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Inserito il 13-11-2005  
Se il Cav. capisse che ha vinto
di Giuliano Ferrara


Guardi le cassette di Celentano (dove Prodi non c’è) e se ne convinca

Celentano è passato da numero uno assoluto, tra i gemiti del tifoso di destra deluso e i guaiti di piacere del cretino di sinistra illuso, ma resta Berlusconi. Cioè, il trionfo di Berlusconi.

Giusto ieri l’umoralista Michele Serra su Repubblica scriveva che loro, quelli “de sinistra”, non odiano Berlusconi, lo disprezzano.

La tv di Celentano, piazzata sempre intorno allo share utile a vincere le elezioni (intorno al 50 per cento), invece lo ha amato, corteggiato, ne ha parlato senza acrimonia e con blando vittimismo al microfono di Santoro, ne ha riso di gusto e con mitezza insieme a Benigni, lo ha messo su un trono di cartapesta, lo ha rappresentato in parola e in effigie, sagomato, attaccato, schernito, blandito fino a censurare – grande paradosso celentanesco – uno sketch della Bambinaccia su di lui, lo ha insomma premiato come l’unico sogno che valga la pena di sognare o, secondo i gusti, l’unico incubo da cui valga la pena di svegliarsi, insomma l’unico.

Dunque il re della commedia. Dunque il regnante che vigila sull’immaginazione degli italiani, un impero su cui non tramonta mai il sole. Non è solo una battuta, il berlusconismo fuori da ogni par condicio di Celentano e dei suoi soci autori ospiti epurati e comici. E’ una verità perfino piatta, banale. L’altro, lo sfidante Prodi, non c’era, e se c’era si dormiva.

Non esserci, si sa, è il peggio che ti possa capitare. Questa è quindi una verità utile, se la vorrà meditare, a Berlusconi in persona, e alla destra piuttosto stanca che sopravvive e si batte dopo cinque anni di importanti riforme (lo ha scritto più o meno così Sergio Romano ieri nel Corriere) e di cattiva politica, raddoppiata da una demenziale, abissale scomparsa della fantasia, della cultura, dell’effetto sorpresa nella comunicazione pubblica.

Berlusconi ha vinto. Deve capirlo. Ha vinto anche se dovesse perdere le elezioni. Ha vinto sui processi aggressivi e sulle parzialità dell’accusa penale. Ha vinto il record della governabilità nazionale. Ha vinto un posto unico di riformatore del sistema. Ha imposto, come lamentano nell’estrema sinistra, un suo modulo ideologico liberale. Ha vinto trasformando gli avversari tutti, da Fassino a Cofferati, da Rutelli a D’Alema.

Ha vinto ripulendo il bavero di Chirac di un capello fuori posto, perfino facendo delle stupide corna in una foto di gruppo, perfino dicendo corbellerie nell’aula di Strasburgo su un certo Schulz da barzelletta, e si vedrà fino a che punto abbia vinto quando si farà la storia della guerra al terrorismo e per la democrazia nel mondo islamico dopo l’11 settembre, roba epocale.

Ma ha vinto anche partite minori, come il fatturato delle sue aziende, cresciuto nonostante la ottima salute della Rai. Ha vinto vendendo parte di Mediaset, sta probabilmente brigando per vincere nei giochi di riallocazione delle sue immense risorse, i giochi della finanza.

Ha vinto quando Fini viene accolto come un politico democratico senza macchia a Gerusalemme, quando Casini giganteggia come politico neodemocristiano e si consente il lusso di lavorare da delfino, quando Fassino manda un messaggio sui gulag, quando Rutelli elogia la legge Biagi. Ha vinto, punto.

E se Prodi dovesse farcela a sostituirlo, è semplicemente normale, ordinario che sia così. Il declino italiano non c’è, se non come quota parte del malessere europeo. E le balle si dissolveranno puntualmente.

Non perché il tempo sia gentiluomo, magari perché il tempo è furbo, la sa lunga, e perfino su una panchina nel parco di Macherio, con un cane che gli ciondoli tra le gambe, Berlusconi sarà sempre l’uomo della fine di secolo, quello che ha fermato le gioiose macchine da guerra dei forcaioli e ha imposto a tutti il tema della libertà economica e politica in una cavalcata tra alti e bassi, vittorie e insuccessi, durata dodici anni tutti indistintamente e sempre da lui stesso dominati, al governo come all’opposizione.

Se Berlusconi, aiutandosi con le cassette di Celentano e il suo share of voice, visto che la nicchia del Foglio non lo convince, comprendesse non solo intellettualmente ma psicologicamente questa verità che lo riguarda, allora non si degraderebbe a fare una campagna elettorale da capo di Forza Italia, un partito che può benissimo perdere le elezioni, e tornerebbe a essere se stesso in solitario, a scompigliare i giochi e le carte, a essere sereno e ottimista, a metterci quel po’ di fantasia che la politica romana alla lunga gli ha prosciugato nelle vene.

Forse, se capisse che ha vinto, e fino a qual punto ha vinto, vincerebbe anche le prossime elezioni.


Da Il Foglio del 12 novembre 2005