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Inserito il 6-7-2006  
Quando il teologo mette in difficoltà il fisico
Giuseppe Sermonti


Ratzinger, la fecondazione e “l’altamente superfluo miracolo della bellezza

"La bellezza salverà il mondo” è un passaggio di Fëdor Dostoevskij che Joseph Ratzinger amava citare, già dagli anni giovanili di Frisinga, ancor prima d’essere ordinato sacerdote, insieme al fratello (1951).

Questa idea non lo abbandonò mai, e in diverse occasioni la adottò nei suoi ragionamenti, non esitando, lui, uno dei più grandi teologi del secolo, a considerare la conoscenza musicale (il suo pensiero andava sempre a Mozart) superiore a quella teologica.

L’arte è fondamentale – dirà Ratzinger alla fine degli anni Novanta – La ragione da sola, così come è espressa dalle scienze, non può essere la risposta completa dell’uomo alla realtà, e non può esprimere ciò che un uomo può, vuole e ha bisogno di esprimere.

Si racconta che una sera, a Monaco, ascoltando un concerto di musica bachiana diretto da Leonard Bernstein, si rivolgesse al vescovo evangelico Hanselmann che gli sedeva accanto, per sussurrargli: “Chi ha ascoltato questo sa che la fede è vera”.

Ratzinger ritorna sul concetto di bellezza nella sua "Introduzione al Cristianesimo"  (Monaco 1968; Queriniana, Brescia 2003).

Egli si prospetta un melo in fiore e chiede al fisico perché la fecondazione includa “l’altamente superfluo miracolo della bellezza”. Egli sa che il fisico militante ha deciso di astrarre dal sentimento estetico e dall’atteggiamento morale e che non potrà rispondergli.

La conoscenza in sé esclude qualsiasi giudizio di valore”, sentenziava l’anno dopo Jacques Monod (“Il Caso e la Necessità”, 1970), e l’uomo deve rassegnarsi a un universo “sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini.” Lo scienziato evoluzionista intende l’universo solo in termini di economia.

Una delicata poetessa, Karen Blixen (“Ehrengard”), dopo aver deliziosamente descritto i fiori del castagno, quelli del lillà, quelli del citiso e quelli del biancospino, protesta contro il matematico: “Non è possibile che una varietà così infinita sia necessaria all’economia della Natura, dev’essere per forza la manifestazione di uno spirito universale – inventivo, ottimista e giocondo all’estremo, incapace di trattenere i suoi scherzosi torrenti di felicità. E davvero, davvero: Domine non sum dignus.”

I pensieri del teologo e l’invocazione della poetessa sono stati tacitati, con l’avvento della teoria evolutiva, dall’esclusivo predominio filosofico e pragmatico dell’utile, del vantaggio, del profitto, di fronte ai quali ogni vana etica e ogni futile bellezza dovevano lasciare il campo.

Bontà e bellezza furono accettate solo se dimostravano un ritorno commerciale, come cortigiane del Profitto. Ma perché abbiamo accettato questo mondo brutto e disperato? Monod è stato chiaro: “Le società moderne, che sono intessute di Scienza, che vivono dei suoi prodotti, dipendono ormai da essa come un intossicato dalla droga. Esse (le) debbono la loro potenza materiale”. Non sono più in grado di rifiutarne il ricatto.

Se, davanti all’orchestra diretta da Bernstein, Ratzinger avesse avuto accanto Albert Einstein, forse il grande fisico gli avrebbe risposto melanconicamente con queste parole, riportate nei suoi “Pensieri”:
La teoria di Darwin sulla lotta per l’esistenza e sulla selezione ad essa connessa [ha purtroppo reso] il mondo attuale più simile a un campo di battaglia che ad un’orchestra…”.

Le note di Bach consentivano solo l’ultimo commento: “Domine, non sum dignus”.


Da Il Foglio del 4 luglio 2006