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Inserito il 30-10-2005  
La riconversione di Pera
Di Piero Craveri e Massimo Teodori


Craveri e Teodori attaccano: la sua scelta tradizionalista è anti-laica e anti-liberale

Due grandi sconvolgimenti hanno fatto irruzione nel nostro tempo toccando gli spiriti più sensibili e responsabili.

I nuovi orizzonti nella genetica hanno portato a riflettere sui limiti della ricerca scientifica e sui rapporti con la morale. Il terrorismo ha costretto a ripensare ai modi con cui l’occidente può e deve difendersi dai nuovi nemici. I due fenomeni, pesantissimi, hanno avuto l’effetto di provocare un riallineamento intellettuale e politico nelle democrazie occidentali, e dunque anche in Italia.

Quel che però ha caratterizzato il nostro paese è stato il singolare enuclearsi di una corrente disomogenea di politici e intellettuali, in parte d’ascendenza liberale, i quali hanno rinnegato i principi, gli istituti e gli obiettivi propri del liberalismo e della laicità dello Stato, pur continuando a professare formalmente le vecchie e gloriose etichette della moderna civiltà euroamericana.

In questa metamorfosi sono stati influenzati dalle verità rivelate e professate dalla Chiesa cattolica che hanno costituito, per così dire, una sponda di sicurezza che ha sostituito i dubbi, le argomentazioni aperte e gli interrogativi tradizionali della cultura laica e liberale.

Il presidente del Senato Marcello Pera ha preso la guida del movimento di riallineamento su posizioni conservatrici tradizionaliste che potrebbero essere definite clericali ma che forse sarebbe meglio chiamare “anti-liberali” in ragione delle specifiche proposte avanzate, particolarmente nel dialogo con il cardinale, poi pontefice, Joseph Ratzinger e con i settori più integralisti del mondo cattolico.

Dai messaggi che il senatore rivolge alla politica, da ultimo con il convegno “Libertà e laicità” di Norcia, si comprende come il movimento tradizionalista, più che un ripensamento, si proponga il capovolgimento dei tradizionali capisaldi del pensiero e delle soluzioni liberali e laiche, pur dietro lo schermo effimero di una cosiddetta “nuova laicità” e di un ancor più fumoso liberalismo adatto ai nostri tempi.

In queste prima parte del nostro intervento non vogliamo tanto discutere il lato filosofico delle riflessioni (affrontato nella seconda parte) quanto piuttosto analizzare l’effetto politico che ne discende.

Infatti, quel che ci pare appartenere al dominio che, per semplicità, chiamiamo “anti-liberale”, sono le indicazioni e le soluzioni politiche a più riprese avanzate su temi etici, oggi di particolare rilevanza pubblica: ricerca scientifica, fecondazione assistita, cellule staminali, omosessualità, Pacs, aborto, Concordato, multiculturalismo, occidente, islam, integrazione e meticciato…

Del resto, in maniera esplicita, il ripensamento tradizionalista si propone di preparare le basi di un movimento politico, se non addirittura di un “partito unico del centrodestra”, fortemente connotato dall’intreccio tra religione e politica e dalla sovrapposizione della morale cattolica all’etica pubblica.

Il primo caposaldo che si vuole colpire o, almeno, che si ritiene obsoleto è il principio separatista tra Chiesa e Stato. Marcello Pera ha sostenuto a più riprese che la “separazione” non è “divisione” e neppure “estraneità”.

Un’argomentazione che non significherebbe granché se non fosse ulteriormente specificata dall’affermazione che “la cultura separatista di Westfalia è in crisila separazione non è divisione, è piuttosto contiguità, lenta assimilazione, graduale assorbimento”.

In questa prospettiva la formula “libera Chiesa in libero Stato” è vista come un polveroso lascito ottocentesco, da superare preservando tuttavia il regime concordatario che pure contrasta con il ruolo di una Chiesa libera di competere nella società.

Che il movimento tradizionalista voglia restaurare lo stretto intreccio tra religione e politica, con la subordinazione della seconda alla prima, e quindi tenda al superamento della secolarizzazione che, con il costituzionalismo liberale, ha caratterizzato la moderna civiltà occidentale, è esplicito nel modo in cui il senatore Pera delinea il rapporto tra i dettami della Chiesa e la legislazione positiva.

