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Inserito il 29-12-2005  
La sinistra e il moralismo
di Angelo Panebianco


Usato per colpire Berlusconi ora si rivela un errore

Nella vicenda di Bankitalia e operazioni finanziarie associate hanno subito ripreso quota certi vizi nazionali. I poteri del Governatore o i mancati controlli sui comportamenti dei banchieri (che spiegano l’intervento della magistratura) sono problemi politici, da risolvere con strumenti politici.

Ma ecco che, come ai tempi di Mani Pulite, si torna a confondere sacro e profano. Mani Pulite poteva essere una meritoria opera di disinfezione dei locali della politica ma venne inquinata da una caccia alle streghe che la trasformò in un regolamento di conti fra bande mascherato da lotta fra la Virtù e il Vizio.

Per ragioni storiche il capitalismo italiano vive in simbiosi con lo Stato e la politica. Niente a che vedere con quel rapporto fra poteri diversi e (almeno in parte) separati che si è dato in altre storie nazionali. Se si vuole porre mano alle relative disfunzioni occorre razionalità.

Non possono essere affrontate se si ricomincia con i soliti imbrogli, confondendo di nuovo la testa della gente con le «questioni morali» e la lotta dei virtuosi contro i reprobi. Gli affari incrociano continuamente la politica. È dunque di politica, non di morale, che bisogna occuparsi.

Pazienza se i moralisti si arrabbiano: non merita considerazione chi osi definirsi moralmente migliore di qualcun altro. Poiché è proprio della condizione umana il fatto di esser tutti, ciascuno a suo modo, a seconda della sua «circostanza», peccatori. Non esistono «razze elette».

Fra le novità ci sono i riflettori puntati sulla sinistra post-comunista (vicenda Unipol). Anche in questo caso il moralismo confonde e inquina. Il punto è politico: mutate le condizioni, gli antichi collateralismi non sono più sostenibili. Ai dirigenti ds spetta ripensarli e stabilire nuove regole del gioco. Altrimenti, il prezzo sarà salato.

Anche per la regressione culturale di cui è vittima il loro «popolo». Ad esempio, Massimo D’Alema (come ha ben scritto Pierluigi Battista su questo giornale) fa bene a mandare al diavolo chi vuole che egli si sbarazzi della sua barca ma che una simile richiesta venga avanzata la dice lunga sullo stato (disastrato) della cultura politica della sinistra, ove l’anticapitalismo, mai davvero dissolto, è tuttavia precipitato, nei decenni, dalle stelle della filosofia (del materialismo storico) alle stalle del pauperismo moralista.

Il pauperismo è un altro vizio che un’intensa opera pedagogica dovrebbe arginare. Perché alimenta la confusione fra morale e politica. E perché è una delle due cause (l'altra è data dalla forza delle corporazioni) che bloccano lo sviluppo del Paese. Chi dice alla sinistra «fate come Tony Blair» non pensa che sia possibile importare la politica del New Labour. Pensa a un nuovo atteggiamento verso il mercato (sul quale si fonda, piaccia o meno, la libertà dei moderni).

Per giunta, se in Italia non cambiano gli atteggiamenti diffusi (non solo a sinistra) sul mercato, non sarà mai possibile disciplinare i conflitti di interesse, da quello palese di Berlusconi a quelli occulti dei suoi avversari.

Per la sinistra, soprattutto, sbarazzarsi del moralismo è difficile. Anche perché è stato uno strumento di lotta contro Berlusconi. Ma è un’arma controproducente. Si prenda infine atto che non esistono in politica questioni morali ma solo questioni politiche. Il rapporto fra affari e politica è, di queste, la più importante.


Da Il Corriere della Sera del 27 dicembre 2005