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Inserito il 14-5-2006  
C'è l'atomica sulla testa di Prodi
Renato Brunetta


Il giorno in cui i mullah iraniani avranno ac­quisito la bomba nu­cleare, gli ebrei in Israele saranno sei milio­ni. La coincidenza nume­rica con l'Olocausto nazi­sta - sottolineata da Char­les Krauthammer sul Wa­shington Post - dovrebbe allarmare oltremodo la comunità internaziona­le. Tanto più che a coinci­dere non sono solo i nu­meri, ma anche le circo­stanze politiche con l'an­no 1938: oggi come allo­ra, un regime folle, fanati­co, aggressivo e apertamente anti-occidentale minaccia gli ebrei e il mondo, mentre il mondo disquisisce di altro.

La lettera che Mahmoud Ahmadinejad ha inviato a George W. Bush illustra bene que­sta pericolosa tendenza.

Anziché prendere la missiva per quello che è - cioè diciotto pagine di fanatica dissertazione sui massimi sistemi, con l'obiettivo di prendere per i fondelli la comunità internazionale e guada­gnarsi gli applausi degli islamisti e della sinistra globale anti-americana, diplomatici e commen­tatori cercano di leggervi un inesistente invito al colloquio diretto tra Teheran e Washington.

Non una sola parola del presidente iraniano lascia intendere un ri­pensamento sulle sue ambizioni nucleari, ma tutti intimano all'ammi­nistrazione Bush di ne­goziare un "Gran bargain" - un Grande scam­bio - con l'Iran.

Nel frat­tempo, il Consiglio di si­curezza delle Nazioni Unite non è riuscito, per l'opposizione di Russia e Cina alla sola lontana ipotesi di sanzioni, a trovare un accordo su una risoluzione che intimi a Teheran di fermare il suo programma nucleare.

L'Europa constata il fallimento di tre an­ni di negoziati diretti con i mul­lah ma prepara altri compro­messi da offrire al regime ira­niano.

L'Iran, per contro, pro­segue la sua partita a scacchi - incentrata sui bluff e le menzo­gne - con la comunità interna­zionale e la sua corsa contro il tempo per avere la bomba nu­cleare. Se ci va bene, manca un decennio. Altrimenti, bastano tre anni.

Che fare? È una delle tante ri­sposte che, finita la boria post-elettorale e la conquista di tutte le leve del potere, dovrà essere data dal prossimo governo della sinistra.

Romano Prodi e Massi­mo D'Alema - suo probabile mi­nistro degli Esteri - prevedibil­mente indicheranno la soluzio­ne nella diplomazia, nel soft po­wer europeo e nelle Nazioni Unite. Salvo, ovviamente, dare tutta la colpa agli Stati Uniti se le cose andranno male.

Eppure, se siamo sull'orlo di una Repub­blica islamico-nucleare, è pro­prio grazie alla diplomazia eu­ropea, alla sua attitudine trop­po soft e allo stallo dell'Onu. Cos'hanno prodotto i tre anni di negoziati condotti da Fran­cia, Germania e Regno Unito? Nulla, visto che il regime irania­no ha potuto tranquillamente proseguire le sue ricerche ato­miche e il suo programma mi­litare clandestino.

Per risolvere la crisi l'Unione europea avreb­be dovuto adottare un atteggia­mento più determinato e ag­gressivo, affermare chiaramen­te che avrebbe impedito con qualsìasi mezzo - compreso quello militare - l'emergere di un Iran nucleare e far capire ai mullah che, minacciando Israe­le, sfidavano l'Europa.

Invece le diplomazie europee hanno cer­cato di guadagnare tempo, non tanto perché il passare dei gior­ni avrebbe portato a un com­promesso, ma per la mancata volontà di affiancare al soft po­wer l'uso dell'hard power.

