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Inserito il 12-11-2005  
Memento Gulag. Memento oggi
di Marcello Pera


Istituto Italiano di Cultura - Konrad Adenauer Stiftung
Berlino, 8 novembre 2005

Dei campi di sterminio comunisti e nazisti sappiamo quasi tutto. Ce lo hanno detto le testimonianze, i diari, le memorie, le analisi psicologiche e sociologiche, e innumerevoli descrizioni storiche. L'orrore che essi suscitano in noi è profondo. Gli impegni ripetuti ad ogni occasione utile di non cadere mai più in crimini tanto orrendi sono solenni. E gli sforzi per costruire istituzioni e un costume democratico in grado di prevenire simili tragedie sono costanti. Si direbbe che abbiamo tutti imparato la lezione della storia.

E però c'è ancora una domanda che è stata sollevata poco e su cui invece occorre insistere.

Perché la consapevolezza della portata di questi immani drammi del Novecento non è entrata nella coscienza collettiva?

Perché soprattutto l'opinione pubblica occidentale fa ancora fatica a riconoscere quel fondamento comune delle pulizie etnica e di classe praticate dai regimi totalitari nazifascisti e comunista, di cui Hannah Arendt individuò le radici già nei primi anni Cinquanta?

In particolare, perché ancora si stenta a riconoscere l'ampiezza del terrore in Unione Sovietica? Grazie al suo "partito-stato", il comunismo ebbe la possibilità di diffondere il mito collettivo dell' "uomo nuovo". La "grande menzogna" fu imposta con una propaganda totale, una censura totale, una chiusura totale dei confini. Il resto fu fatto con il terrore di massa. La possibilità di manipolazione dell'informazione raggiunse vette fino a quel momento inimmaginabili. Scrisse George Orwell:

«La menzogna organizzata praticata dagli stati totalitari non è, come alcuni ritengono, un espediente temporaneo, simile all'inganno nei tempi di guerra. È qualcosa di connaturato al totalitarismo, qualcosa che continuerebbe anche se cessassero di essere necessari i campi di concentramento e la polizia segreta [...] Il totalitarismo, infatti, richiede la continua manipolazione del passato, e nel lungo periodo, con ogni probabilità, richiede persino di rinnegare l'esistenza stessa della verità oggettiva» (1).

La spiegazione di Orwell è corretta ma non risponde completamente alle nostre domande. Basta il caso ucraino a dimostrarlo.

Non si può attribuire soltanto alla censura e alla propaganda staliniana il clamoroso ritardo di almeno mezzo secolo della reazione da parte dell'opinione pubblica mondiale all'holodomor - la parola ucraina coniata per indicare lo sterminio di massa attraverso la fame, e che oggi rappresenta uno degli elementi che definiscono l'identità nazionale ucraina.

Per comprendere perché le carestie degli anni 1932-33, che causarono tra i 5 ed i 7 milioni di vittime, in prevalenza contadini ucraini, ancor oggi non sono state adeguatamente notate dall'opinione pubblica occidentale non basta Stalin. Occorre ricordare anche l'aperta complicità e gli sforzi deliberati di alcuni ammiratori intellettuali occidentali di Stalin.

Il caso di Walter Duranty è emblematico.

Duranty era il corrispondente del New York Times da Mosca. Per decenni fu considerato come il più importante e il più autorevole, e nel 1932 ricevette persino il premio Pulitzer per «gli anni del suo infaticabile e brillante lavoro a Mosca», come dice la motivazione.

Nei giorni delle stragi ucraine causate dalla fame, Duranty scrisse che «non esiste la volontà di affamare o provocare morte per fame», e che «ogni corrispondenza sulla fame in Russia rappresenta oggi un'esagerazione o un caso di propaganda maligna».

I suoi colleghi hanno testimoniato che questo giornalista ammiratore di Stalin giustificava in questi termini le sue corrispondenze: «Cosa rappresentano pochi milioni di morti russi in una situazione come questa? Nulla di realmente importante. Si tratta solo di un incidente nel grandioso cambiamento storico che si sta qui realizzando» (2).

Questo è successo in America. Altrove le cose non sono andate troppo diversamente. Ad esempio, credo che in Italia solo una piccola minoranza sia a conoscenza che più di mille nostri connazionali - esattamente 1028 è il numero fino ad oggi accertato - finirono i loro giorni nei gulag o furono fucilati durante il grande terrore staliniano.

La metà di questi uomini apparteneva alla comunità italiana di Kerc, in Crimea, gli altri erano per lo più emigrati politici antifascisti, soprattutto militanti comunisti.

La loro storia non è diversa da quella di tanti altri rifugiati politici, profughi, prigionieri di guerra, intere comunità emigrate da altri Paesi europei: fuggiti da regimi oppressivi e liberticidi, cercavano nella nuova patria sovietica la realizzazione dei propri ideali e hanno invece trovato persecuzioni, torture fisiche e morali e spesso condanne a morte. Alcuni, con grande coraggio, seppero opporsi alla deriva morale della delazione, alle pressioni del regime affinché denunciassero i propri cari e gli amici in cambio della salvezza.

Non di meno, su di loro è caduto il più assoluto silenzio. Solo da ultimo la cortina sembra rompersi in qualche punto. Il Comune di Milano, ad esempio, ha in questi giorni assunto la meritoria iniziativa di dedicare il parco Valsesia alle vittime italiane del gulag.

Esempi come questi, tanto diversi sia dal punto di vista geografico sia per la portata dei fenomeni ai quali si riferiscono, consentono di porre in tutta la sua enorme portata l'interrogativo sul ruolo degli intellettuali nell'operazione di Beschweigen, il ridursi deliberato al silenzio a proposito dei gulag. Perché?

