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Inserito il 19-11-2005  
Lo status di rifugiato a donne oggetto di violenza
di Anna Bono


L'hanno chiamata Azita, ma il suo vero nome e la sua nazionalità - si sa soltanto che proviene da un paese del Medio Oriente - sono un segreto necessario a proteggerla. L'Ungheria, dove ha trovato scampo dopo tanti anni di sofferenze, ha accettato di concederle lo status di rifugiata, in considerazione della violenza domestica e dell'esclusione sociale subite in quanto donna e della negligenza delle autorità del suo paese d'origine, che non hanno fatto nulla per tutelarla.

La sua storia è la stessa di decine di milioni di altre donne, di eccezionale vi è solo l'esito felice. A 13 anni è stata data in sposa ad un uomo tre volte più vecchio di lei. Rimasta immediatamente incinta, ha rischiato di morire di parto. I medici le hanno raccomandato di evitare nuove gravidanze prima di compiere 18 anni, ma a quell'età Azita aveva già tre figli e altri tre sono nati subito dopo.

Aveva 25 anni ed era incinta per la settima volta quando suo marito, durante una delle sue esplosioni di collera quasi quotidiane, l'ha picchiata con particolare violenza ferendola gravemente e procurandole un aborto, in seguito al quale è diventata sterile. Quando lo ha saputo, il marito l'ha cacciata di casa tenendosi i bambini e poi ha divorziato. Nel paese di Azita una donna divorziata diventa una reietta.

Per anni la giovane donna ha quindi vissuto di stenti, ritenendosi fortunata quando riusciva a dormire al coperto per una o due notti: «avevo degli zii nel villaggio in cui abitavo - ha raccontato alle autorità ungheresi - ma potevo stare da loro soltanto qualche giorno di tanto in tanto perché le loro mogli non volevano. Tutti mi accusavano di aver abbandonato i miei figli e dire che avrei sopportato di essere picchiata di nuovo tutti i giorni pur di essere ancora con loro».

La sua sola speranza erano alcuni fratelli emigrati in Finlandia, ma lei non sapeva neanche telefonare e non aveva mai scritto una lettera. Quando alla fine è riuscita a informarli di quanto le stava accadendo, con il loro aiuto e con dei risparmi faticosamente racimolati, ha pagato un espatrio clandestino. Però le persone che avevano promesso di portarla in Finlandia l'hanno abbandonata in Ungheria, dove per fortuna il suo calvario è finito.

Il fatto che Azita abbia lasciato il suo paese di nascosto e che perciò la sua vita sia in pericolo non deve meravigliare.

Una donna, in certi ambienti, può essere abbandonata dal marito, ma resta di sua proprietà e più in generale le è negata libertà di azione e di movimento: ciò che hanno fatto i genitori di Azita (maritarla bambina), suo marito (ingravidarla a rischio della vita, picchiarla, mandarla via senza un soldo) e i suoi familiari (lasciarla vivere miseramente senza soccorrerla) è legittimo; ma la sua fuga è un atto di volontà inammissibile, illecito, che disonora la sua famiglia e può procurarle una condanna a morte che qualunque suo parente può eseguire o commissionare.

È per questo che l'Ungheria ha deciso di accoglierla applicando l'articolo 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 in base al quale lo status di rifugiato va accordato a chiunque «nel giustificato timore d'essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato»; e a tutti coloro «che possono far valere, per rifiutare di ritornare nello Stato del loro domicilio precedente, motivi gravi, fondati su persecuzioni anteriori».

Budapest si aggiunge così al crescente numero dei governi che considerano le violenze domestiche istituzionalizzate una forma di persecuzione che rientra nelle condizioni previste per la concessione dello status di rifugiato, così come le mutilazioni genitali femminili, le punizioni inflitte per motivi d'onore, le violenze derivanti dall'istituzione del prezzo della sposa e della dote, i matrimoni imposti e precoci: tutte consuetudini che fanno parte della tradizione di innumerevoli società nell'ambito delle quali sono perciò prescritte e lodevolmente praticate.

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha commentato molto favorevolmente la decisione delle autorità ungheresi, che d'altra parte rispecchia le recenti disposizioni dell'Unione Europea in materia.


Dal sito www.ragionpolitica.it