A differenza degli ultimi tre anni, oggi il contesto e le opzio­ni sono ancora più chiari. Il re­gime iraniano vuole la bomba nucleare per cacciare gli infe­deli dal Medio Oriente, cancel­lare Israele dalla mappa, creare una superpotenza islamica nel­la regione e conquistare il mon­do attraverso l'islamizzazione.

La comunità internazionale ha due scelte: ritirarsi e lasciare che l'Iran realizzi i suoi obietti­vi oppure resistere e rischiare uno scontro, compreso un con­flitto militare.

Se il precedente governo italiano era chiara­mente schierato dalla parte della democrazia occidentale e contro un regime islamista-nu­cleare, l'esecutivo entrante è ambiguo.

Gli appelli alla pace e al dialogo finora lanciati da Ro­mano Prodi sono chiacchiere, utili solo ad alimentare la convinzione iraniana di beneficia­re di importanti protezioni in Europa e nella comunità inter­nazionale. Gli Stati Uniti e al­cuni paesi europei chiedono una risoluzione delle Nazioni Unite che preveda sanzioni contro il regime e ipotizzi l'uso della forza in caso di mancato rispetto delle ingiunzioni.

Il go­verno Prodi è pronto a sostene­re questa posizione fino in fon­do, anche a costo di formare una coalizione di volenterosi che applichi sanzioni unilatera­li in caso di mancato accordo al Consiglio di sicurezza? Come nel 1938, l'alternativa è per­mettere che vengano a crearsi le condizioni di un nuovo Olo­causto.

I Caruso eletti in Parlamento, i "pacifisti sempre e comun­que" che sono maggioritari nel­la sinistra, le ultime dichiara­zioni anche dei più responsabili nei Ds e nella Margherita e il buonismo di Prodi fanno teme­re che la scelta ricadrà sulla ca­pitolazione di fronte al fanatico Ahmadinejad.

Ma la capitola­zione è da temere anche nei territori palestinesi, dove la si­nistra italiana sembra disposta a scendere a patti e finanziare i terroristi di Hamas, nonostante nei loro statuti costitutivi affer­mino voler ributtare nel Mediterraneo tutti gli ebrei - e quanto mai inopportuno è stato il fatto che, nel momento in cui tutta la comunità internaziona­le isola il nuovo governo, Prodi abbia accettato la telefonata di congratulazioni del primo mi­nistro Ismail Haniyeh.

La capi­tolazione è in vista anche per l'Iraq, il cui governo pienamen­te legittimo si sta lentamente costruendo, ma dove gli appelli degli iracheni a non ritirare le truppe continuano a essere volutamente ignorati dalla sini­stra italiana. Senza dimentica­re la capitolazione in Afghani­stan, dove la fragile democrazia è costantemente messa a rischio da quei terroristi che uc­cidono i soldati italiani ma che una parte della coalizione di Prodi si ostina a definire resi­stenti.

Oltre all'Iran, il primo banco di prova del nuovo governo in politica estera sarà il voto par­lamentare sul rifinanziamento delle missioni in Iraq e Afgha­nistan.

Contrariamente al pre­cedente spagnolo, il risultato delle elezioni - con una maggio­ranza elettorale alla Casa delle Libertà al Senato e una mino­ranza maggioritaria dell'Unione alla Camera - non permette di dire che gli italiani vogliono il ritiro delle nostre missioni di pace.

Senso di responsabilità per il ruolo dell'Italia nel mon­do, rispetto degli impegni inter­nazionali e ideali democratici consiglierebbero una linea di continuità con la polìtica estera di Silvio Berlusconi e una stra­tegia di collaborazione con la nuova opposizione.

Ma la via scelta da Prodi è stata un'altra: occupare tutte le istituzioni e andare allo scontro con il cen­trodestra, dimenticandosi che per fare una politica estera cre­dibile e responsabile non basta­no quattro voti di maggioranza al Senato.

Insomma, l'alternativa che si prospetta al nuovo presidente del consiglio è tra la capitola­zione di fronte al terrorismo globale e la capitolazione del suo governo.


Da Libero del 13 maggio 2006