La domanda è inquietante. La caratteristica principale degli intellettuali è, o dovrebbe essere, una disposizione mentale critica, aperta, pronta a cogliere ogni contraddizione e ogni difetto del mondo sociale. E allora: come è stato possibile che intellettuali occidentali tanto dotati di spirito critico abbiano abdicato al loro mestiere di fronte alle ingiustizie, oppressioni e massacri dei sistemi totalitari? Perché essi riuscirono a trovare tanto affascinante una società come la Russia staliniana o la Cina maoista?

Non è questione di mancanza di informazioni. Negli anni Trenta molti intellettuali e giornalisti inglesi, americani, tedeschi visitarono il cantiere di costruzione del Belomor Canal, nell'attuale Russia, dove lavoravano circa 300 mila detenuti in maggioranza "politici". Ebbero la possibilità di vedere personalmente. Eppure scrissero liberamente elogi e apprezzamenti per quella che, ai loro occhi, sembrava una meritoria rieducazione da parte degli organi di sicurezza sovietici di centinaia di migliaia di nemici dello Stato.

I coniugi Webb, ad esempio, conclusero:

«Questa partecipazione appassionata equivaleva a riconoscere la capacità del GPU non soltanto nel realizzare una grandiosa opera di ingegneria, ma soprattutto nell'ottenere una vittoria nel campo della rieducazione umana» (3).

Torna allora la domanda. Perché questo "tradimento dei chierici"?

Perché, io credo, l'Occidente democratico e liberale dovette pagare un prezzo a Stalin nel corso della seconda guerra mondiale. Perché il mito dell'antifascismo indusse a dimenticare la realtà tragica del comunismo e coloro i quali a questo ideale, considerato nobile e generoso, sacrificarono la loro stessa vita. E infine perché la vicenda storica dei partiti comunisti occidentali - i quali, come sosteneva Raimond Aron, sono stati per un certo periodo piattaforme dell'Urss lanciate in campo nemico - hanno influenzato gli ambienti culturali e i giudizi comuni.

E però questa spiegazione non è ancora sufficiente. Non spiega gli occhi che non vedevano di Walter Duranty, dei coniugi Webb, di tantissimi altri dai nomi illustri. Il supplemento decisivo viene, io credo, dalla mentalità totalitaria.

Essa è stata più ampia di quanto fossero estesi gli stessi regimi totalitari ed è stata assai profonda. E' penetrata anche in Occidente, dove si è nascosta dietro ideologie apparentemente democratiche e, in qualche caso, è sopravvissuta persino alla stessa caduta del Muro. Qui, a mio avviso, sta la vera risposta alle domande che mi sono posto. E questa vera risposta deve farci riflettere sulla lezione morale e politica che dobbiamo trame oggi, proprio in questi giorni.

Di fronte alle minacce di una parte della teocrazia iraniana, l'Occidente ha finalmente reagito come una voce sola e forte. Improvvisamente e sinistramente, esso ha risentito la eco di quello stesso odio che fu scatenato contro gli ebrei in tutti i regimi totalitari europei del secolo scorso. E ne ha rivisto le stesse caratteristiche.

La campagna che Stalin condusse negli ultimi anni della sua vita contro i "cosmopoliti", i "nazionalisti ebraici", i "sionisti", i "medici assassini" - tutti nomi della propaganda sovietica per riferirsi agli ebrei - non era dovuta alla paranoia del dittatore, bensì alla necessità del regime di trovare "nemici interni". La leadership staliniana era pronta a sfruttare ogni tipo di pregiudizio, a fomentare ogni forma di paura, a individuare ogni tipo di avversario, pur di rafforzare la stabilità interna del proprio regime.

Lo stesso può accadere oggi. E noi saremo preparati ad affrontare la sfida solo se la mentalità totalitaria sarà completamente sradicata, se nessuno cadrà nella tentazione di vedere un progresso là dove c'è invece un abisso.

"Memento Gulag" deve servire anche a questo. Non solo a contrastare il giustificazionismo intellettuale dello stalinismo ieri o del fondamentalismo oggi, nel nome di un presunto progresso sociale e di modernizzazione che il regime avrebbe portato. Non solo ad opporsi all'oblio, alla censura sugli archivi, alla rimozione dei crimini, all'occultamento dei nomi dei responsabili del regime sovietico.

Dobbiamo affermare che esiste fortunatamente un'altra tradizione intellettuale. La rappresenta qui Vladimir Bukowski, il quale è riuscito a raccogliere centinaia e centinaia di documenti segreti del regime sovietico, li ha messi in rete e ne ha così consentito a tutti gli storici e al largo pubblico l'accesso.

La documentazione di Bukowski non è soltanto materiale per lo storico. Vale molto di più. Essa rappresenta soprattutto un investimento morale e politico per un futuro di libertà che, come la storia ci ha insegnato e i tempi che viviamo ci ammoniscono, non può mai considerarsi acquisita per sempre.

1) G. Orwell, "The Prevention of Literature", in Collected Essays, Secker & Warburg, London, 1961.

2) A. Beichman, "After 70 years a Pulitzer committee is reexamining Walter Duranty's Stalin whitewashes in the New York Times. How bad were they? See for yourself", in The Weekly Standard, June 12, 2003.

3) Sidney and Beatrice Webb, "Soviet communism: a new civilisation?", Longmans Green and Co., N.Y., 1935 (trad. it., Sidney e Beatrice Webb, Il Comunismo sovietico: una nuova civiltà, Einaudi, Torino, 1950).


Dal sito www.magna-carta.it