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Inserito il 29-9-2005  
Gli avversari di Antonio a caccia di alibi
di Francesco Forte


Il presidente Berlusconi ha fatto appello alla coscienza del gover­natore Antonio Fazio perché dia le dimissioni. La campagna di stampa contro Fazio, minacciato an­che di avvisi di garanzia, nel caso non voglia lasciare l'incarico, non ha aiuta­to a risolvere la questione.

In passato Fazio ha avuto gravi colpe, nei casi Cirio e Parmalat, e l'attuale ministro Tre­monti voleva, allora, che si dimettesse. Fu difeso a spada tratta dalla sinistra, in quanto il vertice della Banca di Italia è da 10 anni controllato dalla sinistra cattolica o diessina, con l'aggiunta di qualche simpatizzante dei vetero azio­nisti. Anche alcuni nel centro destra so­stennero Fazio.

E fu Tremonti, non Fazio, che perse il posto, per aver voluto chiarezza in questa vicenda che ha in­giustamente impoverito tanti piccoli risparmiatori italiani. Tremonti ora chiede le dimissioni di Fazio per le ra­gioni di allora. Berlusconi ha chiesto che Fazio si faccia da parte, soprattutto in relazione alle vicende recenti, in cui il governatore ha protetto le banche ita­liane contro quelle estere.

Le colpe recenti del governatore sono assai discutibili. Esse consistono nel­l'avere favorito una cordata nazionale nella scalata ad Antonveneta, guidata dalla Bpi ex Lodi, in contrapposizione alla AbnAmro, potente multinazionale bancaria olandese. Il governatore l'ha fatto, mantenendosi nell'ambito di leg­gi discrezionali che glielo consentono.

Ciò ha suscitato un vespaio nell'am­biente finanziario intemazionale, in quanto il protezionismo bancario è contrario ai principi europei.

Ma è noto che la vera colpa dì Fazio sta nel fatto che alcuni degli scalatori, che parteci­pavano all'operazione della Popolare di Lodi intendevano usare i guadagni in tal modo realizzati per scalare Me­diobanca ed Rcs, la casa editrìce del Corriere della Sera. E qui è scattata la reazione rabbiosa delle maggiori cen­trali finanziane italiane.

Fazio aveva creduto di premunirsi, favorendo an­che la scalata da parte della cooperati­va rossa Unipol alla Bnl contro gli spa­gnoli del Bbva. Anche questa scalata è stata facilitata dal governatore con po­teri discrezionali che la legge gli da. E, a differenza dell'altra, sembra stia an­dando in porto, forse perché gli spagno­li sono meno potenti degli olandesi o perché lo scalatore ha agito più abil­mente. O forse anche perché ci sono due pesi e due misure, fra Roma e Milano.

Ma intanto Fazio è stato avvol­to dalle critiche. E anche Berlusconi è intervenuto, con le cautele dovute al fatto che le banche centrali sono autonome.

Il go­verno ha una ragione importante, per chiedere che Fazio si dimetta, indipen­dentemente da queste vicende perso­nali. Si tratta della riforma della Banca d'Italia, secondo cui il mandato del go­vernatore è a termine, non a vita come ora. Nessun'altra carica di governato­re è a vita. Fazio ha già superato am­piamente gli 8 anni, ne ha fatti 12, di go­vernatorato. Ma la riforma, come ogni legge del genere, vale per il futuro, non per il passato. E per giunta lo statuto della Bce, di cui la Banca di Italia fa parte, impedisce che i governi degli sta­ti membri mandino a casa i governato­ri.

La sola possibilità che Fazio lasci l'incarico consiste in una sua decisione o nella revoca da parte del Consiglio Superiore della Banca d'Italia, organo autonomo composto di 13 persone, gra­dite al governatore stesso, ma ufficial­mente nominate dalle grandi banche che compongono la maggioranza del­l'azionariato di Bankitalia (altra ano­malia italiana). Questo Consiglio può sfiduciare Fazio, con un voto di due ter­zi dei suoi membri. Essendo autonomo, il governo non può obbligarlo a votare questa revoca né metterla all'ordine del giorno.

Si dà il caso che gran parte dei membri di questo Consiglio Superiore siano molto vicini a Prodi o ai Ds, in quanto nominati nell'epoca in cui essi facevano il bello e il cattivo tempo. Se dunque occorre che Fazio venga dimis­sionato, i politici del centro sinistra e la grande stampa dovrebbero rivolgersi direttamente a questi personaggi. Non si cerchino alibi altrove.


Da Libero del 29 settembre 2005