno deciso così. Nessuna esagera­zione.

Questa è la cronaca di due fatti, due storie di uomini, Adriano Sofri e Bettino Graxi, finiti appunto nei guai, e di due epiloghi giudiziari completa­mente differenti. A mettere insieme le due vicende è stato ieri il Secolo d'Italia, quotidia­no di An. La firma è quella di Carla Conti. Nessun giudizio sulle responsabilità dei singo­li, solo i due comportamenti diametralmente opposti dei responsabili della Cosa pub­blica, che parlano da soli.

In breve. Sofri, accusato dell'omicidio del commissario Calabresi e per questo con­dannato, da lunedì è un uomo libero. Libero per motivi di sa­lute, perché è finito in ospeda­le e perché il magistrato di sor­veglianza ha disposto la so­spensione della condanna. Si può discutere sulla colpevo­lezza o l'innocenza di Sofri.

Nessuno, a destra e a sinistra, si è permesso di discutere sul­l'opportunità del provvedi­mento di sospensione. Un atto di umanità è un atto di umani­tà, non ha implicazioni giudi­ziarie, non è la grazia. Non si­gnifica che lo Stato è sceso a patti o ha riabilitato il condan­nato o chissà cosa. Vuoi dire che quello Stato ha bene in mente la differenza tra il letto di un ospedale e la branda di una prigione, una flebo e un paio di manette.

E Bettino Craxi?

Sei anni fa il segretario del Psi versava in gravissime con­dizioni. Era in Tunisia, lottava tra la vita e la morte, aveva bi­sogno di cure urgenti. Forse, se fosse tornato in Italia, si sa­rebbe salvato. Dissero che non poteva, che non era giusto. Fe­cero la faccia feroce. Governa­va la sinistra. Di sinistra il pre­sidente del Consiglio Massimo D'Alema, di sinistra il mini­stro della Giustizia Oliviero Diliberto, osannata dalla sini­stra la Procura di Milano che con Craxi aveva ingaggiato un lungo braccio di ferro. Dissero no (e lo stesso fece la Francia del socialista Jospin).

Craxi, uomo di sinistra, mo­rì in Tunisia, in esilio, per vo­lontà di un governo di sinistra. È ancora lì, in una tomba che guarda il mare. Sofri, uomo di sinistra, è libero col benepla­cito di un governo di centrodestra (e con il ministro Castelli - finora contrario alla grazia - che ora dice: «Sto doverosa­mente riesaminando il caso alla luce del fatto nuovo. Non sono cambiate le mie opinio­ni,ma i fatti...»).

Mai essere amici di questa sinistra che da lezioni di uma­nità a tutti, che accusa tutti di insensibilità, che parla di regi­me e di leggi ad personam, che ieri esultava per la pena sospe­sa a Sofri e che sei anni fa non volle cedere trasformando lo Stato in un giustiziere.

Perché Craxi era meno degno? Per­ché il leader socialista faceva paura? Perché nella concezio­ne che la sinistra ha dello Sta­to non c'è spazio per un atto d'umanità?

Antonio Di Pietro, storico e acerrimo avversario di Graxi, ha dichiarato: «Giusta e dove­rosa la decisione del giudice di sospendere la pena pers ei me­si ad Adriano Sofri. E una que­stione di sensibilità nei con­fronti di un uomo che sta sof­frendo e che quindi merita at­tenzione, cure e rispetto, ga­ranzia che deve essere co­munque riconosciuta per tutti i detenuti nelle condizioni dell'ex leader di Lotta Conti­nua».

Craxi non meritava né cure né rispetto. Attenzione sul serio ad essere amici di questa sinistra e dei suoi allea­ti.


Da Libero del 30 novembre 2005