Il presupposto del primato che si vuole affermare per la visione morale della Chiesa deriverebbe dal fatto che lo spazio pubblico è carente di eticità, la quale, invece, risiederebbe tutta nella religione.
Una religione la quale sia diventata costume e pratica e abito, inevitabilmente tracima oltre la soggettività, va oltre la sfera privata degli individui, investe il corpo sociale”.

E’ dunque non solo religiosamente legittimo, ma anche politicamente opportuno, che il pontefice stabilisca ciò che è e ciò che non è laico, come sottolineato nel messaggio di Norcia da Ratzinger a Pera:
Tra le istanze dell’essenza dell’uomo, primaria rilevanza ha sicuramente quel ‘senso religioso’ in cui si esprime l’apertura dell’essere umano alla Trascendenza. Anche a questa fondamentale dimensione dell’animo umano uno Stato sanamente laico dovrà logicamente riconoscere spazio nella sua legislazione”.

Una rivendicazione, quella papale, che ha ragion d’essere nel magistero della Chiesa nei confronti dei credenti, ma che assume un significato anti-liberale quando è fatta propria dal legislatore che pretende di imporre tramite la legge la sua particolare visione morale (di stampo proibizionista) all’intera comunità nazionale che in parte può non condividerla.

Così è accaduto con alcune leggi dello Stato dal contenuto etico. Il principio enunciato dal senatore Pera secondo cui “il legislatore decide sulla base dei valori più accettati e condivisi nella società”, e quindi “la sfera della legislazione politica non è di fatto, né può essere per principio divisa dalle sfera della fede religiosa”, corrisponde se non proprio alla sharia cattolica, certo al ripudio dell’Abc liberale.

Il quale vuole che lo Stato non faccia propria alcuna visione morale da imporre a tutti, ma trovi il compromesso politico tra diversi punti di vista presenti nella popolazione evitando l’affermarsi di qualsiasi ideologia, credo, etica, religione, verità di partito, di classe o di ceto.

Hans Kelsen in Teoria generale del diritto e dello Stato afferma che “il compromesso democratico significa risoluzione di un conflitto mediante una norma che non è totalmente conforme agli interessi di una parte, né totalmente contraria agli interessi dell’altra”.

Lo Stato laico è neutrale (senza il cosiddetto “laicismo di Stato”, altrettanto odioso della “religione di Stato”), e allontana da sé tutte le visioni totalizzanti, anche quelle praticate dalla grande maggioranza.

Lo Stato laico pratica la tolleranza che non è “sinonimo di indifferenza etica” come affermano i tradizionalisti sulla scorta di Carl Schmitt e Leo Strauss secondo i quali “il liberalismo è un’ideologia ipertollerante” e “la tolleranza si identifica con la capitolazione”.

Non è nostra intenzione chiosare tutti i bersagli liberali presi di mira da un intellettuale divenuto tradizionalista e anti-liberale che fa politica a tutto campo con l’autorevolezza della seconda carica dello Stato: riteniamo infatti non solo legittimo ma anche utile che emerga una posizione organizzata con una esplicita piattaforma conservatrice e tradizionalista, decisamente clericale nel senso letterale del termine in quanto si ispira ai precetti del clero, e pronta a battersi a viso aperto per distruggere quel tanto di legislazione positiva e di istituzioni che rendono l’Italia più vicina alla civilizzazione liberale europea ed americana.

Fenomeni analoghi sono apparsi di recente in altre regioni d’Europa, per esempio in Francia con il movimento vandeano di Philippe de Villiers.

Quel che invece si configura come un imbroglio politico e intellettuale è che il movimento tradizionalista rivendichi di essere ancora in qualche modo parte della grande e pur variegata famiglia liberale e laica, magari attraverso le definizioni novellistiche ratzingeriane di quel che deve “sanamente” intendersi con questi concetti.

Il movimento tradizionalista che si esprime attraverso il presidente del Senato ha ben noti precedenti nella tradizione anti-liberale non marxista: Joseph De Maistre con la sua visione autoritaria del potere che si scaglia contro i veleni della scienza; Charles Maurras dell’individuo sradicato dai precedenti storici e naturali; e Giovanni Gentile della concezione atomistica della società.

