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Inserito il 12-5-2006  
Liberia. Il dossier dello scandalo
Anna Bono


Sta facendo il giro del mondo, nello sconcerto generale, il contenuto di un dossier che l'associazione non governativa britannica Save the Children ha reso pubblico in questi giorni. Riguarda la Liberia e documenta attraverso centinaia di testimonianze le condizioni di vita nei campi per sfollati allestiti dall'ONU durante la guerra civile iniziata nel 1989 e terminata nell'estate del 2003.

Dalle 300 interviste effettuate nei campi e nei villaggi ai quali una parte dei profughi interni ha già fatto ritorno risulta che migliaia di donne - più della metà della popolazione femminile nella fascia d'età da otto a 18 anni - hanno subito abusi sessuali durante il loro soggiorno nei centri di raccolta nei quali avevano cercato scampo alle violenze delle milizie governative e antigovernative.

Colpevoli degli abusi sono stati i dipendenti delle agenzie umanitarie locali e internazionali (i cosiddetti «operatori umanitari»), i caschi blu delle Nazioni Unite, gli insegnanti, i funzionari governativi incaricati dell'amministrazione e della organizzazione dei campi per sfollati.

Molte intervistate affermano di essere state vendute da non meglio identificati «uomini d'affari» che le hanno sfruttate sessualmente senza che nessuno intervenisse a impedirlo. Molte altre raccontano storie di ricatti ai quali si sono piegate per ottenere il cibo e l'assistenza che avrebbero dovuto ricevere gratuitamente.

Una donna di 20 anni, ad esempio, ha dichiarato a Save the Children di essere stata costretta a prestazioni sessuali in cambio di cibo da un giovane dipendente dell'agenzia Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite.

Come lei, quasi tutte le sue amiche e numerose bambine hanno dovuto accettare le richieste del funzionario per poter mangiare a sufficienza. Alcuni insegnanti sembra invece che abbiano preteso sesso dalle madri dei loro allievi in cambio di buoni voti o per ammetterli alle proprie classi.

I dirigenti del Pam hanno già dichiarato di considerare con estrema serietà le accuse rivolte ai propri dipendenti e di essere pronti a svolgere tutte le indagini necessarie per accertare i fatti riportati e per individuare i responsabili.

Anche il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per la Liberia, Jordan Ryan, ha affermato che le testimonianze relative al personale ONU saranno verificate e si è impegnato formalmente a porre fine a simili comportamenti: «Non potremo dire di aver fatto abbastanza finché non avremo raggiunto quota zero casi. Si può star certi che non smetteremo di lavorare finché non ci arriveremo».

A far prendere molto sul serio il dossier di Save the Children è il fatto che le notizie diffuse in questi giorni costituiscono motivo di scandalo, ma non sono una sorpresa.

In Africa occidentale è almeno da quattro anni che si denunciano violenze sessuali nei campi dei profughi e tutti sanno che episodi come quelli raccontati dalle donne liberiane si sono verificati anche in Kenya, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Sudan e ovunque si trovino campi per profughi e missioni di peacekeeping, interposizione e monitoraggio affidate ai caschi blu o ai contingenti militari dell'Unione Africana, operativi dal 2005: al punto da indurre Amnesty International, nel 2003, a sollecitare che il personale della MONUC, la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo composta da ben 17.000 unità, fosse istruito sugli standard internazionali dei diritti umani per evitare il moltiplicarsi di casi di violenza e non soltanto di natura sessuale.


Dal sito www.ragionpolitica.it