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Inserito il 12-5-2006  
La grande truffa declinista
Editoriale


La propaganda e l’economia reale. Storia di una grottesca mistificazione

L’economia sa come organizzarsi nei tempi difficili anche indipendentemente dalla politica. I dati sul pil e sulla produzione industriale diffusi ieri dicono che non era stato il governo di centrodestra a mettere in crisi l’economia italiana. E la lunga discussione sul declino era stata una campagna di propaganda, nata più o meno così.

L’inizio del governo Berlusconi aveva coinciso con una emergenza economica legata a tre fatti: l’introduzione dell’euro, che dopo un periodo troppo breve di doppia circolazione con la lira, aveva determinato il disorientamento dei consumatori alle prese con un cambio traditore che spingeva verso il 2 a 1, e un effetto di trasferimento di ricchezza dai dipendenti agli autonomi; il momentaneo cortocircuito causato dall’11 settembre (poi riassorbito praticamente da tutte le economie occidentali); e, infine – la questione più delicata – la ristrutturazione del sistema industriale italiano dovuto in parte al confronto con i paesi asiatici che esponevano il tessuto delle piccole e medie imprese italiane a basso valore aggiunto a una dura concorrenza, e in parte alla crisi di alcune grandi manifatture che facevano mancare l’effetto volano (il caso Fiat è emblematico).

 Il governo Berlusconi ossessionato dall’ottimismo (e dall’obbligo di ostentarlo), invece di avvisare l’opinione pubblica, di prendersi un po’ di tempo, di rivedere i programmi, di anticipare il nemico, si rifugiò nel negazionismo – grave errore – scommettendo su una imminente ripresa.

Sul negazionismo berlusconiano si innescò la campagna declinista, condotta con gli strumenti eleganti ma grotteschi della propaganda, l’aiuto di professionisti amici, di professori disponibili e di qualche opinionista così così: il declino doveva sembrare la destinazione naturale del berlusconismo – e a qualcuno, più ingenuo o ideologizzato, lo sembrava davvero.

La mistificazione propagandistica, un po’ dal sapore di grande truffa, non aveva interesse a ragionare sugli errori relativi all’introduzione dell’euro (commessi a destra e a sinistra), sulla crisi che investiva anche le altre grandi economie continentali, sulle conseguenze dell’allargamento europeo e della concorrenza asiatica, sulla rigidità del confronto – molto astratto per la verità – tra mercatisti e dazisti, o sull’assenza di un complessivo disegno di politica economica e industriale da parte del governo (emersa successivamente, per esempio con lo scontro sulle banche e il dibattito sul rapporto tra nazionalismo economico e globalizzazione dei mercati).

Nel frattempo la realtà stava andando avanti. La struttura economica stava cambiando con il ridimensionamento delle grandi imprese, la terziarizzazione, la ristrutturazione anche nelle tradizionali aree del miracolo, come nel Nordest passato in trent’anni dalla metalmezzadria alla globalizzazione dei Benetton e infine al ripiegamento nelle rendite (anche dei Benetton).

 La mistificazione partiva, ovviamente, dall’uso delle cifre su cui per cinque anni ci siamo intrattenuti: abbiamo discusso e litigato sull’inflazione, sui grandi cantieri, sulle riduzioni fiscali.

Un intelligente sociologo, Luca Ricolfi, sull’intuizione dell’inattendibilità dei numeri nel dibattito politico è diventato una star.

Persino sull’occupazione stabilmente in crescita, la militanza intellettuale di un pezzo degli osservatori economici ha puntualizzato che quel piùzerovirgola ogni anno era solo il risultato delle regolarizzazioni di extracomunitari, per dire che in fondo la legge Biagi (ribattezzata 30 dai puristi che non vogliono passare per collaterali del giuslavorista) non era un granché.

Il sostegno al declinismo è arrivato anche dalla grande impresa, dai suoi giornali e dalla sua rappresentanza, la Confindustria.

Una parte degli industriali tifava declino per due ragioni: per sostenere richieste d’aiuto peraltro sostanzialmente sempre negate dal governo, a causa di una resistenza culturale diffusa nel centrodestra e di una certa mancanza di visione (per esempio nello scarso sostegno agli investimenti privati, soprattutto in settori esposti al rischio di instabilità economica e normativa); e per intervenire nella partita politica, in cui certi colpevoli passaggi a vuoto berlusconiani (per esempio la campagna elettorale per le regionali del 2005) davano la sensazione che il presidente del Consiglio fosse spacciato e che sterminate praterie di potere si aprissero.

Adesso la ripresa è cominciata: ordinativi e fatturato delle imprese crescono, la dinamica delle retribuzioni è sopra l’inflazione, le entrate fiscali crescono (secondo alcuni osservatori forse anche grazie a un piccolo effetto Laffer, dal cognome dell’economista che diventò famoso per un’idea: se riduci la pressione fiscale sale il gettito), la fiducia dei consumatori è buona, la produzione industriale segna +6,8 per cento a marzo e +4,8 nel primo trimestre rispetto al primo 2005, le stime sul pil nel primo trimestre di quest’anno (+1,5 per cento) indicano il miglior risultato da cinque anni a questa parte.

 Che cosa è successo? Innanzitutto che Silvio Berlusconi è stato sfortunato, se si votasse con questi dati, potrebbe recuperare i venticinquemila voti che gli sono mancati (e che comunque non avrebbe conquistato partecipando a “Terra!”).

In secondo luogo, è capitato che il declino non c’era.

L’Italia ha una specie di costituzione materiale che funziona anche in economia: una certa mobilità d’impresa e il vecchio spirito commerciale che spinge a lavorare, a ristrutturarsi, a fare a meno della politica.

Questa costituzione materiale sta funzionando tanto per la Fiat quanto per la media impresa, il nuovo soggetto in crescita. Il resto della discussione, cioè almeno tre anni di inutile scontro propagandistico, non sembra essere servito a molto.

Romano Prodi cerchi di tenerne conto: non deve ristrutturare le riforme berlusconiane, il mercato del lavoro, la politica fiscale. Sarebbe sufficiente che egli fosse in grado di vigilare sulla spesa pubblica e di disegnare la politica economica di una media potenza regionale. Ciò su cui il governo uscente ha inciampato, anche per merito o colpa della propaganda basata sul nulla.


Da Il Foglio del 12 maggio 2006