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Inserito il 22-10-2005  
FAO: un compleanno trascorso in pessima compagnia
di Anna Bono


Il 17 ottobre, la FAO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, ha celebrato il sessantesimo anniversario dalla sua fondazione con un vertice internazionale che si è svolto a Roma, la città dove l'istituzione ha sede. L'evento ha coinciso con due ricorrenze: la Giornata mondiale dell'alimentazione e la Giornata internazionale per l'eliminazione della povertà, che cadono ogni anno rispettivamente il 16 e il 17 ottobre e si svolgono entrambe sotto gli auspici dell'ONU.

Quest'anno, in realtà, da festeggiare c'era ben poco. Dall'inizio del 2005 sono morte di fame e malnutrizione più di sei milioni di persone: «una cifra che supera ampiamente le vittime causate dall'Aids, dalla malaria e dalla tubercolosi messe insieme» ha spiegato in un suo intervento James Morris, direttore del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite.

Il dato più preoccupante è che, dopo decenni di progressi e quando il Millenium Goals, il programma globale di lotta alla povertà varato dall'ONU nel 2000, entra nel suo quinto anno di attività, per la prima volta il numero delle persone cronicamente sottoalimentate ha incominciato di nuovo ad aumentare.

Nonostante ciò, nel giorno del suo anniversario e mentre la fame mieteva le sue 25.000 vittime quotidiane - a tanto ammonta ogni giorno il numero dei morti per mancanza di cibo - la FAO ha permesso che un incontro destinato a sensibilizzare l'opinione pubblica sui problemi dell'umanità e a confermare gli impegni assunti per risolverli si trasformasse, invece, come accade ormai sempre durante le celebrazioni e le conferenze internazionali delle Nazioni Unite, in un processo alla parte del mondo - l'Occidente - che meglio di ogni altra ha saputo sollevare l'umanità dal bisogno e dalla sofferenza: un processo che ha visto come principali imputati gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

Questa volta il compito di puntare l'indice accusatore contro l'Occidente è stato affidato a Robert Gabriel Mugabe, presidente dello Zimbabwe, e a Hugo Chàvez, presidente del Venezuela, che gli ha fatto da spalla.

Il primo ha accusato George W. Bush e Tony Blair, di aver «formato una diabolica alleanza» e li ha paragonati a Hitler e a Mussolini. «Sono le voci di Bush e Blair a decidere oggi chi deve governare in Zimbabwe, in Iran, in Venezuela e nel resto del mondo, ma io dico che a loro non è permesso di decidere per la mia gente»: questa la sintesi del suo discorso; e Chàvez lo aveva preceduto denunciando i danni del «colonialismo mondiale», ovviamente occidentale: «l'emancipazione dalla fame è un dovere, ma all'interno del modello economico che oggi domina il mondo è impossibile raggiungere questo obiettivo».

Il punto è quanto lo stesso Mugabe abbia titolo a rappresentare i propri connazionali. I brogli elettorali e la violenza grazie ai quali ha mantenuto il potere per 25 anni - Robert Mugabe in sostanza è un dittatore - hanno indotto l'Unione Europea a prendere contro di lui provvedimenti che includono il divieto di soggiorno nei Paesi che la costituiscono e difatti la sua presenza al vertice FAO è stata possibile solo perché la sede dell'istituzione delle Nazioni Unite è considerata extraterritoriale.

Al di là di questo, il leader africano è responsabile di un clamoroso caso di impoverimento di cui il resto del pianeta è chiamato a farsi carico. L'esproprio di migliaia di fiorenti piantagioni, ora per lo più incolte, ordinato nel 2000 da Mugabe e contrabbandato per riforma agraria, ha dimezzato la produzione di mais dello Zimbabwe e diminuito del 70 per cento le esportazioni di tabacco inducendo centinaia di migliaia di persone a cercare scampo all'inedia nei centri urbani.

Poi quest'anno, alla fine di maggio, Mugabe ha ordinato la distruzione delle bidonvilles delle principali città, in cui si concentra la popolazione più povera, promettendo in cambio quartieri residenziali in realtà ancora da costruire: di fatto ha tolto casa e lavoro a oltre 700.000 persone con ripercussioni negative su quasi 2,5 milioni di zimbabwani, pari a circa un quinto della popolazione.

Lo Zimbabwe è alla fame dal 2001, tre quarti dei suoi abitanti vivono sotto la soglia della povertà e la loro speranza di vita alla nascita che nel 1999 era di 43 anni è scesa a 36.

Eppure nessuno ha zittito Robert Mugabe, molti lo hanno applaudito, alcuni, tra cui il presidente brasiliano Luiz Inàcio Lula da Silva, gli hanno stretto la mano congratulandosi con lui alla fine del suo discorso. Nemmeno il presidente italiano, Carlo Azeglio Ciampi, ha osato ricordargli i suoi misfatti pur avendo dedicato il proprio intervento alla condanna di chi è responsabile della povertà che attanaglia metà del mondo.

«Dipende solo da noi» sconfiggere povertà e fame, ha detto, sicuramente pensando all'Occidente.


Dal sito www.ragionpolitica.it