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Inserito il 29-9-2005  
Il peso finanziario e mediatico dei banchieri olandesi dell’Abn Amro


Si è conclusa con una intervista candida e stupefatta concessa da Rijkman Groenink, capo di Abn Amro, a Repubblica, la lunga, controversa operazione che ha portato la tredicesima banca europea per capitalizzazione (Abn, appunto) a prendersi la quarantacinquesima, la Banca Antonveneta di Padova.

Groenink ha spiegato all’intervistatore, Alberto Statera, che Abn non s’interessa di politica né di questioni di potere: si occupa al massimo dei clienti padovani, del personale, del management, degli azionisti e di soddisfare le autorità di controllo. Il resto non è sua competenza.

In realtà il passaggio di mano di quasi il 40 per cento di Antonveneta per 3,2 miliardi di euro arriva al termine di uno scontro che solo di potere è vissuto: un gruppo di raider alleati a un banchiere lombardo a capo della piccola Popolare di Lodi entra in rotta di collisione con il disegno espansionista di una muscolosa banca internazionale già presente in Italia, i cui piani mutano sulla base dell’evoluzione del rapporto tra un banchiere molto potente, Cesare Geronzi e il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio.

La disordinata strategia dei raider viene bloccata da un intervento pesantissimo della magistratura che a sua volta interviene nelle maglie lente delle autorità di vigilanza: manager sospesi, azioni sequestrate, assemblee e offerte pubbliche invalidate e poi una trattativa con l’acquirente olandese che si svolge sotto la tutela e le condizioni poste dai magistrati, compresa quella – quasi grottesca – che prevede il sequestro cautelativo del capital gain per i raider sconfitti, in vista dell’esito del processo per aggiotaggio non ancora cominciato.

Una battaglia in cui Abn, non certo estranea alla cultura dello scontro fisico, ha fatto sentire l’impatto dei suoi 40 miliardi di euro di capitalizzazione e di un notevole sistema di potere.

Un superenalotto

Il suo principale azionista con il 6 per cento del capitale è Ing, la sesta banca europea per capitalizzazione. Il secondo azionista con il 4,7 per cento è Capital Group, un fondo chiuso americano in grado di muovere tutto il peso degli interessi che si possono collegare a 600 miliardi di dollari di partecipazioni gestite.

Nel supervisory board di Abn siedono politici, banchieri e manager internazionali che – ancorché indipendenti rispetto alla banca – danno la misura del network in cui l’istituzione olandese è inserita:
Antony Burgmans, uno dei vertici di Unilever, consigliere di amministrazione dell’assicuratrice tedesca Allianz e di British Petroleum; il banchiere David de Rotschild; Marcus Pratini de Moraes, già ministro brasiliano di Industria e commercio e dell’Agricoltura; Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni; lord Colin Sharman of Redlynch, già numero uno di Kpmg International; Andre Olijslager, già capo della multinazionale alimentare Royal Friesland Foods; Rob van der Bergh, uno dei top manager del grupppo editoriale olandese Vnu; Anthony Ruys, con un passato italiano in Unilever, attualmente presidente del comitato esecutivo del gruppo alimentare Heineken.

Il complesso sistema di relazioni di Abn annovera anche un trascorso rapporto, peraltro indiretto, con la signora Neelie Kroes, commissario europeo antitrust, olandese, che per sei anni dal 1995 al 2001 è stata membro – di nomina del suo governo – del consiglio di sorveglianza di Ncm Holding, un’impresa attiva nell’assicurazione dei crediti all’esportazione, dove all’epoca Abn Amro aveva una partecipazione di minoranza.

Ragione per cui – la difese pubblicamente José Manuel Barroso – l’impresa non figura nella dichiarazione sugli interessi della commissaria”.

Un simile apparato non mise certo al riparo la banca dal tentativo di scalata poi sfumata da parte di Royal Bank of Scotland (seconda banca europea per capitalizzazione con 74 miliardi di euro), ma certamente costituisce un volume di fuoco sufficiente a fronteggiare avversari anche più impegnativi di Gianpiero Fiorani.

Nella partita italiana, sul mercato delle consulenze, ha vinto lo scontro assicurandosi la collaborazione di Guido Rossi, ex presidente della Consob, artefice “grazie alla sua strategia nei confronti dei magistrati e dell’autorità di vigilanza”, come ha scritto ieri il quotidiano MF, della vittoria nella battaglia per Antonveneta (lo stesso giornale si faceva eco della voce che circola in ambienti finanziari milanesi, dove i bene informati parlano di una parcella per il professor Rossi degna del superenalotto).

Ma è sul fronte mediatico che Abn ha sbaragliato gli avversari, tanto da indurre l’ex ministro dell’Economia, il professor Domenico Siniscalco, a sostenere la sua linea ostile al governatore della Banca d’Italia, presentandosi alla riunione del Comitato interministeriale sul risparmio che doveva mettere in mora il governatore con una rassegna stampa costituita dai 167 articoli che il Financial Times, aveva dedicato al caso della Banca d’Italia.

Esiste un collegamento tra Abn e Pearson, il gruppo editoriale che pubblica il Financial Times e l’Economist. Il fondo Capital Group, secondo azionista di Abn, controlla il 15 per cento del gruppo Pearson. Inoltre Abn è un importante inserzionista pubblicitario per FT.

Quali conseguenze ha avuto questa cuginanza sui rapporti tra banca e giornale? Secondo il Financial Times, nessuna dal punto di vista delle inserzioni pubblicitarie rimaste stabili negli ultimi mesi.

Quanto all’atteggiamento editoriale, negli ultimi sei mesi la testata finanziaria ha pubblicato tra la versione cartacea e quella online 1967 articoli sull’Italia.

Di questi 220 concernevano le Opa bancarie, circa il 9 per cento. Una proporzione leggermente inferiore a quella del Wall Street Journal che negli ultimi sei mesi (tra versione americana ed europea) ha pubblicato 947 pezzi sull’Italia, 88 sul caso Fazio- Opa bancarie, poco più del 10 per cento.

E’ interessante rilevare che nel complesso l’attenzione dedicata dai due principali giornali finanziari internazionali all’Italia in occasione delle Opa è superiore a quella che toccò allo scandalo Parmalat: tra il primo agosto del 2003 e il 30 giugno 2004 il Financial Times pubblicò tra cartaceo e online 909 articoli su Parmalat (42 con riferimenti a Fazio), il Wall Street Journal sensibilmente meno: 435 (8 parlavano di Fazio).


Da Il Foglio del 28 settembre 2005