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Inserito il 24-9-2005  
Quando il “non mollare” è autolesionismo
di Giuliano Ferrara


Tutto quello che poteva fare, Berlusconi l’ha fatto. Compiuta la missione anomala del privato in politica, è ora di cambiare registro. Muovere la scena, sorprendere alleati e avversari. Non è una fuga, ma la cura

Perché non molla? Perché Berlusconi, che non ha fatto a suo tempo un gesto di coraggio battagliero, mettendosi in discussione e scommettendo su se stesso come Schröder e Koizumi, si sta infilando nel bunker? Perché ora ch’è il tempo degli abbandoni pusilli, dell’accerchiamento feroce, dell’insofferenza torva e insieme lucida nei suoi confronti, espone se stesso, il suo partito, la cosiddetta coalizione di centrodestra e soprattutto le idee e le pulsioni che ha rappresentato per un decennio alla prospettiva concreta, ravvicinata, evidente ogni giorno di più, di una devastante sconfitta senza attenuanti, senza speranza, senza futuro?

Perché ha voluto cavalcare in sella al nulla questa estate di scontento, di sfrenati tatticismi sempre destinati alla disfatta dopo gli orrori della “crisi ripugnante”? Perché insiste, quando è a tutti chiaro che ricostituire una coalizione credibile e vincere le elezioni è impresa per lui paragonabile alla vincita del superenalotto, ma senza il jolly? E molti hanno il sospetto che, se pure questa eventualità statistica remota si producesse, sarebbe solo un altro passo nel delirio?

Allo scudiero di Don Chisciotte, Sancio Panza, il duca attribuì per burla il governo di un’isola, che poi era un paesino sperduto nella Mancia. Sancio governò con surreale buonsenso, ma quei burloni sadici che facevano parte dello staff al governatore non davano da mangiare per proteggere la sua salute (così dicevano, conoscendo la sua ingordigia) e le costrizioni formali del governo gli vennero presto a noia, sicché riprese il suo somaro, raggiunse il suo padrone e cavaliere, e si rimise a fare lo scudiero in un trionfo di lealtà cavalleresca e di razionale riconoscimento del proprio ruolo di buon cristiano.

Tuttavia, “pur disdegnando di essere di nuovo governatore, Sancio covava sempre il desiderio di comandare ed essere ubbidito, un inconveniente, questo, che si accompagna al comando anche quando sia stato esercitato per burla”.

E’ questo l’inconveniente che lo tiene nel bollore rancido della politica romana e polista nel momento della sua dissoluzione, facendo di lui stesso l’elemento principale di questa tendenza al suicidio rituale? Nostalgia del potere?

Ma no, il Cav. è destinato comunque a comandare e a farsi ubbidire ancora a lungo. E’ straricco, i magistrati hanno sostanzialmente mollato la loro presa infernale su di lui, ha ancora un carisma popolare che reggerebbe la presenza di un partito più o meno “suo” in una coalizione e in un Parlamento futuri, può reinventarsi mille volte e in mille modi, con l’energia che ha e la fantasia che gli si riconosce, non avendo toccato nemmeno i settant’anni.

Berlusconi non è Gloria Swanson, la maschera tragica sul viale del tramonto che ha un disperato bisogno dei riflettori e della parte e del ciak, è semmai il produttore di quel film di successo, è un Louis B. Mayer che stacca il biglietto al botteghino, destinato a edificare nuovi mondi di filigrana e di cartapesta nel suo regno privato che nessuno ormai gli può togliere.

E dunque? Come spiegarsi tanta cocciutaggine?

L’unica spiegazione seria è questa. Berlusconi non ha capito di aver vinto, e dunque di aver esaurito la sua missione.

Che è sempre stata la missione anomala, di formidabile impatto sulla storia e sulla politica italiana, e proiettata con glamour sulla scena mondiale, di un uomo privato che realizza scopi pubblici decisivi nel fuoco di una tempesta che uccide una Repubblica e fa cadere a uno a uno i suoi dèi.

Quel che doveva e poteva umanamente fare, partendo dal suo status di privato imprenditore che mette su una compagnia di giro fortunata e baldante, l’ha fatto.

Abbiamo il maggioritario che funziona. Abbiamo la stabilità e l’alternanza dei governi. Abbiamo una politica estera irreversibilmente più autonoma dal carro del vecchio europeismo franco-tedesco; siamo amici di chi combatte il terrorismo internazionale, degli inglesi, degli americani, degli israeliani.

Il clima morale del paese è cambiato, la legalità farisaica, politicizzata, codina non ha più per sé il vento in poppa. Un abbozzo di nuova classe dirigente alternativa all’asse della tradizione comunista e cattolico democratica è disegnato, con tutte le ovvie imperfezioni di un progetto titanico fondato dieci anni fa sul vuoto pneumatico.

L’economia sta peggio di come sarebbe stata con una cura di mercato da cavallo, ed è questa la vera “incompiuta” del Cav., ma sta meglio di come la descrivono i propagandisti dell’opposizione che, se arrivassero al governo, dovrebbero poi ripartire dalle idee di riforma che Berlusconi ha introdotto e legittimato in un paese intimamente solidarista e consociativo, caoticamente, per un decennio e oltre. Il muro del politicamente corretto e del laicismo di parata è caduto.

Quando un leader vince e compie la sua missione, deve capirlo e aprire un nuovo ciclo.

La trasformazione integrale di Berlusconi da uomo privato a uomo pubblico era umanamente impossibile, non è quello il suo talento, non era quella la sua vocazione, non era nemmeno il suo programma. Glielo scrivemmo per tempo, nel 2001, cercando di forzare la sua natura: se diventerà un po’ meno ricco, caro presidente, potrà essere padre politico di una maggioranza di italiani e normalizzatore definitivo del sistema politico uscito dalla crisi della Prima Repubblica.

E’ diventato più ricco di prima, e queste scelte private, che hanno una loro logica, si pagano poi nella moneta della credibilità pubblica, bisogna saperlo e accettarlo da adulti. Ma la sua parabola di populista democratico, di liberista all’italiana, di statista che compie grandi svolte con mezzi privatistici e un linguaggio personalissimo e urticante per le cancellerie di mezzo mondo, è stata avventurosa e significativa, feconda, abbagliante, e sarà studiata per decenni come un grande caso di scuola della politica internazionale.

Basta che il Cav. non intigni, che non si intestardisca ad andare oltre le proprie possibilità, basta che capisca questo punto cruciale: sta a lui non diventare un penoso ingombro, sta a lui non sfasciare tutto quel che ha costruito, dare il via a una nuova situazione più modestamente politica in senso professionale.

Punti su un Pisanu, un Letta, un Tremonti, una Moratti oppure un Casini, un Fini, insomma chiunque, e lasci che riparta la competizione per la leadership di una coalizione possibile, che affronti senza drammi l’ordalia delle elezioni prossime venture e intanto cerchi di ricostruirsi per il dopo.

Ci sarà spazio anche per il suo partito, per un suo esercito, non è un abbandono o una fuga: è la soluzione possibile, è la cura.

Sta a lui inaugurare, in zona Cesarini, anzi un minuto oltre il recupero, una storia nuova della destra dopo la rischiosa, anomala, disordinata e affascinante avventura del suo fondatore. La vita continua e può non essere malaccio, se non la si dissipi nel malumore e nel rancore.


Da Il Foglio del 23 settembre 2005