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Inserito il 8-9-2005  
Il grande inganno dell'Arabia: ma quanto petrolio ci resta ?
di Fausto Carioti


L'Occidente basa la propria politica energetica sulle scorte saudite. Che non sono floride come sostiene Riad. Il libro americano "Twilight in the desert" svela la verità sulla situazione del greggio saudita: da una parte lo sfruttamento intensivo ultratrentennale dei pozzi, dall'altra la mancanza di nuovi siti. Il Golfo è finito in riserva.

L'Occidente ha scommesso il proprio futuro su un numero che potrebbe non esistere. Viaggiamo, investiamo e pro­duciamo nella convinzione che sotto il suolo dell'Arabia Saudita ci siano 262 mi­liardi di barili di petrolio (il 22% delle ri­serve accertate nel mondo), che rappre­sentano la polizza sul nostro benessere, la sicurezza che, qualunque cosa accada, avremo comunque carburante per i no­stri motori e energia per le nostre lampa­dine ancora per decenni. Ma - qui è il bello - non esiste alcuna prova che tutto ciò sia vero: il nostro è, né più né meno, un atto di fiducia cieca nei confronti della dinastia di Riad.

La compagnia saudita Aramco, dal 1979, si rifiuta infatti di spiegare al mondo dove giace il petrolio che dovreb­be farci dormire sonni tranquilli. Lo può fare perché, a differenza delle aziende pe­trolifere europee ed americane, quotate in Borsa ed obbligate alla trasparenza, es­sa è statalizzata e deve rendere conto solo ai principi sauditi. Quel che è peggio, ogni dettaglio che filtra dall'Aramco smenti­sce l'ottimismo di facciata e conferma che il Paese è alle prese, da anni, con un disperato progetto per contrastare il calo strutturale della propria offerta, dovuto all'anzianità e al super-sfruttamento dei campi petroliferi.

Questi ed altri dati sul greggio saudita, tutt'altro che rassicuran­ti, sono contenuti nel libro che più sta fa­cendo discutere l'amministrazione ame­ricana. Si intitola "Twilight in the Desert", è scritto da Matthew R. Simmons, presidente di una banca d'investimento specializzata nell'industria dell'energia, con sede a Huston, nel Texas. Simmons è anche consulente personale del presidente americano George W. Bush.

Le sue tesi, e le implicazioni che hanno per gli Stati Uniti e il resto del mondo, sono state oggetto di una serie di seminari al Center for Strategic and International Studies di Washington, uno dei think tank neo-con­servatori più apprezzati dalla Casa Bian­ca, nel cui board siedono, tra gli altri, l'ex segretario di Stato Henry Kissinger e il "falco" dei democratici Zbigniew Brzezinski.

La mole di dati storici e di nuovi ele­menti che Simmons porta è notevole.

Colpisce, innanzitutto, l'atteggiamento spregiudicato dei sauditi sin dal 1979, quando, in seguito alla nazionalizzazio­ne, rimpiazzarono le compagnie occi­dentali nello sfruttamento del greggio nazionale. Nel 1977 le riserve accertate nel Paese dagli europei e dagli americani am­montavano a 100 miliardi di barili, ed erano in netto calo da anni. Nel 1979 i sauditi smettono di fornire i dati sulle ri­serve di ogni singolo giacimento, ma, con una decisione dal forte sapore politico, innalzano il loro valore complessivo a quota 150 miliardi di barili, che diventa­no 160 miliardi nel 1982 e 260 miliardi nel 1988. Cifra dalla quale, nonostante l'intensa attività estrattiva e la mancanza di nuove scoperte di rilievo, non si sono più mosse.

Eppure il primo colpo all'industria pe­trolifera saudita, sostiene Simmons, l'hanno dato le compagnie occidentali Chevron, Texaco, Mobil ed Exxon già al­l'inizio degli anni Settanta, allorché, per massimizzare gli ultimi profitti prima della nazionalizzazione, decisero di man­dare i giganteschi campi petroliferi in so­vrapproduzione.

Stessa pratica adottata poi dalla Aramco, che per diventare il pri­mo produttore al mondo non ha esitato a spingere sempre più forte la pressione dei pozzi ogni volta che ha avuto la possibilità di conquistare quote di mercato. Per fare questo ha anche praticato enormi "inie­zioni" di acqua sotto i giacimenti, in mo­do da spingere il petrolio in alto. Un espe­diente diffuso, che paga nell'immediato, ma se abusato accorcia la vita del campo petrolifero e riduce la quantità totale di greggio che da esso si può estrarre.

Il quadro del mercato del petrolio di­pinto nel libro mette i brividi, tanti sono i dati fondamentali sottratti a ogni possibi­le controllo.

Dal 1982, infatti, tutti i Paesi aderenti all'Opec hanno smesso di forni­re dati disaggregati sui loro singoli giaci­menti. In questo modo, le cifre complessive date da loro sono diventate assoluta­mente infalsificabili, mentre è forte l'in­teresse di ogni Paese a gonfiarle il più pos­sibile. Il risultato è che la sfiducia recipro­ca regna tra i membri dell'Opec i quali, per poter conteggiare almeno la quantità di petrolio prodotta da ognuno di loro, si sono dovuti affidare a una società ester­na.

Non tranquillizza sapere che la socie­tà in questione, che si chiama Petrologistics, ha la sede a Ginevra sopra una dro­gheria ed è composta da una sola persona. Il signor Conrad Gerber si vanta di avere una trentina di spie dislocate nei porti più importanti del mondo. Ma, siccome sono spie, il loro nome deve rimanere segreto. Così anche i numeri della Petrologistics, su cui si basa la stessa Opec, vanno credu­ti con un atto di fede.

Studiando centinaia di documenti de­positati nell'archivio della Spe, la società degli ingegneri petroliferi, Simmons ha scoperto che già trent'anni fa gli uomini della Aramco si trovarono a fronteggiare il problema dell'invecchiamento dei pozzi. Da allora hanno usato le migliori tec­nologie disponibili, come la trivellazione orizzontale e l'analisi tridimensionale, per allungare la vita dei giacimenti.

Men­tre la ricerca di nuovi depositi naturali di greggio, pure essa condotta con i mezzi più avanzati, non ha dato i risultati spera­ti: salvo qualche piccola area, ogni centimetro quadrato della sabbia saudita è sta­to sondato, ma i giacimenti scoperti sono pochi e di dimensioni neanche paragona­bili a quelle dei primi, immensi campi pe­troliferi aperti da Riad. Dal 1950 ad oggi nel Paese, nonostante gli sforzi, è stato scoperto un solo grande giacimento, nel 1967.

Di fatto l'intera produzione petroli­fera saudita oggi è garantita da campi atti­vi da oltre 40 anni, tutti concentrati nella stessa area, e che per lunghi perìodi della loro vita sono stati spremuti al massimo della capacità.

Eppure le autorità saudite continuano a dichiarare che le loro riserve ammonta­no a oltre 260 miliardi di barili e che, in fu­turo, saranno in grado di aumentare la lo­ro produzione dagli attuali 10,6 milioni di barili al giorno sino a 15,20 e persino 25 milioni di barili. Risponde Simmons: «II mondo non può più stare al gioco del "Fi­datevi". Il velo è stato sollevato. In assen­za di dati dettagliati e verificabili che con­fermino le pretese dei sauditi, è giunto il momento di fare come il bambino della storia e dire che "il re è nudo"».


Da Libero dell'8 settembre 2005