E’ questa la corrente culturale che critica il mondo moderno in preda alla decadenza culturale e alla disintegrazione morale, che ha profonda sfiducia nell’individuo e ritiene l’umanesimo secolare la radice delle malattie liberali e del pluralismo valoriale (relativismo etico), base della convivenza civile e religiosa nelle liberal-democrazie.

I tradizionalisti anti-liberali si schierano dalla parte opposta dei principi elementari del liberalismo, vale a dire la separazione tra la religione e la morale sociale, l’etica tollerante e la secolarizzazione della politica. Ritengono che le preoccupazioni morali siano estranee al liberalismo, e quindi si debba fare ricorso alla religione che può anche essere utilizzata nelle strategie politiche e come strumento di governo; e considerano i valori del diritto naturale un monopolio del pensiero cattolico, cosa che è un errore storico, come si argomenta qui di seguito.

Platone nel dialogo su Le leggi inizia col porre la domanda: “Dio o l’uomo è stato autore delle nostre leggi ?” La risposta è subito: “Dio è stato. Questo è ciò che è più giusto dire, assolutamente”.

Di qui il pensiero greco pose in termini concettuali l’antitesi tra la legge naturale, o “divina”, come la invoca Antigone sotto le mura di Tebe, e la “legge scritta”. L’origine del diritto naturale non è dunque “giudaico-cristiana”, come afferma il senatore Marcello Pera.

Da duemila e cinquecento anni esso è invece pietra miliare di tutta la civiltà occidentale.

Questa antitesi la troviamo nel Digesto giustinianeo, rielaborata dai padri della Chiesa, poi teologicamente forgiata dalla filosofia scolastica.

Il razionalismo moderno la fece in fine nuovamente propria, come giusnaturalismo, incardinandone i principi che da esso derivavano nell’ “Habeas corpus” del 1669, nella Dichiarazione dei diritti del 1789, nei dieci emendamenti della Costituzione degli Stati Uniti (“Bill of Rights”).

Sempre, in queste sue diverse metamorfosi, il diritto naturale si leva come non valicabile limite esterno all’agire dell’uomo. Lo fa tuttavia in modo diverso.

Nella versione tomista, che ritroviamo nel messaggio inviato da Benedetto XVI al convegno di Norcia, il diritto naturale ha carattere ontologico, trovasi cioè impresso nella natura e in quanto tale nella coscienza degli uomini.

Ne deriva che il suo operare nella società è legato alla disposizione degli uomini a riconoscerlo come proprio. Opera cioè come principio etico, a cui presiede la dottrina ecclesiastica, non come necessaria legge della comunità, tanto meno dello Stato.

Il giusnaturalismo moderno, almeno alle origini, mantiene il carattere trascendente del diritto naturale come vincolo esterno dell’agire umano, ma non lo incardina più semplicemente in forma ontologica nella natura. Lo conferisce bensì all’uomo come insieme di diritti inviolabili che gli appartengono in quanto individuo.

Il giusnaturalismo assegna cioè ai diritti naturali forma soggettiva, ponendoli al riparo dallo Stato e richiedendo il loro recepimento nella legge positiva, come legge costituzionale, costituisce cioè “la libertà dei moderni”.

Con ciò si opera una rivoluzione profonda nel modo di concepire la società stessa, perché l’attribuzione a qualsivoglia individuo dei diritti naturali introduce come insopprimibile il principio di eguaglianza, nella forma di diritti civili (che postulano l’eguaglianza di fronte alla legge), diritti politici ( la democrazia, quale unico modo legittimo di governo della società), diritti sociali (quali doveri della società di fornire uguali condizione di sviluppo alla personalità di ciascuno).

Che poi nei circa tre secoli dalla loro enunciazione questi principi abbiano avuto non completa ed uniforme applicazione, ciò non toglie essi abbiano costituito e tuttora costituiscano l’insieme di obiettivi primari ed irrinunciabili d’ogni comunità politica.

Questa è poi la sostanza della rivoluzione laica e liberale, che ha mutato le modalità di vita nella società e i rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Quest’ultima ha tenuto ferma la sua originaria concezione antitetica a quella moderna.

