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Inserito il 6-6-2006  
L'operetta nel salotto del Corriere
Oscar Giannino - Vice Direttore di Finanza e Mercati


Caro direttore, la vicenda del Corrierone è semplicemente fantastica.

Ho una domanda da farti: ma tu, ti metteresti in fila pazientemente per sei mesi col cappello in mano, per convincere chi non ti vuole aprire la porta che sei disposto a spendere 160 milioni di euro, e per rilevare una quota assolutamente marginale di un gruppo editoriale che nell'anno scorso ha visto una flessione dei ricavi diffusionali?

Come dici, che tu 160 milioni di euro sapresti bene come spenderli diversamente, magari al servizio di un giornale come Libero che cresce ininterrottamente a doppie cifre da tre anni e rotti? Ah beh, hai perfettamente ragione. Ma mica stiamo parlando di Libero, infatti.

Bensì dell'Editrice della Virtù pubblica e di mercato associati spa, della stamperia assisa sull'Olimpo della carta italiana, grazie alle sue brillantissime strategie.

Peccato che non siano affatto strategie di crescita editoriale, come si vede dal calo diffusionale certificato nel bilancio 2005. Sono strategie di potere puro: politico innanzitutto, ma insieme anche finanziario e affaristico. Ed è per questo che dei gruppi privati iperblasonati stanno per mesi e mesi sotto la pioggia pur di spendere 160 milioni per rilevarne un 5%.

Stiamo parlando naturalmente della Rcs, e ieri a sborsare la non indifferente cifrettina, dopo mezzo anno di vani tentativi, sono stati i Benetton.

Si sono aggiudicati un terzo della residua quota Rcs che era stata accumulata da Stefano Ricucci l'anno scorso, e che era rimasta in pegno alla Popolare Italiana, a propria volta "depurata" di Fiorani e affidata a Divo Gronchi.

Alla banca, che aveva finanziato Ricucci, finalmente è stato possibile escutere le azioni dopo un lungo sequestro giudiziario a opera della Procura di Milano, braccio armato a difesa di Mieli e dei suoi soci: presunti padroni, poveri illusi.

Il 5% di Rcs è stato comprato ieri dai Benetton a 4 euro e mezzo, poco più del 4% è stato rilevato dal gruppo immobiliarista romano Lamaro Toti, altrettanto è stato assunto dalla stessa Popolare Italiana che potrà finalmente valorizzarlo nel proprio malmesso bilancio.. Ma la notiziona è che sono i Benetton, i compratori principe.

E' una di quelle cose che ti aprono gli occhi, e ti fanno vedere in controluce una lista di paradossi lunga più dei meriti di Paolo Mieli: che come è noto sono infiniti.

Primo. Il Corriere e i giornali di Confindustria suoi amici da un anno ci hanno bombardato affermando che via Solferino è il tempio della contendibilità, della concorrenza e dei valori del mercato, come scrivono ogni giorno editorialisti stimatissimi come Giavazzi e Monti. Per questo il tempio andava preservato dai simoniaci e dai barattieri, come Ricucci.

Senonché Rcs non è contendibile affatto, è al riparo di un patto di sindacato che comprende nei suoi 15 soci tutto il gotha dell'equilibrio mediobanchesco post cucciano.

Con Intesa, Capitalia, Tronchetti, Della Valle a fare da "soci forti" rispetto alle vecchie quote detenute da Mediobanca, Generali, Pesenti, Ligresti, Romiti e altri "sopravvissuti". Il patto racchiude il 63,5% dei titoli, è appena stato rinnovato per un triennio. E'
la Sacra Corona Unita del potere italiano, la negazione prima della contendibilità e del mercato.

Secondo. I Benetton sborsano più di 300 miliardi di vecchie lire per "non" entrare nel patto di sindacato. Insomma, per non contare un ciufolo, nelle strategie societarie. Dovremmo considerarli dei pazzi, fossimo loro soci di minoranza.

Senonché le azioni Rcs si comprano oggi solo se si è "graditi" alla Sacra Corona Unita, visto che bisogna esser da lei promossi anche soltanto per conquistarsi il diritto a vegliarne le porte.

In altre parole: sono azioni che si comprano per avvicinarsi a una fonte di potere reale, non titoli che si usano per votare in assemblea. Se mi passi il paragone un po' forte, è come staccare un biglietto per sedersi più vicino a un capomafia, nella foto del banchetto di nozze.

