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Inserito il 23-4-2006  
E ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci
Angelo Crespi


I politici del centrodestra non hanno capito l’importanza della cultura e l’utilità di un progetto gramsciano. Perché per governare ci vuole il consenso e solo la cultura permette di ottenere quel consenso necessario per immaginare la rivoluzione liberale.

Purtroppo spesso abbiamo chiamato nelle istituzioni che contano uomini di sinistra, continuando a elargire prebende alla solita vecchia classe intellettuale. Una sorta di autolesionismo che ha impedito di scalfire la cappa di conformismo e politicamente corretto

LA CULTURA

Ecco perché a destra serve leggere Gramsci. La rivoluzione liberale non c’è stata, colpa di una classe politica miope

Avrei potuto scrivere questo pezzo ancora prima di conoscere l’esito elettorale. D’altronde gli errori che il Centrodestra ha commesso in campo culturale sono errori che non avrebbe dovuto commettere sia nel caso di sconfitta (come è accaduto) sia nel caso di vittoria (come purtroppo non è stato). E sono errori che il Domenicale ha evidenziato costantemente ogni settimana in questi 5 anni di lavoro.

La cosa più grave non sono i singoli casi, bensì la mancanza in generale di una adeguata politica culturale per creare quel consenso vitale alle riforme, quel consenso indispensabile per ottenere la rivoluzione liberale che si preconizzava nel 1994 e poi nel 2001 e di cui il Paese avrebbe gran bisogno.

Dire che ci vuole Gramsci, cioè che è necessario un progetto gramsciano anche nel centrodestra, cioè che solo attraverso la cultura può realizzarsi una vera rivoluzione, non è azzardato. Non significa rinnegare la nostra idea liberale, imponendoci metodi illiberali.

Proprio la nostra ingenuità liberale ci ha condotto al disastro, lasciando che vincesse ancora la menzogna dell’egemonia post-comunista.

Quando si è trattato di scegliere uomini, dare prebende, incardinare esperti nei vari settori della cultura, ci siamo comportati da ingenui liberali: abbiamo espresso la nostra giusta propensione alla libertà, soprattutto cercando di non imporre nostri uomini.

E così abbiamo finito per omaggiare i soliti: o vecchi arnesi scialbi e ormai incapaci di pensieri nuovi che da sempre succhiano la mammella del potere, o giovani allevati alla scuole della vecchia egemonia. E così pensavamo di aver fatto bene, pensavamo perfino che gli altri ci avrebbero riconosciuto la nostra liberalità.

Non abbiamo però mai badato ai risultati: nell’informazione, nell’arte, nel cinema, nella scuola, nelle università, nelle fondazioni, negli enti musicali, nelle case editrici.

Proprio sui risultati avremmo dovuto puntare invece la nostra attenzione.

Sui risultati avremmo dovuto essere liberali davvero, facendo in modo non che si sostituisse la vecchia egemonia con una nuova (imporre un pensiero è sempre cosa disdicevole), bensì che accanto alle vecchie incrostazioni nascessero nuovi pensieri nell’arte, nel cinema, nella scuola, nella storia, nell’informazione, nella televisione.

Avremmo dovuto, pur nell’individualismo che spesso ha contraddistinto il pensiero di destra, creare reti, luoghi di incontro, giornali, riviste, dare ai giovani spazi di crescita, prevedere percorsi di studio, finanziare ricerche e, perché no, carriere.

E questo compito spettava alla politica.

Perché se è vero che non spetta alla politica creare geni, anzi i geni nascono quasi sempre per avversità alla politica e ai regimi, spetta però alla politica creare una nuova classe dirigente, spetta alla politica creare le condizioni (visibilità, opportunità, e diciamolo senza pruderie, soldi) perché una nuova classe intellettuale possa finalmente liberare l’Italia dalle pastoie di un’egemonia culturale stucchevole.

E invece il Centrodestra ha fatto il contrario: non ha puntato sui giovani; ha omaggiato i soliti noti, lesti nel voltare gabbana; si è spesso affidato ai peggiori adulatori; ha lasciato vivacchiare le poche buone iniziative, nate controcorrente rispetto al generale disinteresse.


Dal sito www.ildomenicale.it