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Inserito il 9-6-2006  
Quando a Sabaudia c'eran solo i radical chic
Michele Brambilla


L'antefatto è questo: l'altro ieri a Sabaudia un impiegato di banca è stato ucciso, a casa sua, durante una rapina.Il fatto invece è questo: ieri, sul Corriere della Sera, la scrittrice Dacia Maraini ha versato lacrime per l'accaduto.

Non tanto perché un poveraccio ci ha rimesso la pelle, non è quello il guaio. Il guaio è che, porca miseria, Sabaudia non è più quella di una volta, quando la spiaggia era frequentata solo da intellettuali en­gagé, naturalmente progressisti (se non sono "engagé", "impegnati", non sono intellettuali; e se non sono progressisti, non sono "impegnati"); adesso acciden­ti, ci sono un sacco di morti di fame che vengono a Sabaudia con la Fiat Duna, dalla quale scaricano i loro ombrelloni e le loro seggioline comperate al supermercato; e poi si piazzano in spiaggia e se magnano le fettuccine e l'abbacchio portati da casa.

Pensate che qualcuno di 'sti burini ha pure fatto due soldi è s'è preso in affitto una casetta per le vacan­ze, e sapete che fa d'estate? Tiene le fi­nestre aperte perché fa caldo, così di se­ra «esce fuori» il rumore della televisio­ne. Che orrore.

Ora, siccome qualcuno pense­rà che quelli di Libero esage­rano sempre, ecco qui - te­stuali - alcuni passaggi del­l'articolo che la signora Maraini ha scrit­to, come commento, a fianco della cro­naca sull'omicidio di quel poverocristo che dicevamo all'inizio.

«Che ne è - scrive Dacia Maraini - di quella Sabaudia in cui pittori, musicisti e cineasti passeggiavano sulle sabbie de­serte inseguiti dal versaccio dei gabbia­ni affamati? 

Quella Sabaudia in cui Pasolini giocava al pallone sulla spiaggia con i suoi amici, in cui Moravia tirava i sassi al suo cane Palocco che correva ad acciuffarlo in mezzo alle onde?

Quella Sabaudia in cui Laura Betti preparava grandi cene a base di pasta fredda al pomodoro e basilico per gli amici che arri­vavano da Roma, da Milano?

Quella Sa­baudia in cui Bertolucci raccontava la luna e tutti insieme, con Nico Naldini. Vincenzo Cerami, Sergio Cittì, Dario Bellezza, Flaminia ed Enzo Siciliano si andava, appena le ombre rinfrescavano l'aria, a prendere il gelato in piazza? ».

Già, che ne è di quella Sabaudia? Non c'è più. Ma non perché rapaci palazzina­ri l'abbiano sventrata. No. Dacia Marai­ni anzi riconosce che la ridente località «ancora conserva una sua severa ele­ganza e una razionale impostazione ur­banistica», e «le case sono costruite a misura d'uomo».

No, il motivo per cui Sabaudia non è più il gioiello di una volta è un altro, è che oggi il reddito medio de­gli italiani s'è alzato e oltre a Pasolini Mo­ravia Cerami Bellezza eccetera eccete­ra c'è un sacco di altra gente che, li mortacci sua, si può permettere una vacan­za da queste parti.

Anche qui, testuale: «Forse la ric­chezza accumulata negli anni, la tra­sformazione da piccola città militare in grosso borgo turistico hanno facilitato la metamorfosi». Da qui il rimpianto per una «Sabaudia modesta e timida, inten­ta a coltivare i suoi pomodori in piccoli campi tenuti puliti con fatica».

E conti­nuassero a coltivare i pomodori con fati­ca, 'sti cafoni di Sabaudia. Invece ora c'hanno pure la casetta e «se si cammina di sera lungo le sue strade affollate - scri­ve ancora la signora Maraini - si è ac­compagnati dalla voce della televisione sempre uguale, di finestra in finestra». E ancora: «le automobili diventano sem­pre più lussuose, le spiagge più frequen­tate».

E come, sono frequentate. Dice la Maraini che ormai a Sabaudia piomba­no «ragazzi che provengono dalle peri­ferie romane e napoletane, che vivono in famiglie sgangherate, dentro case de­teriorate, appartamenti dalle pareti di carta, in cui tutto si sente e si condivide con i vicini. Le madri urlano ai figli, i pa­dri urlano alle madri, i bambini urlano fra di loro».

Capito? Questo è l'amore per il popo­lo di certi agiati intellettuali di sinistra.

Qualche giorno fa, nella sua rubrica su Repubblica, un altro intellettuale progressista, Michele Serra, aveva scrit­to che è bizzarro che si contesti a certi ricchi di essere "di sinistra". Costoro andrebbero invece lodati, ha scritto Serra, perché «non avrebbero alcun in­teresse a occuparsi di equità sociale e di welfare, e potrebbero godersi in pace i loro privilegi, invece se ne occupano».

Bisognerebbe piuttosto, scrive ancora Serra, indicare al pubblico disprezzo «il ricco di destra, che si ingozza spensieratamente senza che alcun retropensiero gli mandi di traverso il boccone». Pensa­re che i ricchi non possano essere di si­nistra vuol dire avere un pregiudizio contro i ricchi, perché si da per scontato che oltre che ricchi «siano anche stron­zi», scrive Serra.

Sarebbe un ragionamento ineccepi­bile. Se non fosse macchiato da un altro pregiudizio, un po' razzista: quello se­condo cui "di sinistra" equivale ad "altruista" e "di destra" equivale a "egoi­sta". Ma chi l'ha detto? L'altruismo e l'e­goismo sono trasversali, e c'è un sacco di gente che vota centrodestra e aiuta la povera gente.

Sicuramente molto più di tanti intellettuali e scrittori: quelli sì un po' stronzi, perché si dicono progressi­sti ma vorrebbero tenere la poveraglia a coltivare i pomodori. Sono quelli che, in attesa della rivoluzione proletaria, vivo­no di rendita.


Da Libero dell'8 giugno 2006