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Inserito il 18-5-2006  
Ungheria 1956 quando il Pci approvava
Massimo Caprara


Svelto. È urgente. Ti vuole Togliatti". Il deputato comunista che era sceso di corsa dagli uffici del Gruppo parlamentare comunista alla Camera, a Montecitorio, mi raggiunse nel Transatlantico ormai deserto, la sera del 2 novembre 1956, quando sull'Italia passava il rumoroso ponte aereo di sostegno allo sbarco inglese all'istmo di Suez.

"Convoca il direttivo del Gruppo. Giuliano Pajetta (1915-1988) - piú giovane del fratello Giancarlo (1911-1990) - è incaricato di parlare domani in Aula per noi" mi avvertì Togliatti al telefono. Poi, dopo una pausa, senza attendere risposta, precisò: "Sono entrati a Budapest". "Accidenti", mi scappò detto. "Ma sono i nostri" replicò il capo del Partito. "Li comanda il generale d'armata Lascenko", tagliò corto Togliatti e troncò bruscamente la telefonata.

La sua precisazione corresse la mia errata sensazione che a invadere l'Ungheria fossero le truppe della Nato, irrompendo da quei confini austriaci che l'Unità in quei giorni assicurava ultrapieni d'armi a disposizione del Cardinale Josef Mindszenty, Primate d'Ungheria, arrestato dal regime comunista e poi rifugiatosi nell'Ambasciata degli Stati Uniti.

Era l'inizio dell'indimenticabile 1956.

"Viva l'Armata Rossa", concluse nel suo intervento Giuliano Pajetta urlando contro il liberale Gaetano Martino, il ministro degli Esteri del governo di Antonio Segni. "Noi non possiamo ignorare la funzione dell'esercito sovietico liberatore" disse Pajetta in modo provocatorio, accendendo le proteste di democristiani, liberali e della destra della Camera italiana. Scoppiò un tumulto.

Dei fatti, Togliatti già sapeva. Un messaggio personale gli era stato già fatto recapitare dall'Ambasciata sovietica di via Gaeta, a Roma, con la firma del membro del Politburo Dimitri Trofimovic Svepilov e, inoltre, tra il 22 e il 24 ottobre egli aveva effettuato un viaggio lampo in macchina sino a Pola per incontrarvi i dirigenti del partito jugoslavo, Tito e Miciunovich, latori di una comunicazione riservata dell'Armata Rossa e del Comando delle truppe del Patto di Varsavia.

A Budapest, il popolo organizza violente manifestazioni contro il comunismo e il governo autoritario. Imre Nagy, capo legittimo del governo ungherese, viene accusato dai russi d'aver perduto il controllo della situazione e legalizzato l'insurrezione dando pubblica fiducia ai suoi capi e in particolare al cosiddetto teppista, Pal Maleter, il capo della rivolta.

La sera del 6 novembre, avvicinai Togliatti alla Camera. Di malavoglia egli mi disse, irritato: "È tutta colpa di quegli agitatori qualunquisti del Circolo Petöfi di Pest e dell'influenza esercitata dal filosofo Georgy Lukacs, comunista per modo di dire", sibilò con astio. "Lo rimanderemo a scrivere i suoi libri a Vienna, come ha fatto per tanto tempo" aggiunse. Ci incamminiamo lentamente verso la buvette di Montecitorio. "Per Nagy tira ormai un'aria funesta". Togliatti parlò con sicurezza distaccata.

Da Budapest, il corrispondente dell'Unità, Orfeo Vangelisti, trasmetteva in quei giorni che "gruppi di facinorosi, seguendo evidentemente un piano accuratamente studiato, hanno attaccato la sede della radio e del Parlamento. Gruppi di provocatori in camion hanno lanciato slogan antisovietici apertamente incitando a un'azione controrivoluzionaria. In piazza Stalin, i manifestanti hanno tentato di abbattere la statua di Stalin". Il grande moto ungherese veniva così ridotto e manipolato dall'organo di stampa del Pci.

Dopo un grande comizio di Imre Nagy, questi veniva arrestato dalle truppe russe e rumene a Budapest e sostituito da Janos Kadar a capo del Governo.

In una affollatissima conferenza stampa, nel pianterreno dell'edificio extraterritoriale dell'Ambasciata americana, il Card. Mindszenty aveva detto a proposito dell'intervento delle truppe del Patto di Varsavia: "Lo condanno in maniera incondizionata" e aggiunto: "Anche se Kadar faceva parte del governo Nagy, io considero governo legale solo il governo Nagy. Kadar è stato insediato dagli stranieri".

A Roma usciva sull'Unità un articolo di fondo intitolato "Da una parte della barricata a difesa del socialismo" sul quale si scriveva: "I ribelli controrivoluzionari hanno fatto ricorso alle armi. La rivoluzione socialista ha difeso con le armi se stessa, com'è suo diritto sacrosanto. Guai se così non fosse".

Da Mosca arriva una dichiarazione attribuita a Krusciov che inveisce contro i disordini: "A komunistse tam rezhut" ("In Ungheria scannano i comunisti").

Il partito comunista italiano è in subbuglio. Nella Direzione, Amendola definisce l'intervento "un dovere di classe". Un'assemblea di studenti iscritti alla Federazione giovanile comunista di Roma vota all'unanimità un documento di sostegno "al processo di democratizzazione e a quei movimenti che si stanno manifestando in questo senso in Ungheria e che dovranno portare a un socialismo costruito nella democrazia e nella libertà". L'Unità lo respinge, l'Avanti! lo pubblica.

