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Inserito il 21-3-2006  
Domande fuori dal coro
di Antonio D'Amato


Mi fa piacere scrivere questa breve Prefazione al libro di Lodovico Festa. È una voce fuori dal coro, rara di questi tempi. L'autore cerca una chiave di lettura degli avvenimenti di questi ultimi tre anni, ponendosi domande su vicende intricate come quelle che nascono dai casi Cirio, Parma-lat, Bnl, Antonveneta, Unipol e così via. Domande che tanti opinionisti, cronisti anche bene informati si guardano bene dall'affrontare. E accenna persino a qualche risposta.

Mi sembra utile, qui, riassumerle e accompagnarle con qualche riflessione personale.

La prima questione è: come mai sulla vicenda dei bond Cirio e Parmalat solo pochissimi posero con fermezza il problema dei problemi.  Cioè quello dell'inadeguatezza del sistema di controllo sul risparmio  in Italia, e dunque la necessità di riformare i poteri e le regole di  Bankitalia.

Se si considera la gravità dei problemi posti dalla truffa,  innanzitutto verso i risparmiatori, dell'industria agro-alimentare emiliana (e della Cirio), di cui Festa riassume più di un tratto, non può non stupire che alla fine coloro che cercarono di andare fino in fondo siano stati in un numero così limitato. Sostanzialmente Giulio Tremonti, Bruno Tabacci, Giorgio La Malfa (che poi ebbe ripensamenti) e la Confindustria di allora.

Ed è poi interessante notare che quanti  si esposero in quella occasione furono in seguito rapidamente  ridimensionati, sconfitti o perfino allontanati dal governo come nel  caso di Tremonti.

In quell'occasione si chiusero a riccio, a difesa della sacralità della  Banca d'Italia, parte rilevante del sistema politico, in un raro sforzo  bipartisan, la gran parte dei media e le forze centrali del vecchio  establishment economi-co-finanziario, di cui Festa ricorda il carattere  malandato e che proprio in quel periodo riuscirono in parte a  ricomporsi.L'attacco a Fazio venne spesso descritto come un sacrilegio  da tanta parte di quella stampa il cui appoggio non manca mai in simili  circostanze.

Trascorso un anno, gli stessi ambienti, le stesse lobby schierati a  difesa di Fazio furono quelli che si scagliarono contro il governatore:  lo fecero concentrandosi essenzialmente sugli aspetti personali dell'affaire Antonveneta. Linciando l'uomo con una grande messe di intercettazioni telefoniche, e restando del tutto indifferenti rispetto alla questione fondamentale delle regole inadeguate.

Anzi, ben contenti che la questione delle regole inadeguate non si  ponesse: non sempre la trasparenza aiuta un certo modo di fare affari.

In sintesi, la prima domanda scomoda che viene da porsi di fronte a tutto ciò è se l'impulso fondamentale di questa giravolta di ambienti e lobby potenti non sia stato determinato essenzialmente da interessi  specifici, dalla difesa di questo o quell'assetto di potere, più che dalla tutela di princìpi, già tante volte traditi.

La seconda domanda che emerge dall'esame innanzitutto delle vicende più recenti, la battaglia delle opa e delle contro-opa del 2005, nonché della scalata al Corriere della Sera, riguarda la credibilità delle  descrizioni che ci vengono offerte da larga parte della stampa: un improvviso arrembaggio di avventurieri, affaristi e immobiliaristi d'assalto.

Ma da dove nasce questa orda selvaggia che assedia centri rilevanti dell'economia italiana? Non c'entra per nulla il modo in cui si è svolta la lotta per il potere economico in questi ultimi anni? Non ha contribuito a formare il clima adatto all'emersione degli avventurieri il modo forsennato e spregiudicato in cui si è aperta la lotta per la  successione di Cuccia a Mediobanca, fino a vicende come lo smembramento della Montedison?

Non è stata quella alla quale si è assistito una sorta di rissa, in cui le operazioni economi-che erano malamente camuffate con piani industriali improvvisati, ma la logica era quella della ricerca del potere? Non si è assistito a una sorta di prolungato regolamento di conti, per di più per cercare spazi in un «salotto» sempre più vecchio e sempre meno buono? Non sono state queste feroci battaglie spesso al di fuori e al di là delle regole e delle logiche economiche ad aver aperto la strada agli avventurieri?