Solo da ultimo, con il Concilio Vaticano II, è approdata ad una più precisa affermazione dei diritti della “persona” umana. “Persona”, non individuo, perché considerata sopratutto come partecipe dei vincoli comunitari che la società esprime. Così la pregiudiziale antiindividualistica rimane come principio dottrinale, ma in qualche modo temperata da un diverso modo di percepire la natura dei diritti.

Tuttavia questo è stato il frutto di un lungo e accidentato percorso.

Pio IX si oppose duramente alla concezione liberale del diritto naturale. Con Leone XIII inizia un percorso nuovo che non fa perno sui diritti, ma prende in considerazione il problema dell’eguaglianza. Di qui i movimenti politici dei cattolici, come in Italia il Partito popolare di Sturzo e la Democrazia cristiana di De Gasperi, che hanno fatto propri i fondamenti dello Stato liberal-democratico.

Più lentamente si è mossa la Chiesa. Sarà Pio XII, nel radiomessaggio del 1942, e poi in quello del 1944, a rivalutare Stato di diritto e democrazia di contro a una partecipe condiscendenza con il fascismo, anche se poi la dottrina cattolica sia tornata sempre a ribadire la condanna del laicismo e del liberalismo.

La lettera di Benedetto XVI al senatore Pera non costituisce alcuna novità per le cose che dice, sempre riaffermate dalla Chiesa cattolica. Lo è invece se si considera il destinatario, presidente del Senato e seconda carica dello Stato.

Lo è soprattutto per l’interpretazione che ne ha dato il senatore Pera. E’ evidente l’impossibilità di esprimere i lineamenti di una concezione liberale, attraverso la tradizionale impostazione neotomistica del Pontefice, come egli fa.

Ed è ancor più sorprendente constatare che il senatore Pera, partendo dalle parole di Benedetto XVI, con piglio alquanto giacobino, sproni i cattolici, gli stessi vescovi, a una coerenza che non potrebbe che avere sostanza clericale.

C’è qui l’idea di poter far sponda con un Pontefice che potrebbe divenire l’artefice di una nuova controriforma della Chiesa, soprattutto volta a riportare ad unità quel pluralismo cattolico a cui il Concilio ha dato modo di espandersi. Ci sembra tuttavia questo un percorso del tutto diverso, anche se Pera sembra auspicare che possa svolgersi in consonanza a quello tutto politico che sta perseguendo.

Così anche la lettera del Pontefice pare piuttosto un’imprudente fiammata, pur con una cautela di fondo, rispetto a un pluralismo cattolico che, nelle condizioni del mondo d’oggi, fa comunque corpo con il carattere universale della Chiesa.

Il senatore Pera aveva stabilito un dialogo col cardinale Ratzinger prima che salisse alla cattedra di San Pietro. La bestia nera era stato il “relativismo” e Pera, volente o nolente, era rimasto nudo, rinunciando nella sostanza al suo laicismo, dato che, dal dialogo, emergeva che il “relativismo” era la caratteristica propria della “cultura moderna”.

Ora questa affermazione può andar bene a un teologo cattolico. Giovanni Paolo II, nel suo ultimo libro, fa risalire la crisi contemporanea alle premesse logiche poste dal “cogito” cartesiano. Affermazione a cui davvero un laico non può consentire.

La critica del “relativismo” del resto non è nuova neppure al pensiero laico che ha anche operato con ciò una piena “restaurazione del diritto di natura”, mantenendo ferma la distinzione tra sentimento religioso, pensiero filosofico e scienza, vedendo in quest’ultima l’accrescimento del dominio dell’uomo sulle cose, non un suo superiore avanzamento morale e spirituale, onde il principio della libertà di ricerca scientifica si accompagna necessariamente ai conseguenti problemi del suo utilizzo, come fu nel caso della fisica atomica, com’è oggi della biologia.

Forse che la sconfitta dei totalitarismi, il lento radicarsi della democrazia, il prevalere del libero scambio, con cui ci affacciamo al nuovo millennio, non sono il frutto principale dello spirito laico ? Anche il laico è uomo di fede, di fede laica appunto.

Il senatore Pera, che afferma di non volere abbracciarne una nuova, sembra insieme negare in tutto quella laica e liberale, che è stata e dovrebbe pur essere sempre la sua.


Da Il Foglio del 29 ottobre 2005