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Inserito il 14-5-2006  
Quei furbetti del salottino
Oscar Giannino


Caro direttore, noi che non siamo giustizialisti, non possiamo rassegnarci a che tutti cadano dal pero di fronte alle indagini che scoperchiano il sistema del calcio italiano. Né accettare che il tritacarne mediatico confonda eventuali vittime e carnefici.

Moggi, Giraudo, Bettega e gli arbitri collusi dovranno avere tutte le garanzie per difendersi nelle aule di tribunale, visto che dalla frode sportiva al sequestro di persona arbitrale li si accusa di reati gravissimi. Ma per favore non pren­diamoci per i fondelli: assistere al giornale degli Agnelli che spara in prima pagina la foto della figlia di Cesare Geronzi come fosse quella di Luciano Liggio, è una cosa letteralmente immonda.

Sono anni che il sottoscritto, insieme a persone per bene come il professor Uckmar, Marco Vitale, e non troppi colleghi giornalisti, predichiamo che dal calcio italiano si leva lo stesso cattivo odore dei casi Cirio e Parmalat.
 
Proprio per questo però evitiamo oggi di cadere nella trappola: quella magari del direttore torinese, che forse si vendica perché Geronzi padre gli disse no per la direzione del Corriere della Sera.

Stiamo ai fatti, e cominciamo però dall'apice della faccenda, visto che essa riguarda proprio gli eredi Agnelli e la loro squadra, la Juventus.

Innanzitutto, non possono e non devono cavarsela con le dimissioni imposte dall'intero cda della società sportiva. Non è che possano dirci che dei metodi di Moggi, delle improprie influenze esercitate dalla GEA World rappresentando giocatori e dirigenti a centinaia, dei condizionamenti praticati su arbitri e giornalisti, all'Ifil non ne sapessero niente. Quanto meno vuol dire che l'azionista dormiva, visto che c'era.

E allora perché Jaki Elkann e Andrea Agnelli possano pensare di aver davvero titolo per promuovere la svolta morale necessaria, devono metter mano al portafoglio.

Poiché l'errore è stato quello di consentire la quotazione in Borsa di club di calcio come Juventus, Roma e Lazio, essi devono immediatamente annunciare l'opa totalitaria sul terzo di titoli Juventus che ancora sono scambiati in Borsa. Prima che cadano ulteriormente a picco, aggiungendo il danno alla tasca dei tifosi oltre alla beffa per il loro onore, devono ricomprarseli sborsando il centinaio di milioni di euro che valgono più o meno oggi.

E poi annunciare il ritiro dal listino della società. Del resto, è solo quasi un terzo di ciò che ottennero quotandola in Borsa, ed è comunque meno di ciò che la società di calcio ha dovuto convogliare verso la Fiat per contribuire al suo risanamento, in questi anni.

Solo una volta che gli eredi Agnelli abbiano messo mano al portafoglio, avranno titolo per ergersi a moralizzatori.
 
Perché di moralizzatori nel calcio attuale ce n'è pochi, se è vero che lo stesso Della Valle è indagato per aver dovuto accettare il taroccamento di partite della sua Fiorentina per evitarne la retrocessione, dopo la campagna Piedi Puliti che aveva lanciato contro Carraro e Galliani. E se è vero che la tribuna giornalistica del massimo assecondamento delle indebite influenze esercitate da Moggi e compagni sugli arbitri era il moviolone che impera da anni ogni lunedì sera sulla tv di Tronchetti Provera.

Quanto al commissario della Federcalcio, sia o no Gianni Letta, il compito che lo aspetta è da far tremare.

Non si tratta solo di strappare dal petto della Juve lo scudetto dell'anno scorso: allorché era il Torino, la squadra più forte del football italiano, il fascistissimo Leandro Arpinati presidente della Federcalcio per volontà del Duce non ebbe esitazioni, e il campionato 1927 rimase senza vincitore. Ma si sa, Arpinati era uno dei pochi fascisti a favore del mercato e contro le corporazioni, per questo dava a Storace del cretino e finì in disgrazia, messo al muro infine e per ironia della sorte dai partigiani dopo che aveva passato l'ultima parte della sua vita a salvare soldati alleati.
 
Ma la sfida non è solo quella di non essere da meno di ciò che pure riuscì a fare, in termini di giustizia sportiva, il vituperato fascismo.

La svolta che serve non ha a che fare né con nuovi provvedimenti salvacalcio e spese del contribuente, né con la divisione invocata da Della Valle dei pani e dei pesci per tutti dei diritti televisivi, l'unica vera fonte di reddito del sistema del calcio sempre più malato in questi anni.

Chiunque sia il commissario della Federcalcio, è il governo che deve essere capace di rottamare l'origine vera di tutti i mali: in questione, è la natura stessa societaria dei club di calcio e i criteri con cui sono redatti i loro bilanci.
 
Occorre che il nuovo governo Prodi abbia dunque il fegato di gettare nel cestino l'origine di tutti i mali, la legge 586 del 1996 che porta la firma di Veltroni. Quella che con ipocrita entusiasmo estese a tutti i club professionistici quei "fini di lucro" che nessuno di loro è riuscito a perseguire, nemmeno la Juventus i cui magri utili per anni si sono realizzati, appunto, grazie al metodo Moggi.

Per i campionati di A e di B, le società devono essere trasformate secondo un nuovo criterio di "spa sportiva", adottando il sistema "alla tedesca" introdotto dalla riforma del regime societario varata dal governo Berlusconi: distinguendo un consiglio di gestione da quello di sorveglianza, lasciando che a presiedere quest'ultimo sia un presidente indipendente dalla proprietà, e aprendo le porte alla rappresentanza di­retta dei tifosi e dei sindaci. Per i club delle serie minori, forma mutualistica e niente fini di lucro.

Per nessuno, la possibilità di quotarsi in Borsa, visto che non si detengono asset a garanzia della redditività del titolo, lasciato a fluttuazioni puramente speculative sull'onda dei risultati nelle partite, domenica per domenica.

Per tutti, obbligatorietà della certificazione dei bilanci; divieto delle proprietà plurime di società da parte dello stesso presidente, congiunti o prestanome; rispetto rigoroso dei requisiti di onorabilità per dirigenti e presidenti (Sergio Cragnotti quotava nel 1998 la Lazio col sostegno di Banca di Roma mentre patteggiava una condanna a un anno e 5 mesi per falso in bilancio e appropriazione indebita).

E adozione di criteri "tedeschi" anche per l'iscrizione ai campionati: oltre un certo indebitamento, la Bundesliga iscrive solo chi non spende nel preventivo di gestione più del 70 per cento degli incassi, da noi all'iscrizione non si presenta né il preventivo né il bilancio dell'esercizio precedente, e in ogni caso nel sistema calcio italiano si spendono ancora oggi 117 euro per ogni 100 formalmente incassati.

Se il governo Prodi avrà il coraggio di una svolta simile, allora forse una raddrizzata è possibile. Altrimenti, nessuna autoriforma moralizzatrice dal basso riuscirà a venire a capo dell'intreccio tra grandi famiglie serrate nei loro salotti buoni, e banche che concedono o negano salvataggi secondo la logica della "finanza di relazione".

So che può sembrare una provocazione. Ma il metodo Moggi è figlio di una riforma veltroniana. E il fascismo, sul rigore del calcio, ha qualcosa da insegnarci.


Da Libero del 13 maggio 2006