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Inserito il 21-9-2005  
I rischi dell’aborto chimico secondo l’agenzia americana dei farmaci
di Claudia Navarini - docente della facoltà di Bioetica dell’Ateneo pontificio Regina Apostolorum


Come è ormai noto, il 10 settembre è iniziata ufficialmente in Italia – presso l’ospedale Sant’Anna di Torino – la sperimentazione della RU486, nome commerciale in Europa di un farmaco abortivo a base di mifepristone. Non si è però parlato dei rapporti della Food and Drug Administration (Fda) statunitense, che documentano i numerosi casi di gravi effetti secondari della pillola abortiva sulle donne.

Negli Stati Uniti il mifepristrone a scopo abortivo è stato introdotto nel settembre 2000, con il nome commerciale di Mifeprex. Questo farmaco inibitore del progesterone, se assunto precocemente (entro 49 giorni dall’ultima mestruazione), è in grado di arrestare una gravidanza nell’85 per cento circa dei casi. Associato a prostaglandine (solitamente misoprostol), garantisce il 95 per cento di abortività.

Due mesi fa, il 19 luglio, una nota della Food and Drug Administration metteva in guardia sui rischi dell’aborto chimico, “consapevole dei quattro casi di morti settiche negli Stati Uniti fra il settembre 2003 e il giugno 2005, a seguito di aborto medico con mifepristone (Mifeprex) e misoprostol”. Un analogo caso di sindrome da shock tossico era stato riportato in Canada nel 2001.

D’altra parte, il primo caso registrato di morte da aborto farmacologico risale al 1991 in Francia, ovvero nella patria della pillola RU486, dove il prodotto è in commercio già dal 1989.

La letteratura medica sullo shock tossico da mifepristone è vasta ed esauriente.

La rivista “The Annals of Pharmacotherapy” ha pubblicato un articolo in cui vengono descritti con estrema chiarezza il funzionamento della sostanza e la modalità con cui si può ingenerare l’infezione fulminea e letale da batterio Clostridium sordellii.

Non esiste una stima completa e ufficiale dei decessi da aborto farmacologico, ma è evidente una generale presa di distanza dai presunti “benefici” del procedimento e un generale appello alla cautela, dopo i primi anni di cieco entusiasmo per una modalità di aborto che pareva “liberare” le donne dal giogo medico e giuridico dell’aborto chirurgico.

Di fatto, perfino in Cina, dove nel 1992 la pillola abortiva era stata messa in commercio come prodotto da banco, nel 2001 si è compiuto un passo indietro, ammettendo l’aborto chimico solo all’interno di un’attenta procedura ospedaliera. Probabilmente non si saprà mai nei dettagli quali eventi abbiano indotto il mutamento, ma gli esempi occidentali ne lasciano facilmente intuire la portata.

Oltre alle morti per sepsi, sono stati segnalati numerosi casi di complicazioni da aborto farmacologico, tra cui emorragie, nausea, vomito, svenimenti, crampi addominali, fenomeni ipertensivi. Inoltre, resta la possibilità che l’aborto “domestico” non sia completo, e che si debba comunque ricorrere alla chirurgia. Se la gravidanza prosegue – avviene nel cinque per cento circa dei casi – sono altamente probabili malformazioni fetali.

A fronte di tali dati, l’Italia inizia la sperimentazione dell’RU486, che, come è ormai noto, coinvolgerà quattrocento donne, secondo il protocollo già descritto nel 2002 dal ginecologo del Sant’Anna Silvio Viale: la donna “in ospedale dovrà tornare tre volte. Il primo giorno le verrà data la pillola, il terzo giorno il misoprostol, il farmaco a base di prostaglandine che favorisce l’espulsione. Il decimo giorno, un ultimo controllo”.

Né facile né indolore

Sembra semplice, quasi banale, come far passare un fastidioso mal di testa. Una soppressione facile e “indolore” di una vita, soppressione che – si sostiene – “risolve” alla donna i problemi di una maternità indesiderata e i disagi dell’intervento chirurgico; non serve nemmeno il ricovero, il che forse “semplifica” le procedure di autorizzazione all’aborto, e magari riduce le seccature dovute al numero di obiettori di coscienza; una soppressione che per la sua tempestività si può svolgere nella più totale segretezza, senza che neppure il partner ne sappia mai nulla. Insomma, un trionfo dell’autodeterminazione femminile.

