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Inserito il 29-10-2005  
Assunzioni in Facoltà: truccati 9 concorsi su 10
di Antonio Cantero


Fino al tanto contestato decreto di martedì 25 ottobre, i Baroni universitari decidevano la spartizione delle cattedre. Commissioni pilotate favorivano il candidato prescelto in base a equilibri e scambi di favori tra i potenti cattedratici.

E' un peccato che la riforma dello stato giuridico dei docenti universitari sia stata approvata, martedì scorso. Perché il sistema dei concorsi era perfettamente funzionante. Garantiva il risultato sperato nel 97% dei casi. Solo il 3%, infatti, si chiudeva senza consacrare il potere ba­ronale di vita o di morte (accademica, s'intende) sugli aspiranti prof.

Non è solo chiacchiera da bar che negli atenei i baroni decidono a discrezione chi promuovere con la toga pro­fessorale e chi no. È dimostra­to da una lunga ricerca che abbiamo condotto su oltre 700 "valutazioni comparati­ve" (così si chiamano tecnica­mente) i cui iter si sono con­clusi durante l'ultimo anno.

Funzionava così. Una facol­tà metteva a bando un posto. Nominava uno dei cinque membri della commissione, gli altri quattro erano eletti a livello nazionale. Dopo prove, la commissione dichiarava al massimo due idonei. A quel punto una qualsiasi facoltà che avesse "bisogno" di un docente, poteva "chiamarlo" at­tingendo da lì. Il sistema garantiva una spartizione delle cattedre a prova di in­trusione.

Lo testimoniano le inchieste che diverse procure in Italia hanno av­viato negli ultimi mesi, Bari e Bologna le più clamorose.

Le domande presentate potevano essere decine, ma per qualche motivo ignoto, a ridosso dell'inizio delle prove fioccavano le rinunce. E ri­nuncia dopo rinuncia, in gara restava­no in due o tre. Chi ? Li abbiamo conta­ti: 97 volte su cento, restava in pista il candidato indigeno.

Esempio. Concor­so per professore ordinario di Lettere dell'università di Catania. Arrivano in fondo, l'associato catanese e un asso­ciato di un'università di Roma. Il primo chiamato dall'ateneo isolano, l'altro dalla sua università, che non ha avuto neppure bisogno di fare il concorso per promuoverlo. Non basta.

C'era un ac­cordo preventivo sulla nomina in com­missione di uno o più docenti dell'uni­versità che ambiva al secondo idoneo. Per restare nell'esempio siciliano, in commissione c'era un componente che è volato in Sicilia da Roma apposta per assicurarsi che andasse tutto secondo i piani. Non è solo in Sicilia, che questo avveniva.

In un concorso a Bari, per esempio, si sono scomodati in due, sempre da Roma, per dare l'idoneità a un ricercatore romano. Chi era nelle grazie del cattedratico aveva la carriera spianata da un sistema che assicurava la progressione. Con quelle limitate eccezioni che fanno am­montare a una trentina i concorsi che si sono chiusi senza che tra gli idonei vi fosse un vincitore locale.

Probabilmen­te era mancato l'accordo tra i docenti del Collegio degli ordinari di quel setto­re scientifico: il più delle volte, una sor­ta di cupola (lo dicono le inchieste della magistratura) che si riuniva un paio di volte l'anno, in coincidenza con i congressi scientifici più importanti, per de­cidere la distribuzione delle cattedre.

Accadeva perfino che una università bandiva il concorso, ma gli idonei ve­nissero chiamati entrambi da altri ate­nei: cioè si caricavano di fatto le spese per promuovere docenti di altre univer­sità. Spese che mediamente ammonta­vano a non meno di uno-due milioni di euro l'anno per ateneo.

È il caso di un concorso a Camerino per ordinario: i due idonei sono andati uno a Siena (do­v'era stato ricercatore e associato), l'al­tro a Milano (era milanese, da qualche anno a Camerino). O ancora a Catania, dove bandita una valutazione per asso­ciato di Architettura, gli idonei sono partiti entrambi per Chieti. Bizzarro meccanismo, pur previsto dalla prece­dente normativa.

L'ultimo ganglio del­l'articolato impianto concorsuale pre­cedente erano i concorsi banditi da uni­versità nate per gemmazione o comunque da piccoli atenei gemellati con altri più grandi. È il caso di Foggia rispetto a Bari, da cui è nata, o il caso di Cassino, conquista dei romani.

Per un posto di associato di Economia a Cassino, 4 commissari su 5 erano della Sapienza. E, manco a dirlo, ha vinto un ricercato­re romano. Fare nomi non serve, pec­cheremmo di incompletezza non po­tendoli citare tutti.

Su 700 concorsi che abbiamo passato sotto la lente, dovrem­mo citare oltre 950 docenti. Sono elo­quenti già i nomi dati alle inchieste: da Concorsopoli a Parentopoli (quella di Bari).

Forse il sistema delineato dalla ri­forma non sarà perfetto. Probabilmen­te potrà essere migliorato. Certo, ora i baroni dovranno posare i mantelli e nel caso studiare altri modi per facilitare le scalate accademiche dei propri pupilli.


Da Libero del 29 ottobre 2005