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Inserito il 23-11-2005  
Per Bush la libertà delle religioni è una laica proposta di democrazia


Il presidente va in Chiesa e chiede di far stampare i testi sacri. Ilan Berman dice: “E’ un principio chiave da far presente”

La libertà religiosa come grimaldello, o forcipe della democrazia. Tra tutte le forze che gonfiano il sottosuolo della Cina oppressa dal regime, e che premono per vedere in fretta luce e democrazia, la più irruente è quella dei fedeli cinesi.

Cattolici o protestanti, musulmani, come gli uiguri confinati ai margini dell’impero, o buddisti, come i tibetani schiacciati da Pechino, o seguaci della setta meditativa, brutalmente perseguitata, del Falun Gong: qualsiasi sia la loro professione di fede, l’iniziativa oggi è nelle mani dei credenti, che s’incontrano nelle catacombe delle remote province contadine o si danno appuntamento su Internet.

E’ quello che ha intuito il presidente americano George W. Bush, che, due giorni prima di atterrare a Pechino, ha chiesto che ai cinesi siano garantite, assieme a quelle politiche, più ampie libertà religiose: segnatamente, nelle parole del presidente, anche il diritto a stampare bibbie e altri testi sacri senza subire punizioni.

Non sono i commerci la forza storica che può spalancare quella porta che, secondo Bush, “le autorità della Cina stanno scoprendo che una volta aperta non si può più richiudere”; anche se negli anni Ottanta il presidente americano Ronald Reagan sognava di invadere l’Unione sovietica con milioni di copie di cataloghi di case americani, per fare leva sulla voglia di consumi dei russi.

Non funziona. Oggi la Cina è in testa ai consumatori mondiali di auto di lusso e vini pregiati, senza che nulla cambi sul piano dei diritti civili, e in Iran le classi medie e agiate si consumano invano tra mille prodotti occidentali, senza riuscire a smuovere il potere degli ayatollah di un solo centimetro. Se esiste una forza, quella è la libertà di professare la propria fede.

Una società che riconosce le libertà religiose – ha detto due giorni fa il presidente americano (parole prontamente censurate) al premier cinese Hu Jintao – è una società che riconoscerà anche quelle politiche”.

Il discorso del presidente è azzeccato – dice al Foglio Ilan Berman, studioso di politica estera americana e vicepresidente dell’American foreign policy council – dovremmo certamente pressare di più i cinesi per ottenere maggiori libertà religiose e, certo senza passare per un’azione di sponsorizzazione da parte del governo americano di una religione in particolare, dovremmo limitare l’oppressione dei fedeli cinesi di tutte le religioni.

La domanda, ed è una domanda che è destinata a restare a lungo nell’aria, è fino a quanto siamo disposti a condizionare e rischiare altre cose, per esempio gli scambi commerciali, con la libertà religiosa in Cina. Per ora non ci siamo ancora veramente mossi.

Ma se il collasso dell’Unione sovietica ci ha insegnato qualcosa è che se esiste un meccanismo che può cambiare il modo in cui un regime oppressivo tratta la sua popolazione è proprio creare spazio politico per le riforme e i cambiamenti interni.

La libertà religiosa, di conseguenza, è un principio chiave da avanzare. Sempre tenendo conto
– continua Berman – dei rischi che si corrono. Perché porre l’enfasi su di una maggiore libertà religiosa, in altre parti del mondo, come in Iraq o Afghanistan, può trasformarsi nel rafforzamento indesiderato di questo o quel gruppo di potere”.

I casi di Iraq e Iran

L’Amministrazione è chiamata a modulare con cautela questo principio chiave, in quella doppia accezione con cui gli americani sono abituati da sempre a fare i conti.Fin dal tempo dei padri fondatori, riparati nel Nuovo Mondo perché perseguitati per la loro fede.

Libertà di professare il proprio credo, ma anche libertà dal credo altrui, quando si trasforma in ideologia, e pretende di promulgare una Costituzione basata sulla sharia, la legge islamica, come si voleva in Iraq – rischio poi evitato – o come quando è la fonte del potere dei tiranni, come nel vicino Iran.

“Check and balances” delle libertà religiose a parte, la conferma più viva dell’intuizione bushiana sta in un documento firmato dal governo centrale e fatto circolare il mese scorso in tutta la Cina, da cui trapela il panico perché 20 milioni sui 60 di iscritti al Partito è “coinvolto in attività religiose”, e si chiede loro di abbandonarle.

La corrosione portata dalle idee religiose all’interno del Partito da sottile influenza si sta trasformando in sfida aperta. Cambierà le menti dei quadri e porterà al collasso della loro fede nel partito comunista, esacerbando il declino dei principi del Partito e facendolo affondare, assieme allo Stato, in diverse crisi politiche e sociali”.


Da Il Foglio del 22 novembre 2005