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Inserito il 25-2-2006  
Mai che un imam...
di Anna Bono


Sulla mia scrivania due libri, due storie di donne islamiche: una morta e una viva, benché terribilmente deturpata.

Della prima, Dalia, una giovane giordana di Amman, sappiamo che fu vittima di un omicidio d'onore dal racconto della sua più cara amica, Norma Khouri, fuggita per vivere libera prima in Grecia e poi in Australia, dove abita adesso.

Il suo libro, pubblicato in Italia da Mondadori, si intitola L'amore ucciso.

Dalia è morta per essersi innamorata di un giovane cristiano e, pur consapevole di non poter ottenere dalla propria famiglia il consenso alle nozze, per averlo tuttavia incontrato qualche volta di nascosto, con l'aiuto dell'amica Norma: tutto qui. Scoperta da un fratello, una notte, mentre dormiva in camera sua, è stata uccisa dal padre per salvaguardare il buon nome della famiglia.

Parenti e vicini si sono complimentati con lui per la punizione esemplare. Per volontà della famiglia, la salma di Dalia è stata portata in un cimitero, e sepolta in un fossa anonima senza alcuna cerimonia, direttamente dall'obitorio dove era stata sottoposta ad autopsia non per accertare le cause della sua morte, ma per verificare se era ancora vergine oppure no (e risultò che lo era).

E poi c'è Fakhra Younas, un'ex ballerina pakistana, bellissima, la cui storia è narrata in un libro edito da Mondadori, Il volto cancellato.

L'ultima e la maggiore delle sue disgrazie, dopo un'infanzia e un'adolescenza già segnate da vicende dolorose, è stata di sposare il giovane rampollo di una delle famiglie più potenti e ricche del Pakistan: un matrimonio che, dopo pochi mesi, è diventato un incubo di violenze fisiche e di intollerabili umiliazioni.

Inutilmente la giovane sposa ha cercato rifugio presso una sorella. Un mattino il marito, accompagnato da tre guardie del corpo, ha fatto irruzione in casa sua, l'ha immobilizzata e l'ha punita per la sua fuga inondandola di un acido che le ha corroso viso, collo, petto e braccia.

L'intervento di una delle mogli di suo suocero le ha permesso di lasciare il Pakistan nel 2001, alla volta di Roma dove da allora è assistita dall'associazione Smileagain, grazie alla quale una serie di interventi chirurgici le stanno restituendo almeno la funzionalità di occhi, naso e bocca.

Queste due storie hanno molti elementi in comune.

Dalia e Fakhra conoscono dolore e paura fin dall'infanzia. Sono entrambe vittime di violenze decise e perpetrate in ambito domestico, familiare, per opera di congiunti.

Il padre di Dalia e il marito di Fakhra vivono liberi e soddisfatti, non hanno passato un solo giorno in prigione e non sono mai neanche stati processati per quel che hanno fatto. Infine sappiamo della loro esistenza per caso, e non perché le loro siano vicende eccezionali che hanno attratto l'attenzione dei mass media.

Al contrario, centinaia di milioni di bambine e di donne si trovano nelle loro stesse condizioni e migliaia di esse ogni anno subiscono la loro sorte.

Questo perché le aggressioni di cui sono state oggetto, nel contesto in cui si sono verificate, non sono considerate atti anomali, trasgressioni estreme compiute da personalità alterate, sanzionabili e universalmente riprovate. Sono invece comportamenti istituzionalizzati e quindi normali: perciò non soltanto sono ammessi e consentiti, ma bensì prescritti, doverosi, meritori.

Anomalo, deviante, trasgressivo è piuttosto il comportamento delle donne disobbedienti e ribelli, giustamente e necessariamente punite da chi ne ha la tutela.

Allo stesso modo sono istituzioni da rispettare e imporre il matrimonio forzato, quello segreto e quello temporaneo della tradizione sunnita, il prezzo della sposa, il ripudio e la poliginia, il velo e la segregazione femminile domestica, ovvero l'harem, le mutilazioni genitali femminili (almeno per gli islamici erroneamente convinti che si tratti di prescrizione divina).

Mai che un imam esorti i fedeli a gremire le strade reclamando giustizia e tutela per le donne violate. Allora sarebbe più facile parlare di dialogo, di rispetto reciproco e chiedere scusa se qualche volta, senza volerlo, offendiamo l'islam e i suoi fedeli.


Dal sito www.ragionpolitica.it