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Inserito il 26-11-2005  
Il Dottor Mengele, I presume
di Giuliano Ferrara


Ieri abbiamo pubblicato un lungo testo del professor Maurizio Mori, associato di Bioetica all’Università di Torino. Chi lo abbia letto con attenzione si sarà detto: il dottor Mengele, I presume.

Oppure avrà pensato all’eugentica liberale del secolo scorso, quella che ha celebrato il suo potere in America e in Scandinavia. Oppure alla Corea del Sud e ai suoi laboratori, dove per uno che si dimette e si pente dopo aver detto “bugie sulla clonazione”, molti altri lavorano a pieno ritmo su quella bugia.

Il professor Mori potrebbe non sapere di che cosa parla, nel senso che si può essere ferrati nella disciplina “bioetica” e non avere familiarità con i fondamenti di alcuna etica. Tra l’essere informati e il conoscere c’è una certa, sensibile differenza.

Sarebbe un caso complicato, da risolvere nel dibattito pubblico accademico (e si troverà pure qualche studente capace di sollevare interrogativi seri nel corso di una lezione di bioetica, si spera) oppure con tecniche di aggiornamento del corpo docente: un corso integrativo di filosofia per il cattedratico bioetico, su base volontaria e facoltativa naturalmente, non una rieducazione maoista.

Oppure il professor Mori sa di che cosa parla, e allora è culturalmente l’avversario da sconfiggere, fatta salva la sua libertà di insegnamento. Un negazionista, una specie di David Irving che vorremmo vedere ignorato e intellettualmente marginalizzato, ma non in ceppi, naturalmente.

Diceva ieri il professor Mori, nel testo pubblicato dal Foglio, che “la bioetica è la definizione di una nuova tavola dei valori adeguata alle nuove condizioni storiche createsi con la rivoluzione biomedica degli ultimi cinquant’anni”.

Per lui “la bioetica è la riflessione richiesta per determinare i nuovi valori e le nuove norme che devono rimpiazzare quelle della morale tramandata dalla tradizione millenaria”.

Il professore riconosce “norme e valori generali che sono definitivi entro una data epoca storica” e specifica: “Oggi questo valore generale definitivo è il conseguimento di un adeguato livello di qualità della vita o di autorealizzazione dei soggetti coinvolti: i vari divieti specifici sono ‘relativi’ rispetto a questo grande valore”. Non è molto diverso dal “diritto di morire” di Umberto Veronesi, ma se possibile è ancora più chiaro.

Mori in sostanza dice: io non sono relativista, io riformulo i dieci comandamenti alla luce degli ultimi trent’anni di ricerca biomedica (la scoperta del Dna, la capacità di fabbricare la vita), trasvaluto tutti i valori sulla scia di un mio Nietzsche portatile, mi libero e vi libero da una tradizione millenaria obsoleta, e fisso l’ultimo valore, il valore definitivo nell’orizzonte della storia: la qualità della vita, l’autorealizzazzione dell’umano.

Facile osservare:

a) che valori definitivi “nell’orizzonte della storia” non sono valori definitivi (Aristotele, principio di non contraddizione) a meno che la storia non sia terminata nell’apocalissi biomedica, una sorta di nuova Rivelazione;

b) che la vecchia tavola dei valori fu stabilita da un profeta e poi sviluppata da un inviato di Dio, egli stesso Dio e logos o ragione fattasi carne, secondo quella tradizione millenaria di cui gli studenti del professor Mori vengono sbarazzati con qualche frettolosità, e dunque il titolo accademico del professore deve cambiare: sempre prof., ma come profeta, oppure il Cristo, come messia consacrato all’annuncio;

c) sostituire l’escatologia giudaica o cristiana, e alcuni millenni di pensiero religioso e filosofico, con la qualità della vita o l’autorealizzazione può essere un modo per spiegarsi un miliardo di aborti in vent’anni o una sciocchezza psicologica narcisistica, un umanesimo da talk show.

Che c’entra con questo una laica e libera Università? Perché devo imparare tutte queste cazzate ?


Da Il Foglio del 26 Novembre 2005