Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Economia e Finanza
Commenta l'articolo
Inserito il 7-7-2006  
L'Unione manca. C'è Intesa.
Lodovico Festa


Litigano costantemente tra loro, non hanno una politica estera, se la Cgil fa bau si ritraggono impauriti, eppure nonostante tutto, quelli del centrosinistra mostrano di avere un certo motorino che li fa andare avanti. L'amore per il potere? Certo, per una così distesa nomenklatura di nove partiti e partitini, e almeno una trentina di sottopartitini, il potere è un collante formidabile.

Ma una serie di colpi riusciti come la conquista di ampi settori dell'opinione pubblica nel referendum sulle riforme costituzionali, o le iniziative sulle liberalizzazioni richiedono qualche piccolo motorino più attivo, che spinga la macchina e le faccia superare gli ingrippamenti, oltre il puro amore per il potere.

Questa capacità di movimento non deriva certamente da Romano Prodi: i limiti, le gaffe, la bolsa retorica del premier sono ben evidenti a tutti. I suoi due vice, Francesco Rutelli e Massimo D'Alema, più che a inventare nuove iniziative governative (anche nei campi di loro competenza sono più che mediocri), paiono concentrarsi sulle manovre di potere interne al quadro politico e in funzione del nuovo partito democratico: d'intesa con il piccolo establishment Rutelli, in opposizione D'Alema.

Certo la spinta viene da alcuni uomini di governo di esperienza e buon senso, innanzi tutto Pierluigi Bersani. Ma non basta. Se dovessimo cercare una fonte decisiva nel sostenere l'iniziativa governativa, la vedremmo al di fuori della nomenklatura ufficiale del centrosinistra. Se proprio dobbiamo fare nomi, sono persone come Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, che ci paiono i veri uomini di spinta piuttosto che i politici tradizionali.

Dopo la caduta di Antonio Fazio, l'avvocato bresciano ha disteso tutte le sue reti per consolidare l'influenza della banca che presiede e quella sua politica personale.

Intesa è all'offensiva, cerca di fissare una linea di espansione: i risultati sono stati sinora pochi. Ma l'istituto di via Clerici è l'unico che prende iniziative in tutte le direzioni: da Capitalia al Monte dei Paschi, su cui ha operato l'abile Giuseppe Guzzetti, al San Paolo Imi di Torino.

Bazoli ha condotto, poi, con molta determinazione la partita dell'Associazione bancaria italiana: con Mario Draghi Bankitalia ha esaurito un certo ruolo di camera di compensazione nel mondo finanziario italiano. Ci sarà dunque bisogno di una qualche sede anche solo per scambiare giri di opinione.

Il presidente d'Intesa ha voluto che questa sede, la nuova Abi, fosse sotto il suo controllo e ha imposto con determinazione il suo uomo, Corrado Faissola, amministratore delegato di Banca Lombarda: mostrando di non temere Alessandro Profumo che si opponeva, di potere «convincere» Cesare Geronzi e di avere un ottimo rapporto con Enrico Salza, del San Paolo Imi. Altra prova di forza l'elezione di un uomo Intesa a Consob: Vittorio Conti.

Ma è l'attività extrabancaria quella che definisce meglio l'attivismo bazoliano: la sua mobilitazione particolarmente attiva nel referendum è stata anche l'occasione per stringere i rapporti con quei magistrati che hanno costituito una delle principali forze mobilitate contro le riforme costituzionali del centrodestra.

Rapporti che in Italia vengono da molti considerati particolarmente utili. La predicazione di un «pacifismo con poca politica», una delle chiavi centrali dell'impegno bazoliano (che aveva anche determinato lo schierarsi di Ferruccio de Bortoli allora direttore del Corriere della Sera, contro la guerra americana in Irak) ha un particolare ascolto nei circoli prodiani, emarginando via via l'andreattismo di molti e, alla fine, rendendo ancora più ardua la già svogliata opera di D'Alema.
 
Proprio le convinzioni (e interessi) di fondo - radicalismo propacifista, linea filo giustizialista e conservatrice nel campo delle istituzioni - spingono Bazoli a intervenire pesantemente in politica, anche appoggiando il genero Gregorio Gitti, che oggi lancia il movimentismo ulivista come asse per il prossimo partito democratico.

Mentre il banchiere prosegue nelle sue cene con Carlo De Benedetti, che gli consentono una certa sintonia politica con l'editore di Repubblica (assai superiore a quella che quest'ultimo ha con Prodi) e che se non riescono certe operazioni in via Solferino potrebbero portare un direttore bazoliano a Repubblica, il problema politico più importante per Bazoli resta quello dell'orientamento del Corriere della Sera, che pur essendo schierato con il centrosinistra, è impegnato in molti giochi che non sempre piacciono al leader d'Intesa.

Le frizioni tra Paolo Mieli e Vittorio Colao, amministratore delegato di Rcs-Cds, saldamente legato al côté bazoliano, manifestano anche una tensione di fondo tra il giro mielista e quello bazoliano.
 
Certo, i vari protagonisti dell'impresa Corriere non godono di particolare salute: Geronzi dopo la momentanea interdizione dagli incarichi per le vicende legate alla Parmalat, si è trovato tra i piedi prima il caso Gea, che però il «commissario» Guido Rossi non ha particolarmente enfatizzato, e infine quello «Angelucci», l'ennesimo imprenditore di casa Capitalia perseguito (o perseguitato?) dalla magistratura. Tre casi in tre mesi. Naturalmente in Italia nessuno può pensare che qualcuno influenzi i pm. Però le coincidenze sono considerevoli.

Anche Marco Tronchetti Provera è sulla difensiva. Naturalmente nessuno può credere che in certe cenette si accenni anche alle campagne giornalistiche contro di lui.

Comunque il leader di Telecom Italia ha qualche difficoltà, anche per la legittima decisione d'Intesa di uscire dal capitale di Olimpia (controllante di Telecom), presa dopo che Romain Zaleski, grande amico di Bazoli, aveva saggiato la possibilità di una sua presenza significativa nel pacchetto di controllo della compagnia telefonica.

La Fiat pensa sempre più ai suoi casi, che vedono nuove luci interessanti ma anche vecchie ombre strutturali. Forse l'unico che si oppone per ora veramente all'irresistibile ascesa bazoliana, è Profumo, uomo di sinistra ma che separa i suoi sentimenti politici dalla sua attività professionale. Non solo nella partita Consob, ma anche costruendo una rete di alleanze (dall'Unipol ai Benetton alla Popolare di Milano, a Salvatore Ligresti) che paiono avere innanzi tutto un ruolo di freno a Intesa.

E per prima cosa nella partita Mediobanca-Generali. Dando, alla fine, una sponda a professionisti legati storicamente al mondo mediobanchesco come Piergaetano Marchetti, oggi presidente della Rcs-Corriere della Sera. Naturalmente è una partita quest'ultima in cui conteranno tanti protagonisti: uno per tutti il vecchio ma vitale Antoine Bernheim, presidente delle Generali.

Comunque se volessimo fare un punto oggi, potremmo dire che Bazoli si trova in netto vantaggio non solo perché ha l'iniziativa ma anche perché gioca la partita su tutto il campo, oltre a quello puramente finanziario: con qualche buon effetto anche per il governo Prodi. Come si diceva all'inizio.


Da Il Giornale del 7 luglio 2006