Terzo. Il problema è che I Benetton non lo fanno solo per avvicinarsi al Mieli-santissimo.

Spendono lautamente perché hanno un dannato bisogno che cessino gli attacchi sacrosanti che alla fine persino I giornali confindustriali e il Corriere, non hanno potuto negargli sulla vicenda Autostrade-Abertis.

Hanno commesso il pericoloso errore di sottovalutare Vito Gamberale e Prodi, approfittando dell'interregno governativo per varare in fretta e furia la fusione con gli spagnoli che li vede incassare una nuova barcata di denari e cedere agli iberici il ruolo di soci prevalenti, proprio negli anni in cui bisogna compiere l'80% degli investimenti che sin qui non hanno realizzato, rispetto agli impegni della concessione pubblica autostradale.

Dai caro Mieli, forza care Intesa e Capitalia, cari Tronchetti e Della Valle: facciamo la pace. E' questo ciò che dicono i Benetton, coi loro 160 milioni di euro spesi per restare fuori dal patto di comando Rcs.

Piantatela di triturarci ogni giorno e dateci una mano a tenere a bada Prodi che vendicativo com'è sta spingendo Di Pietro e l'Anas a silurare la fusione di Autostrade con gli spagnoli.

Quarto. Tanto ai Benetton che importa, quei 160 milioni sono solo un quarto della sola maxicedola che incassano al varo della fusione con Abertis.

Una goccia, rispetto ai 700 milioni percepiti dalla loro Schema28 nella concessionaria pubblica Autostrade da che è passata loro dallo Stato ad oggi; rispetto ai 418 milioni di dividendi percepiti dalla loro Edizione Holding; rispetto al miliardo e 150 milioni incassato, vendendo in seguito un 30% di Autostrade ad altri soggetti; rispetto ai 6,5 miliardi di euro di debiti affogati da loro in Autostrade, dopo l'opa lanciata due anni dopo la privatizzazione; rispetto a un margine operativo lordo stabilmente al di sopra del 60% dei ricavi, grazie alla natura monopolista dell'esercizio autostradale soggetto a pedaggio; e infine rispetto al fatto che il titolo valutato 7,5 euro alla privatizzazione si è più che triplicato oggi, anche grazie agli aumenti tariffari ai quali invano Tremonti si oppose.

E' con una goccia dei denari garantiti ai Benetton dai poveri e congestionati automobilisti e autotrasportatori italiani, che i Benetton si avvicinano a Mieli-santissimo.

Quinto. Fateci caso, i Benetton si stanno specializzando nell'operazione
"Orlando a Roncisvalle".

Sono l'esatto contrario di Martin Zaleski, il raider amico e spesso usato dal presidente di Intesa, Giovanni Bazoli: lo svizzero compra quote di società poco prima che ne cambi la proprietà o per vendere e incassare gran denari, o per paracadutarsene sul nuovo ponte di comando; i Benetton dopo aver munto con le privatizzazioni monopoli come autostrade, grandi stazioni, autogrill, riducono le proprie quote per diminuire la propria quota parte di investimenti e condizionare i nuovi entranti: con questa logica stanno in Impregilo, Gemina, Olimpia-Telecom.

Una grande ritirata suonando l'Olifante da vere volpi del mercato, altro che le nuove dinastie del capitalismo italiano finalmente capaci di reggere mercato e concorrenza.

Sesto. Intanto il Corriere e il Sole continuano a scrivere ogni giorno paginate sui "soci occulti" che sicuramente si celavano dietro il bandito Ricucci.

Ma mentre Ricucci sta in carcere solo soletto a pagare il fio preventivo della lesa maestà, nessuno si scandalizza che per diventare soci  "in sonno" del Corrierone si debba essere monopolisti privati in fuga dalle proprie responsabilità e coi forzieri pieni di denaro sifonato a noi tutti, come i Benetton.

Se questi sono i soci palesi, del Corriere che solo a parole tifa mercato mentre nella sua stessa forma societaria lo nega e nel suo esercizio di potere vi attenta, beh quasi quasi a noi stavano più simpatici i presunti soci occulti che non si sono mai visti.

Perché questa del Corriere non è affatto il dramma della virtù in lotta per difendersi dal vizio. E' un'operetta: l'operetta della Sacra Corona Mielesca, vostra è la pellaccia e cosa loro la ventresca.


Libero del 2 giugno 2006