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Inserito il 14-5-2006  
Contrordine compagni, la ripresa c'è
Davide Giacalone


Passata è la tempesta, odo augelli far festa... ma diversa (e meno poetica) è la natura dei pennuti che saltabeccano sui dati economici. Difendiamoci dalla propaganda e dalle sue bugiarde lusinghe.

Dunque: ieri l'Italia era alla canna del gas, in piena recessione, in inarrestabile caduta, praticamente morta, ed il fatto che aumentassero gli occupati lo si doveva solo all'emersione degli immigrati (e se anche fosse stato? buona cosa, o no?); oggi arrivano i dati e si brinda con il pil che viaggia attorno all'1,5 su base annua (più di quanto annunciato dagli schizzati ottimisti che ancora per poche ore siedono al governo), la produzione industriale segna un più 7 a marzo, e, alla faccia della riduzione delle tasse, il gettito fiscale s'impenna. Urrà!

Siccome noi usiamo sempre la stessa calcolatrice, e non ne abbiamo una per la campagna elettorale ed una per il dopo, ci permettiamo di richiamare i festanti uccelli alla realtà.

L'idea che l'Italia fosse in bancarotta era, per dirla secondo i manuali di Oxford, una stronzata. Paese ricco, forte, pieno di gente capace, aveva ed ha da fare i conti con un modello dì sviluppo da cambiare.

I mercati sono diventati mondiali e la concorrenza ha quella dimensione, pensare di competere in quanto a costo dei fattori produttivi è da sciocchi, quindi si tratta di concentrarsi su produzioni il cui valore aggiunto, in termini di tecnologia, inventiva ed immagine, sia considerevole.

Paese che ha risposto bene ad una buona legge come la Biagi (Walter Veltroni lo dice, adesso), che avrebbe avuto bisogno di una politica fiscale più coraggiosa, restituendo capacità di spesa ai consumatori, che ha pagato ed ancora pagherà una politica demenziale delle privatizzazioni, che ha tolto ricchezza allo Stato senza consegnare alcuna libertà al mercato.

I dati d'oggi non fanno che confermare quanto avessimo ragione nel deridere la propaganda catastrofista. Ma noi aggiungevamo che taluni problemi restavano irrisolti, e sono ancora lì.

Il debito è troppo alto ed andiamo incontro ad una stagione in cui costerà di più mantenerlo. Rischiamo di entrare nella spirale mortale di chi non lavora per pagare i debiti, ma solo per remunerarne, a fatica, il costo.

Chi dice che si possa agire riducendo la spesa pubblica è un mentitore, a meno che non aggiunga l'impegno a radicali riforme istituzionali e fiscali: oggi la spesa è in larghissima parte nelle mani degli enti locali, e delle regioni in particolare, ovvero di entità politiche fiscalmente irresponsabili, sulle quali non si esercita controllo.

In più è a questo livello che rinascono i monopoli pubblici. Infine, la nostra velocità di crescita resta inferiore a quella media dell'area dell'euro. Chi crede di passare dal declino all'ascesa senza mettere mano a queste materie è un illuso, o un imbroglione.


Da Libero del 13 maggio 2006