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Inserito il 21-4-2006  
Urge una rivoluzione culturale.
Angelo Crespi


Ecco perché l’icona di Gramsci incombe sul centrodestra

L’icona di Gramsci incombe sul centrodestra ora che non ha vinto le elezioni. Qualcuno, perfido, pensa addirittura che siano state perse. Vinto o perso è uguale: Gramsci e il suo progetto, di fare la rivoluzione attraverso la cultura, resta lì come una di quelle pratiche inevase che i burocrati dimenticano sotto pile di scartafacci.

Eppure, una politica culturale sarebbe servita al governo Berlusconi per ottenere il consenso necessario alle riforme. E non stiamo parlando di cose leggere (la poesia, il cinema, l’arte, il vaudeville…) che poi leggere non sono; anzi in campagna elettorale hanno pesato alquanto, come al solito a sinistra, i poeti e le rispettive vedove, i registi e gli attori, gli scrittori, i teatranti e gli allestitori d’arte.

Stiamo parlando del consenso culturale imprescindibile per poter condurre in porto anche quella tra le riforme che s’immaginerebbe la più condivisa – l’abbassamento delle tasse – ma non in un paese come il nostro in cui lo statalismo è un peccato originale e l’idea “più tasse” si accetta felici per stolida fedeltà al partito.

Si prenda il capitolo “Imposte e tasse” dell’insuperato baedeker politico di Barry Goldwater, il “Vero conservatore”, per capire quale pensiero si doveva veicolare prima, così da preparare il terreno. Il sogno che si potesse invertire l’egemonia culturale, meglio il perpetuarsi meccanico e asfittico di un’egemonia, si è infranto quasi subito.

Quando fu chiaro che lo sprezzo verso il “culturame” proseguiva dai vecchi democristiani ai nuovi liberali. Anche con esiti surreali; come quando, mentre si perdeva la campagna mediatica per riottenere dalla Francia Cesare Battisti, un terrorista condannato per omicidio, si affidò la Biennale cinema, la manifestazione italiana con più eco al mondo, a Marco Muller quarto firmatario (toh!) di un appello a favore del Battisti medesimo.

Insomma, da un lato si faceva la figura dei vetero-fascisti, dall’altro si omaggiavano i laudatores del terrorista.

Cose che capitano. Specie quando ingenuamente si vuole apparire liberali a tutti i costi. Solo che i politici di centrodestra sono stati liberali nelle scelte degli uomini, finendo per pescare dalla solita nomenklatura intellettuale e guardandosi bene dal costruirne una diversa.

Ma sono stati paradossalmente illiberali nei risultati della loro politica culturale che non si è discosta dal passato: si vedano le due Biennali prodotte dal centrodestra in cui ha prevalso ancora il nichilismo dell’arte concettuale; si vedano i fondi per il cinema che hanno gratificato una pletora di cineasti militanti sprovvisti di talento e forniti di tessera di partito; si veda la Rai in cui ha dominato, nonostante i lai della sinistra contro il regime, la solita sindacatocrazia giornalistica.

Perfino nei domini personali di Berlusconi ha talora prevalso l’incongruenza e gli acerrimi avversari vengono fin esaltati: Marco Travaglio distribuito a pile nei Blockbuster, Wu-Ming esportati ovunque da Mondadori, alcune scelte editoriali di Mediaset in controtendenza rispetto ai valori propugnati dal governo.

Certo, tutto in nome del liberalismo. Ma fino a che punto può spingersi un liberale nel gratificare chi non accetta i principi liberali?

La costruzione dell’identità

E’ ovvio che spettava al centrodestra non di produrre geni, che nascono quasi sempre in opposizione alla politica e ai regimi, ma di preparare una nuova classe dirigente in campo culturale.

Non sostituire la vecchia egemonia con una nuova; almeno far crescere accanto alle vecchie incrostazioni, nuovi pensieri nell’informazione, nella letteratura, nell’arte.

Così non è stato.

Anche la costruzione dell’identità politica del centrodestra è risultata marginale, affidata a pochi testardi intellettuali. E invece sarebbe stato vincente riuscire a trasfondere nelle recenti elezioni il consenso sui valori ottenuto con il referendum sulla procreazione medicalmente assistita.

Per questo motivo, nei prossimi mesi sabbatici in qualsiasi prospettiva si guardi al centrodestra (rafforzamento dei singoli partiti, o costituzione di un partito unico) urge riflessione sull’ossimoro: gramscismo liberale. Evitando di dar ragione all’aforisma più sconsolatamente vero di Gramsci: “La storia insegna, ma non ha scolari”.

Ah, quel Gramsci.


Il Foglio del 18 aprile 2006