E evidente che, quando la competizione tende a essere essenzialmente una rissa, gli affaristi come quelli che si sono affacciati alle cronache italiane dello scorso anno riescono a trovare il loro spazio.

Una terza domanda riguarda, poi, quanto si possa considerare utile per un capitalismo maturo, per una democrazia pienamente dispiegata, per una società realmente «aperta», la presenza massiccia di banche e industrie nei giornali. E quanto lo siano gli intrecci incestuosi, come li chiamava Raffaele Mattìoli, tra banche e imprese.

E' fisiologico che industrie piene di debiti fino quasi al collo, che impongono alla società italiana il sacrificio di dirottare le risorse finanziarie del sistema del credito nazionale per evitare i loro crac e bancarotte, mantengano investimenti ingenti nelle proprietà di media, definendoli addirittura strategici?

È stato opportuno che banche famose per i loro incagli puntassero alla proprietà di quotidiani o di imprese industriali?

Non è infondata la convinzione che questo ingaggio straordinario di presenza nei settori dell'editoria e del credito da parte di imprese  (che dovrebbero investire nel proprio core business) per diventare più forti o in qualche caso addirittura per risanare i propri bilanci in difficoltà, sia patologico per un capitalismo moderno e nasca dalla  volontà di condizionare opinione pubblica e istituzioni, più che da disegni illuminati (e tanto meno da piani industriali).

Questa realtà non è che il sintomo di un establishment malato, il quale in questo modo, invece di curarsi, cerca solo di nascondere la propria debolezza.

Da qui la quarta domanda: ma è proprio questo il vero volto del capitalismo italiano? È proprio inevitabile un destino che consegna il centro dell'economia e della società a un establishment vecchio e debole? E che tipo di capitalismo si produce mediante questa scelta?

Abbiamo  assistito a ventate d'indignazione scatenate per le scorrerie degli affaristi e immobiliaristi del 2005: sentimenti spesso ben giustificati. Quando però i comportamenti scorretti, i trucchi verso i risparmiatori, l'opacità delle condotte, il soffocamento della competizione, quando queste stesse azioni provengono dai soliti noti, allora diventano legittime, etiche, commendevoli, come tanta stampa controllata o partecipata spesso da quegli stessi noti ci vuole far credere.

Le vie di coloro che vogliono che tutto cambi perché niente cambi sono molteplici.

Anche la questione degli investimenti di capitali stranieri nel nostro Paese, scelta che in via generale non si può non apprezzare, diventa perversa quando si tratta di svendere asset nazionali pur di non modificare le regole.

Ogni tipo di competizione, di concorrenza, fa bene all'economia e alla società, ma quando una presenza straniera si aggiunge a un sistema chiuso senza «aprirlo», non crescono né la concorrenza né i benefici per i consumatori: si è visto in campo energetico con l'ingresso dell'Edf, che non ha portato alcun beneficio dal lato dei costi per i consumatori. Vedremo adesso con l'acquisizione di due banche nazionali da parte di Abn Amro e di Bnp. Saremmo felici di essere smentiti e siamo pronti a riconoscere una previsione sbagliata.

Ma ci pare che una via decisa per la liberalizzazione della nostra economia, non sia stata ancora imboccata. E che ci restino, appunto, solo le cessioni di asset nazionali.

Comunque, tornando alla quarta domanda che ci facevamo, la risposta è: no, non è quello del vecchio e malandato establishment  economico-finanziario il vero volto del nostro capitalismo.

È piuttosto quello delle centinaia di migliaia di imprenditori che creano sviluppo, che non puntano sul «potere» ma sulle proprie imprese, sulla propria inventiva, sulla conquista dei mercati internazionali. Sono questi imprenditori che rappresentano la nostra migliore realtà.

Certo, anch'essi soffrono la zavorra di cui un invecchiato, fragile establishment grava il decollo di una nuova fase di crescita e modemizzazione.
Un tappo difeso da forze sempre più estenuate, ma sempre ben schierate a guardia della conservazione.

Togliere questo tappo, lacerare la coltre d'ipocrisia che lo protegge non è affatto facile, come io stesso ho sperimentato: ma non sono affatto pentito di ciò che ho fatto. La posta vai bene l'impegno personale.
E, naturalmente, occorrono voci fuori dal coro, com'è il libro di cui scrivo questa Prefazione.


Da Il Giornale del 21 marzo 2006