Eppure, a ben vedere, che cosa separa l’assunzione della pillola dal “controllo” a dieci giorni ?

Un lungo periodo in cui, mentre si consuma l’agonia e la morte del piccolo nel suo grembo, la donna penserà a molte cose: se l’aborto la farà soffrire, se tutto poi tornerà come prima, se era veramente il caso di inghiottire quella tavoletta assassina, quel pesticida umano (come durante un’intervista lo aveva chiamato il grande genetista francese Jérome Lejeune nel 1990) che non le ha dato davvero molto tempo per riflettere, per essere dissuasa (come dice la legge 194); che l’ha lasciata più sola dell’aborto “normale”, perché attorno a lei tutti vedevano nella pillola abortiva la soluzione facile, comoda, a portata di mano.

Insomma, l’agile “pillola del mese dopo” trasforma l’attesa della gravidanza, cioè del figlio, nell’attesa della sua morte, che dura dieci penosissimi giorni. In quel tempo si può anche cambiare idea, ma non si può più tornare indietro.

Anche il fatto che il decorso post-aborto sia con l’aborto farmacologico meno traumatico è ancora tutto da dimostrare. I dati finora raccolti sulla sindrome post-abortiva dicono chiaramente che la donna va incontro ad un vero e proprio lutto, indipendentemente dall’epoca in cui l’aborto viene eseguito e dalla tecnica usata.

Anzi, è ragionevole ritenere che l’aborto “in casa” investa la donna di responsabilità e sensi di colpa ancora maggiori, perché mentre l’intervento abortivo “classico” viene materialmente eseguito da un medico, nel caso dell’RU486 l’unica vera esecutrice è la donna che assume la pillola, che spia tutti i segnali dell’aborto in atto, che si “libera” del proprio figlio con pochissimo aiuto “esterno”.

Resta da valutare se una simile procedura, così confinata nel privato, e quindi così restia a passare attraverso la consulenza preliminare, sia compatibile con l’attuale legislazione, che vorrebbe formalmente porsi “a favore della maternità”, cercando di rimuovere tutti i possibili ostacoli che portano alla richiesta di aborto.

E’ stato giustamente notato che vi sarebbero vari punti di incoerenza con la legge 194. Sarebbe quindi necessario capire una volta per tutte se la legge 194 vige e vincola anche laddove prevede organi e procedure per evitare il ricorso all’aborto.

Si dovrebbe comprendere – una volta di più – la consistenza delle “regole severissime” e dei “paletti” di cui si parla ogni volta che si è voluto (aborto, fecondazione artificiale) o si vuole (RU486, eutanasia) legalizzare una pratica contraria alla vita umana, tranquillizzando al contempo le coscienze dei meno avvertiti o dei meno disposti a opporvisi seriamente.

Basteranno detti “paletti” a fermare la diffusione della pillola abortiva ?

Alfredo Mantovano rispondeva efficacemente a queste domande già quindici anni fa, quando si iniziava a parlare di RU486, senza ancora conoscere esattamente gli effetti secondari del farmaco, ma avendo ben chiaro l’effetto primario, l’uccisione di un bambino non nato:

L’incoerenza è soltanto formale: infatti, nella sostanza è del tutto logico, dopo dodici anni [ora 27, ndr] di pratica abortiva indiscriminata e a semplice richiesta della gestante, così come di fatto consente la legge n. 194, che il profilarsi all’orizzonte di un sistema in apparenza più pratico e più veloce trovi consensi fra i sostenitori della legalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza” (“Aborto anche in ‘pillole’”, Cristianità, 1990).

Nella triste ipotesi che la RU486 sia definitivamente autorizzata in tutto il territorio nazionale, sarà poi lecito aspettarsi un’ulteriore, tragica beffa: quella del presunto “calo” degli aborti, secondo il vecchio sofisma per cui non c’è miglior rimedio a un male che legalizzarlo. Non sorprenderebbe di vedere calcolati nelle statistiche soltanto i “vecchi” aborti chirurgici, senza sommare a essi i trattamenti a base di farmaci abortivi.


Da Il Foglio del 20 settembre 2005