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Inserito il 11-12-2005  
Tav: se parlassero scienza e coscienza...
di Anna Bono


Creare uno stato di paura annunciando catastrofi imminenti, poi dichiararsi disposti e capaci di scongiurare il pericolo: è un efficace, collaudato sistema per acquisire consenso politico e potere economico. Dappertutto nel mondo l'ecocatastrofismo sembra svolgere questa funzione.

Nel suo ultimo libro, "Stato di paura" (Garzanti, 2005), Michael Crichton ha scritto qualcosa su cui vale la pena riflettere.

Secondo il celebre scrittore americano, negli ultimi anni un'alleanza politico-legale-mediatica si sta impadronendo del potere proprio diffondendo paura nelle nazioni occidentali che sono le più meravigliosamente sicure della storia umana.

«Ai politici la paura serve per controllare la popolazione - Crichton fa dire a un suo personaggio -. Agli avvocati servono i pericoli per fare le cause. Ai media servono storie spaventose per catturare l'audience».

Ma tutto ciò non sarebbe possibile se le università, da bastioni della libertà intellettuale, non si fossero trasformate in «fabbriche della paura». «È lì - sempre secondo Cricthon - che si inventano tutti i nuovi terrori e le nuove ansie sociali: un flusso costante di nuove ansietà, pericoli e terrori sociali. Il moderno stato di paura non sarebbe mai potuto esistere se le università non lo avessero alimentato».

È possibile che Crichton abbia ragione? E che cosa ne ricavano gli scienziati accademici tacendo la verità e, anzi, alimentando la paura? Questo mi domandavo mentre leggevo la lettera qui di seguito riportata, inviatami per conoscenza lo scorso 5 dicembre dal collega professor Rosalino Sacchi, già ordinario di Geologia presso la Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell'Università degli Studi di Torino. La lettera è indirizzata al professor Enrico Predazzi, Preside della suddetta facoltà, e al professor Pietro Rossi, Presidente dell'Accademia delle Scienze di Torino. Eccone il testo sul quale ogni commento è superfluo.

Caro Predazzi, caro Rossi,

vi scrivo nella mia veste di coordinatore degli studi geologici svolti negli anni passati in Val di Susa in funzione del progetto Tav, lungo il cosiddetto «segmento internazionale», e cioè quello attualmente contestato a Venaus, comprendente il tunnel transalpino (versante italiano) ed il tunnel di Bussoleno. E sento il dovere di esprimermi, convinto come sono che il problema del Tav è destinato ad avere un'incidenza grandissima sul futuro del Piemonte.

Nel quadro di una generale disinformazione, ci si balocca con falsi problemi: esempio, quei due o tre sondaggi da fare, che qualcuno crede condizionanti per il progetto, mentre non lo sono affatto, come ben sanno gli addetti ai lavori. Nei magazzini delle ferrovie a Bussoleno abbiamo le carote relative a 50.000 metri di sondaggi! Il che significa che la natura del sottosuolo la si conosce benissimo.

La protesta della Val di Susa ha motivazioni diverse, tra le quali una umanissima ed oggi fondamentale, che è la paura: paura di un supposto pericolo letale, che ha due nomi, amianto ed uranio. Questa lettera riguarda solo uno dei due, e cioè l'uranio. Non perché io creda nell'altro, ma solo perché il trattamento del detrito amiantifero è un problema di scavo, quindi essenzialmente ingegneristico, sul quale sarebbe auspicabile che altri si pronunciassero. Il mio background è quello di ex-titolare (oggi in pensione) della cattedra di Geologia.

Ma veniamo al rischio-uranio: si tratta di una bufala, ma l'uomo della strada non lo sa, purtroppo.

L'uranio (in ppm=parti per milione) è un normale componente del granito di Venaus, come di tutti i graniti. E non ha mai fatto male a nessuno. Il mondo scientifico torinese lo sa benissimo, e si è chiuso in un eloquente silenzio. Che è sempre un silenzio. Certamente, parlare significa affrontare il rancore di qualche frangia arrabbiata. Ma l'uomo di scienza, questo coraggio dovrebbe averlo, se vuole giustificare le sue frequenti, nobili enunciazioni su altri temi. Dopo tutto, oggi si rischia meno che ai tempi di Galileo.

Mi rivolgo a voi perché le prestigiose istituzioni che presiedete sono radicate nella realtà piemontese, oltre ad essere quelle con cui ho, od ho avuto, il più stretto rapporto.

«Veritas et Utilitas»! Le istituzioni scientifiche torinesi stanno assumendosi una grossa responsabilità col loro «assordante silenzio». Se avessero parlato forte e chiaro, il problema Val di Susa forse non sarebbe mai nato. Personalmente, non posso fare gran che: verrei subito tacciato di essere foraggiato da LTF. Anche se il lavoro in Val di Susa (da me svolto nell'ambito dell'Università, Dipartimento di Scienze della Terra) non mi ha portato in tasca nemmeno una lira. Mando copia ad altre persone ed Istituzioni, doverosamente.

Molti cordiali saluti, Rosalino Sacchi


Dal sito www.ragionpolitca.it


Dal sito www.ragionpolitca.it