A Milano, un folto e combattivo gruppo di intellettuali, comunisti e non, approva un documento critico analogo. Rossana Rossanda e Giangiacomo Feltrinelli hanno l'incarico di andare all'Unità e di chiederne la pubblicazione. Davide Laiolo, il direttore dell'edizione di Milano, li affronta aspramente e li aggredisce urlando. Rifiuta la mozione e dichiara che finché rimarrà lui, "una spazzatura simile non comparirà mai sulle colonne del giornale".

Ma la novità più esplosiva verrà dalla sede della Cgil, la Confederazione del lavoro con milioni di iscritti, con sede in Corso d'Italia a Roma. "L'intervento sovietico contraddice i principi che costantemente rivendichiamo nei rapporti internazionali e viola il principio dell'autonomia degli Stati socialisti", si legge nel testo votato all'unanimità. Prima firma: Giuseppe Di Vittorio, segretario generale. È un comunista di antica data.

Io arrivo proprio mentre Di Vittorio scende dalla macchina sotto il portone delle Botteghe Oscure. Fa appena in tempo a dirmi che è stato convocato d'urgenza dalla Direzione. Entro con lui nel locale della segreteria, l'ufficio di Togliatti, che subito gli dice: "Il documento della Cgil va ritirato. Devi essere tu a correggere la posizione. Lo farai nel prossimo comizio".

Poi aggiunge seccamente: "A Livorno, domenica ventura". "Ma è un comizio sindacale unitario non del partito" dice Di Vittorio.  "Meglio", replica il segretario comunista.

Uscendo, Di Vittorio è fiaccato, stravolto. Ha gli occhi rossi. "Che avrei potuto fare? Mi hanno, tutta la direzione, messo clamorosamente di fronte all'alternativa: o il comizio o fuori dal partito. Che farei io, Di Vittorio, senza il partito? Forse non sono già più Peppino Di Vittorio".

La domenica successiva andò a Livorno, parlò e rinnegò se stesso. Imre Nagy, attirato fuori dalla legazione jugoslava dove si era rifugiato, fu deportato, proditoriamente processato e impiccato dai russi nel 1958.

Nonostante simili gravissimi eventi, io allora non uscii dal partito. Uscii invece nel 1968, dopo l'invasione russa di Praga, quando fui radiato dal Pci. Non mi assolvo. Porto il peso dei miei errori e della colpa della mia ideologia.

Massimo Caprara

segretario storico di Togliatti, ha scritto questo saggio
che è tratto da Il Timone, Anno VII - Gennaio 2006

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Chi è Massimo Caprara

È stato dal 1944 per circa vent'anni, segretario di Palmiro Togliatti e come tale ha vissuto dall'interno gli avvenimenti fondamentali della storia del Partito Comunista Italiano, avendo anche l'occasione di incontro e di contatti con i leaders del Comintern: da Stalin a Tito, Kruscev, Breznev, Linpiao, Che Guevara.

E' stato sindaco di Portici negli anni '50 e, successivamente, consigliere comunale di Napoli sino al 1997. Deputato alla Camera per vent'anni, dal 1953 segretario del gruppo comunista, membro del comitato centrale, responsabile regionale per la Campania, venne radiato dal Partito Comunista nel 1969 insieme al gruppo del Manifesto, dei quali è stato uno dei fondatori.

Da allora Caprara, pur praticando l'impegno politico, non ha più preso tessere di partito, preferendo il riesame della sua esperienza di militante e la testimonianza critica e sofferta della vicenda del Partito Comunista Italiano e di quelli stranieri.

Giornalista professionista, primo redattore capo di “Rinascita”, diretta da Togliatti, è stato in molti paesi, dalla Cina al Cile, come inviato de Il Mondo, L'Espresso, Tempo Illustrato. Negli anni '80 è stato direttore responsabile del quotidiano “Il Diario” con edizioni a Napoli e Caserta.

Ha diretto successivamente il mensile “l'Illustrazione Italiana” sino al 1997 e attualmente è collaboratore fisso de “Il Giornale”, chiamato personalmente dall'allora direttore Montanelli nel 1985. Ha realizzato numerosi servizi, inchieste, reportage televisivi in varie puntate per la Rai tra i quali: Storia della Chiesa in Ucraina, Pianeta Urss, Dove va il Pci, Cara Italia.

Ha pubblicato molti libri...in particolare ricordiamo nel 2001, da Ares "Gramsci e i suoi carcerieri" e nel 2000 "Paesaggi con figure". Nel 2001, edito da Mondadori "Pci: la storia dimenticata" curato da Sergio Bertelli e Francesco Bigazzi, Massimo Caprara è autore di tre saggi sul trozkismo, l'attentato di via Rasella e l'oro di Dongo.

Nell'ottobre 2002 è stato nominato consulente della Commissione parlamentare d'inchiesta del dossier Mitrokin. Nell'agosto 2003 ha pubblicato presso la casa editrice Itacalibri, un suo saggio su "Togliatti, ritratto da vicino"

(a cura del Centro Culturale Pier Giorgio Frassati di Torino)


Da L'Opinione del 13 maggio 2006