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Inserito il 9-6-2006  
Quack Culture: Tutto il “qua qua” intorno al "Pof"
Sandra Giovanna Giacomazzi


Ecco che cosa hanno in comune i consigli di classe e l’elezione del presidente delle Repubblica. Il troppo dire (e il poco fare) che continua a ingessare l'Italia.

Quest’anno, come ogni inizio e fine anno scolastico, tocca agli insegnanti delle scuole pubbliche sopportare un tour di force di collegi docenti riguardo al “Pof”.

Tre collegi docenti ad ottobre della durata di due ore ciascuno: il primo per sentire i progetti proposti, il secondo per approvarli, il terzo per l’approvazione finale a collegio unificato.

E altri tre a maggio/giugno: per riferire i progetti realizzati e non realizzati e rifare i conti, il secondo per approvare il conto aggiustato e il terzo per l’approvazione finale di nuovo a collegio unificato. Dodici ore di tortura annuale.
 
Per coloro che sono così beati a non sapere neanche che cosa sia il Pof, il cui nome abbreviato è effimero quanto il suo nome per esteso, Piano dell’offerta formativa è pretenzioso, sono i progetti extra-curriculari organizzati dai professori e dagli educatori.

Non so se il vero scopo del Pof sia allargare le attività extrascolastiche o arrotondare gli stipendi degli insegnanti, ma direi piuttosto il secondo a giudicare dallo spettacolo poco edificante della spartizione del bottino dei fondi messi a disposizione. Per carità molti dei progetti offerti e realizzati sono validissimi dal punto di vista formativo. Ma ce ne sono anche tanti di dubbio valore.
 
Quello che dà fastidio è anche il fatto che molti progetti sono realizzati durante l’orario del lavoro dell’insegnante, il che vuol dire che quell’insegnante sarà assente dalle ore di lezioni con le classi non coinvolte nel progetto, che queste ore dovranno essere coperte da altri colleghi e quindi l’insegnante riceve una specie di doppia paga.

Specialmente quando si sa che ci sono altri insegnanti che organizzano attività fuori dall’orario scolastico e senza chiedere una lira a nessuno. Mi viene il sospetto che chi fa tanti progetti li faccia anche perché non sa insegnare, e così ha una scusa per portare i ragazzi a spasso dove saranno esterni ad istruirli.
 
Quando mi sono lamentata con una collega, anche lei di cultura d’origine anglosassone, di tutta questa perdita di tempo per discutere e ridiscutere su quello che si sarebbe fatto, quello che si è fatto e quello che non si è riuscito a fare, e che almeno chi non pretendeva una parte del gruzzolo dovrebbe essere esonerato da un tale tormento, lei mi ha risposto: “Ah, yes, it’s the quack culture!” “Quack” vuol dire fare qua qua come i paperi.

E’ proprio vero! E qualcosa che permea tutta la società italiana. Se si facesse di più e si “quaquasse” di meno, chissà quale potenza sarebbe l’Italia!

Si fa qua qua per giorni di fila per eleggere i capigruppi, per eleggere i presidenti delle Camere, per eleggere il presidente della Repubblica, per eleggere i presidenti delle Commissioni. Sono persino decenni che si fa tanto qua qua intorno ad una riforma costituzionale seria e ancora non sappiamo se passerà il sì o il no o quale riforma sarà.


L’Opinione delle Libertà dell' 8 giugno 2006