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Inserito il 1-7-2006  
Milano, Italia
Geminello Alvi


Prodi ha poco da gioire per questo referendum, adesso la questione settentrionale è un vero problema.

Quando una vicenda s’è esaurita, e ci si ostini invece a fingere che non lo sia, e anzi si festeggi ogni ritardo della sua fine con l’enfasi di un nuovo inizio, si pecca d’ipocrisia. Aggiungendo agli eventi pure certi sentimenti enfatizzati che la rendono ancora più sgradevole. Come appunto prodiani e comunisti al governo riescono a fare sempre meglio.

E’ ormai imbarazzante accorgersi di quanto Prodi, e il circo di partiti che amministra, avessero poco da gioire per questo referendum. E invece se ne complimentano ancora. Non vedono proprio che esso riapre la questione settentrionale, e assai seriamente.

La legge sul federalismo non era certo granché. Però ricongiungeva alla politica consueta Lega e Lombardo-Veneto. Li amalgamava al declino del paese, con concessioni che almeno lasciavano aperto l’esito del gioco, lo riportavano nei circhi consueti della politica.

La legge del centrodestra era brutta, come del resto quella della sinistra. Ma per il presente governo c’era il vantaggio di altro tempo perso, almeno di ricollocare prima del referendum, o in diatribe amministrative, la questione di Veneto e Lombardia.

Non poco, per una sinistra contro cui ha votato la parte più operosa dell’Italia e la Lega, ovvero la più potente novità politica di questo dopoguerra. Invece adesso il gioco si riapre, con scenari per le sinistre meno dominabili.

Giudicherei Di Pietro e tangentopoli come il Sessantotto alla Fiat: un’esplosione cruenta della rivolta meridionale al settentrione: le officine della Fiat a Torino in balia dei contadini emigrati dal sud che si riapplicavano in una delle loro insurrezioni tanto violente quanto inutili.

Erano un sud in rivolta al nord, non diverso dalla gerarchia di magistrati che giacobinizzò Milano, coi metodi che hanno disfatto la fragile élite che le era restata. Così completando l’estraniazione di Milano, il suo indebolirsi, con la distruzione del suo ultimo tentativo di rifarsi dei poteri propri.

Le privatizzazioni dell’energia elettrica, e negli anni Settanta rapimenti e terrorismo, avevano diradato la più parte delle élite economiche della città. Craxi facendo perno sulla tradizione del socialismo riformista aveva almeno tentato di surrogarle, inoltre integrando la parte più vivace, operosa dell’emigrazione recente.

Ma il franare della Dc, i giochi della magistratura e la malattia di Craxi rovinarono negli anni Novanta il tentativo. L’ideale sarebbe stato il suo rinnovarsi con le forze del leghismo in ascesa. Ma questa sintesi eventuale venne travolta appunto da tangentopoli.

E surrogata poi dal tifo per il Milan, ovvero dal fenomeno Berlusconi che non si è mai preoccupato davvero di creare una classe dirigente. La sua è stata al più una reazione, non positivo disegno per ridare una nuova élite al settentrione e alla nazione.

La riforma pensata da Miglio. E così arriviamo all’oggi, con un Lombardo-Veneto che vota contro il governo di Prodi e riapre la questione del nord, ch’è poi quella delle sue élite e del loro organizzarsi.

Giacché nel verosimile e prossimo naufragio del Polo potrebbe prendere forma con Formigoni o Tremonti o altri un’alternativa politica sempre più inattesa.

Considerata la pochezza del governo Prodi, il suo pregiudizio che favorisce più tasse e centralismo, ne risulta comunque ovvio che la questione del nord tornerà di molto a radicalizzarsi. E questo è forse un gran bene.

Una riforma come quella geniale pensata da Gianfranco Miglio, con un’Italia confederazione di comunità articolate in delle macroregioni, sarebbe la più adatta per dare nuove élite al settentrione. E potrebbe anche scuotere l’Italia papalina e letargica del centro. Persino forse ridare una sua speranza al nostro meridione mediterraneo.

Ma sempre che le cose vadano per il loro verso, e il loro tempo. Più il governo Prodi dura, meno invece questa evoluzione serena diventa probabile. Giacché esso vive scenari fuori tempo, con anime perse nelle procedure degli anni Settanta.

D’Alema, che mi pare non abbia mai giustificato in questi anni le troppe lodi dedicate alla sua intelligenza, n’è già una palese evidenza. Ma nessuno pare volersi accorgere di quanto male e poco il settentrione sia ormai rappresentato.

In questo governo si ridimensiona il peso dei ministri settentrionali rispetto al precedente. E inoltre la follia di aver decapitato Mediobanca ha già donato il gioco bancario ai prodiani, dunque ancora alle beghe romane. Mentre Confindustria, pure lei, regredisce. Al Colle un napoletano molto garbato, però noia emananante ed eroe dell’Ungheria socialista, dice il resto.

Solo un decennio e pure Lombardia e Veneto volentieri, con qualche ragione, potrebbero ritrovarsi ben fuori d’Italia.


Da Il Foglio del 1° luglio 2006