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Inserito il 23-6-2006  
D’Elia e Farina in parlamento un vero delirio diseducativo
Sandra Giovanna Giacomazzi


Poltrone di prestigio per la lobby degli estremisti.

Sarà anche vero ciò che ha scritto Emilia Rossi su queste stesse pagine. E cioè che in uno stato di diritto non è ammessa un’espiazione dei crimini che vada oltre la pena inflitta secondo i princìpi e le regole di legge.

Però a non pochi italiani sembra che per coloro che hanno commesso atti di sangue l’obbiettivo, per precetto costituzionale, di realizzare la “riabilitazione sociale” e il ricupero della piena “titolarità dei diritti di cittadino” dovrebbe fermarsi un passo prima del riacquisto del diritto di voto passivo, ossia il diritto di essere eletto membro di un’istituzione che rappresenta l’insieme della collettività.

Se non lo prevede la legge, dovrebbe prevederlo il senso del pudore e della discrezione delle persone stesse che si sono macchiate di tali crimini.

Non tener conto della necessità di un tale pudore e discrezione dimostra una scarsa sensibilità verso le vittime che hanno pagato e che continuano a pagare con la loro sofferenza gli errori di gioventù di coloro che pretenderebbero una “tabula rasa” anche morale.

Le vittime pagano per sempre, chi con la vita persa, chi con un affetto mancato incolmabile strappato loro anzitempo. Per non parlare di tutte le vittime dimenticate perché scampate al pericolo per fortuna o per miracolo: tutti coloro che erano presi di mira durante gli anni di piombo. Che si recavano coraggiosamente ma tremanti al lavoro ogni mattina perché consapevoli di essere sulle liste di persone da eliminare. E le loro famiglie che aspettavano ansiosamente il loro rientro a casa ogni sera.

Anche quelle sono sofferenze che segnano indelebilmente una vita. Non si può pretendere che queste persone accettino che all’espiazione della pena delle persone che hanno causato la loro sofferenza segua poi un risarcimento sotto forma di poltrona di potere.

Il fatto che un tale pudore e discrezione manchino è indizio di un tratto caratteristico del loro passato che permane nel presente, vale a dire, l’arroganza e l’indifferenza verso la sensibilità comune. E manca evidentemente anche ai partiti che hanno deciso di proporli come candidati nelle loro liste. Come ci ricorda Davide Giacalone, sempre su queste pagine: “quelle persone sono state elette perché eleggibili e poi le liste in cui si trovavano sono state effettivamente votate”.

Questo è vero, ancora una volta dispiace doverlo dire, grazie alla pessima idea di cambiare la legge elettorale.

Il fatto che abbiano potuto essere eletti un D’Elia o un Farina al parlamento senza che se ne accorgesse nessuno finché non sono diventati rispettivamente segretario del parlamento e vicepresidente della commissione giustizia è un argomento a favore del fatto che bisognerebbe prendere in considerazione il ripristino del sistema elettorale maggioritario secco. Questa volta per la totalità dei seggi delle due camere e non solo per i trequarti.

Col sistema maggioritario un D’Elia o un Farina qualsiasi non potrebbero imboscarsi in una lista. Col sistema maggioritario ogni seggio viene conteso da due candidati con nome e cognome, e se uno di loro ha qualche scheletro nell’armadio o una fedina penale poco appropriata per il parlamento salta fuori subito in campagna elettorale.

Salta invece subito all’occhio che tutte le proposte di candidature e grazie varie provengono sempre dalla stessa parte e dalle lobby dei loro stessi sodali di un tempo, come ha fatto notare Piero Ostellino sul “Corriere”. Alla gioventù bruciata dell’altro campo, invece, si infligge un abbonamento a pene per atti non commessi, tanto uno in più, uno in meno.

Ostellino chiedeva anche se tutti quei poveri sconosciuti che erano pure loro altre persone quando commisero i loro reati non avessero diritto a qualche santo in qualche paradiso. Piero Magnaschi su “Zapping” di Radio Rai 1 era ancora più provocatorio quando chiedeva se un Provenzano seriamente e profondamente pentito poteva anche lui sognare una poltrona in parlamento fra 20 anni.

Si potrebbe pensare che gli italiani sono diventati compiacenti, abituati come sono ad avere personaggi discutibili ad occupare le loro istituzioni.

Avendo avuto in passato un parlamentare partigiano rosso pluriomicida di partigiani bianchi fatto fuggire e fatto rientrare da Togliatti (Moranino), un Presidente della Repubblica che fu a suo tempo considerato quel che oggi si chiamerebbe terrorista (Pertini) e avendo oggi un altro Presidente che aveva applaudito l’arrivo dei carri armati sovietici in Ungheria (Napolitano), un parlamentare che portava personalmente da Mosca le valigie stracolme di soldi del nemico dell’Italia che finanziava il suo partito (Cossutta), un ministro degli esteri che tirava Molotov contro i palazzi delle istituzioni dove adesso posa le chiappe (D’Alema) e un primo ministro accusato di aver giocato col piattino e di aver avvertito i sequestratori di Moro anziché le autorità che avrebbero potuto salvarlo (Prodi).

Ma almeno metà del Paese si indigna per tutto ciò come si indigna per i new entry che sono passati per i cancelli delle istituzioni e ai quali non è bastato l’assalto al palazzo, ma pretendono anche loro non solo poltrone ma poltrone di prestigio.

Come insegnante è difficile impartire sani valori e rispetto per le istituzioni ai ragazzi quando sono circondati da simili cattivi esempi. Bisogna riconoscere che Bertinotti ci ha proprio azzeccato quando ha preteso che i deputati si chiamassero deputati e non più onorevoli.


Da L’Opinione delle Libertà del 20 giugno 2006