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Inserito il 5-11-2005  
Qualcuno ricorda quei bambini con la chiave dorata del paradiso in mano?
di Anna Bono


«...a coloro che lottano per vivere rimangono numerose tattiche e strategie a lungo termine che assicureranno il fallimento di chi invece tenta di morire». Le parole scritte da Victor Davis Hanson, il formidabile storico militare americano di cui in Italia è appena uscito l'ultimo libro, Il volto brutale della guerra, edito da Garzanti, tornano alla mente alla notizia di un ennesimo piccolo «assassino di Allah»: un bimbo irakeno kamikaze saltato in aria alcuni giorni or sono insieme alla sua cintura esplosiva.

Sappiamo che Hanson ha ragione. Le azioni suicide dei kamikaze non possono sconfiggere un avversario dotato di disciplina, ottimi mezzi tecnologici e determinazione: l'inutilità di quelli giapponesi, che furono migliaia, ne è la prova. Ma, soprattutto, qualsiasi obiettivo realizzato sacrificando la vita di adolescenti e bambini è privo di senso ai nostri occhi.

Per chi è cresciuto nella tradizione culturale dell'Occidente cristiano la vita è sacra, l'infanzia è inviolabile, i bambini sono la speranza e il futuro del mondo, i figli sono il fulcro dell'esistenza. Questo è talmente vero che forse non si riesce nemmeno a cogliere tutta la portata rivoluzionaria della frase pronunciata da Gesù - «lasciate che i bambini vengano a me...» - che sbalordì i suoi contemporanei abituati, per tradizione e legge, a ignorare i bambini, a considerarli, così come le donne, soggetti marginali e sottomessi, a disporne a discrezione e a sacrificarli alle necessità dei maschi adulti.

Nelle società arcaiche conta sempre di più chi è nato prima, i giovani sono al servizio degli anziani, i figli al servizio dei padri. Tuttora un piccolo africano condivide l'incerta sorte del leoncino al quale è consentito di accostarsi alla preda solo dopo che gli adulti maschi si sono saziati: suo padre, suo nonno, mangiano prima di lui poichè, per antica consuetudine, è soltanto dopo aver soddisfatto la fame dei maschi che le donne si spartiscono ciò che avanza e lo distribuiscono ai figli.

E tuttora, in tutto il mondo non occidentale, il diritto - anzi il dovere - di disporre dei figli include tradizionalmente il fatto di venderli come schiavi o come mogli, di mutilarli, di costringerli a lavorare appena si reggono in piedi, assicurando così agli adulti il diritto all'ozio.

L'estrema espressione di questo atteggiamento istituzionalizzato nei confronti dell'infanzia è la trasformazione dei bambini in strumenti di guerra.

In Asia, Africa e America Latina i bambini vengono arruolati e combattono al fianco o in luogo degli adulti - se ne contano ufficialmente 300.000, senza considerare quelli usati come scudi umani - e, dagli anni Novanta, il terrorismo palestinese ha aggiunto a questa perversione il loro forzato suicidio per far strage dei nemici.

Fiamma Nirenstein ci ha ricordato, sulle pagine del quotidiano La Stampa , le parole pronunciate dal leader dell'Anp, Yasser Arafat, nel 2002, durante un discorso rivolto ai bambini: «Gli shahid (i martiri testimoni della fede nella religione islamica, ovvero i kamikaze) costituiscono la forza fondamentale e vittoriosa del nostro popolo»; e l'anno successivo: «il bimbo che afferra un sasso, che fronteggia un tank, non è il miglior messaggio per il mondo quando quell'eroe diventa shahid?».

Ma prima ancora, non va dimenticato, fu il regime sciita di Khomeini a creare innumerevoli giovani shahid, durante la guerra Iran-Irak del 1980-1988: ragazzini mandati a morire in battaglia e sui campi minati con legata al collo o stretta nella mano una chiave dorata di plastica con la quale - così fu fatto credere a loro e alle loro famiglie - avrebbero aperto la porta del paradiso.

La debolezza delle società arcaiche ha origine nelle istituzioni che violano l'infanzia e non rispettano la vita umana: una debolezza militare, come insegna Victor Hanson, ma anche e prima di tutto economica, come risulta evidente dalla situazione dei paesi che meno tutelano i diritti dei minori. Al contrario di quanto può sembrare e viene spesso sostenuto, lo spreco di vite, specie di bambini, è infatti causa e non effetto della povertà.


Dal sito www.ragionpolitica.it