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Inserito il 21-9-2005  
C’è un errore a quota 23


Perché non conviene (e non è giusto) colpire le rendite finanziarie

Torna, in alcuni ambienti, l’ipotesi di aumento della tassa sulle rendite finanziarie. In parte essa allude alla finanza giustizialista, essendo anche sponsorizzata da ambienti che hanno in mente una sorta di tributo speciale anti Stefano Ricucci. Ma che finirebbe con il penalizzare chiunque partecipi ai giochi borsistici anche con l’obiettivo di realizzare plusvalenze (Ifil compresa).

La proposta è quella di aumentare dal 12,5 per cento al 23 per cento l’aliquota forfettaria sui proventi e le plusvalenze dei titoli a reddito fisso e delle azioni diverse dalle “partecipazioni qualificate” (quelle superiori al 2 per cento per le società quotate).

Si sostiene che, così, il fisco prenderebbe 3,5 miliardi di euro, pur tenendo conto che l’attuale aliquota del 27 per cento sui depositi bancari andrebbe ridotta al 23 per cento, per unificare il regime fiscale di tutte le rendite finanziarie.

Ma questa previsione rischia di essere rubricata nel faldone della fanta-finanza.

Intanto i titoli pubblici esistenti andrebbero esonerati per evitare il discredito per il governo che prima promette un certo reddito e poi lo riduce attraverso un tributo sulle proprie emissioni pregresse. Inoltre l’armonizzazione europea è per un’aliquota del 19 per cento.

I punti d’aumento del carico fiscale non sarebbero dunque 10,5 (dal 12,5 al 23), ma 6,5: dal 12,5 al 19 per cento. E per i depositi bancari la riduzione non sarebbe di 4 punti (dal 27 al 23), ma di 8: dal 23 al 19. Pertanto il gettito si dimezzerebbe, da 3,5 a 1,7 miliardi di euro.

E se si adottasse una aliquota maggiore del 19 per cento l’esito sarebbe peggiore, perché per i titolari di risparmi tassati al 12,5, sarebbe conveniente emigrare nei paesi europei con aliquota del 19 o minore.

Il 23 per cento è fanta-finanza anche in termini di eguaglianza nella tassazione. Infatti, poiché sul 4 per cento di rendimento di un titolo a reddito fisso, il 2 per cento copre l’inflazione, l’aliquota del 12,5 è di fatto un’aliquota del 25. Quanto alle azioni, i loro profitti sono già tassati con l’Irpeg e l’Irap, che arrivano, nel complesso, a circa il 45 per cento dell’utile.

E secondo la Costituzione italiana e i principi dell’economia di mercato, il frutto del risparmio dovrebbe essere favorito, non tartassato.
 


Da Il Foglio del 21 settembre 2005