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Inserito il 30-10-2005  
Blair "privatizza" le scuole pubbliche. Senza proteste
di Erica Scroppo


Le riforme della scuola non sono una questione capitale e so­prattutto non provocano le on­date di scioperi e proteste di in­segnanti, genitori e studenti tipici del­l'Italia in cui sembra sempre che cambi tutto, ma in realtà nulla cambia.

Si prova, se non va si cambia o si ri­torna sui propri passi, ma senza scal­manarsi e soprattutto senza il ricorso alla piazza, nettamente fuori luogo quando si parla di educazione.

Prima con Thatcher, poi Major e da 8 anni il Nuovo Labour. Le proposte del governo Blair di questa settimana pos­sono essere capite solo partendo da al­cuni princìpi imprescindibili su cui si fonda la società britannica e quindi an­che la scuola.

Quella della fiducia, del­l'onestà e della responsabilità.

Il che non vuoi dire che qui non ci siano diso­nesti e irresponsabili, ma che non ven­gono accettati come insopprimibili e anzi, privati o pubblici che siano vengo­no perseguiti e puniti.

Ho sottolineato questo punto perché la partenza per le nuove radicali riforme della scuola me­dia (11-16 anni) è il diffuso stato di "fal­limento" di molte scuole statali, specie nei grandi centri urbani, in cui il livello di rendimento è basso, la disciplina ancora peggiore e i risultati agli esami finali dell'obbli­go, penosi. Il giudizio, ov­viamente, non se lo danno le scuole stesse, ma esami­natori esterni.

Le ispezioni avvengono a scadenze re­golari di vari anni e gli ispettori - incorruttibili e quasi disumani rottweiler - danno un giudizio oggettivo. Tipo: una scuola in un ghetto perife­rico di popolazione disagiata e con for­te tasso di immigrazione non sarà giu­dicata negativamente se comunque gli allievi migliorano rispetto al loro punto di partenza e alle aspettative per quella zona.

Partendo da queste premesse Blair e la sua ministra dell'Istruzione Ruth Kelly hanno concertato le scuole "statali indipendenti" e autogovernate, formate e gestite sotto forma di "trust". Per garantire libertà di scelta, più auto­nomia alle scuole e più potere ai genito­ri.

L'idea è che le autorità scolastiche fungano solo da intermediarie tra lo studente e le scuole e non più da soste­gno economico. Ruolo in cui invece si spera subentreranno la finanza, le uni­versità, le opere benefiche... Le scuole confessionali, soprattutto musulmane, sono incoraggiate a entrare in questo sistema educativo statale.

Adesso il bacino di utenza delle scuo­le "buone" corrisponde a fasce di resi­denza di ceto medio di reddito e istru­zione - non necessariamente e comun­que sempre meno bianche. In futuro al­lievi di altre zone potrebbero optare per una scuola "migliore" da quella vicino a casa con trasporto gratis per chi ha problemi finanziari, fino a una distan­za di 6 miglia.

Altra possibilità sarebbe di allargare le scuole "buone" e anche far sì che gli allievi di scuole deboli pos­sano essere aiutati da scuole con più successo o addirittura private. In tal modo ne verrebbero avvantaggiati i ra­gazzi con problemi di apprendimento e i più dotati. Uno dei difetti dell'attuale sistema infatti è il livellamento in basso a cui, per classi troppo numerose e mancanza di insegnanti, sono costretti troppi ragazzi con capacità superiori.

I genitori sono invitati a metter in pie­di idee per le scuole divenendo membri di un trust ali 'insegna di "equità e eccel­lenza" per puntare sul singolo allievo e il suo personale successo. Non stupisce che il progetto piaccia ai Tory che ci ve­dono molte delle idee di Thatcher e sia inviso alla sinistra laburista.


Da Libero del 29 ottobre 2005