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Inserito il 11-7-2006  
Isolare Israele significa dire addio alla strategia "terra in cambio di pace"
Piero Laporta


Fiato sospeso in tutto il mondo per l'esplosione poi rivelatasi accidentale - fuga di gas, pare - con 11 feriti in un palazzo di Madison Avenue a New York. L'ipotesi di un attentato era "peggio che vera, certamente verosimile". Resta il fatto che lo stillicidio alternato di attentati di marca sunnita e sciita in Baghdad non ha alcuna visibilità preferenziale.

Dopo tutto, le scaramucce di Gaza sono molto più rumorose e visibili delle bombe di Baghdad. Da qui a temere che Al Qaeda o Hamas tentino di esportare negli States un po' di caos al tritolo, il passo è breve, ma per fortuna anche questa volta i timori si sono rivelati infondati.

Così questa estate europea si va inoltrando mentre, come al solito, gli avvenimenti che strangolano la sicurezza del Medio Oriente vengono visti da Bruxelles con filtri monocromatici pericolosamente analoghi a quelli dell'infelice esordio del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Unhrc) che con 29 voti - fra i quali quelli di Cina, Russia, India e Sud Africa - contro 11, ha condannato solo le operazioni militari israeliane nella striscia di Gaza.

L'Europa, per bocca dei suoi maggiori leader politici, si è adeguata al giudizio dell'Unhrc, giudicando "sproporzionata l'offensiva militare israeliana nella striscia di Gaza per il sequestro di un soldato di Tel Aviv".

Sebbene la dichiarazione dello stato di emergenza spetti solo al Presidente dell'Autorità palestinese, Mahomoud Abbas, il ministro dell'Interno Said Hassam - membro di Hamas - ha invitato la popolazione a imbracciare le armi contro i soldati israeliani. Se poi questo si traducesse in una sollevazione generale contro il Presidente, c'è da dubitare che Hamas si faccia in quattro per scongiurare il caos nei Territori.

Cerchiamo di capire che cosa potrebbe accadere se andasse a segno il tentativo di isolare e delegittimare il governo di Israele.

Ricordiamo che fin dal 2000 è iniziata la politica israeliana "territorio in cambio di pace". Si avviò con il ritiro dal Libano, non si fece scoraggiare dagli attacchi dell'11 settembre 2001, proseguì con il ritiro (drammatico sul piano interno) dalle colonie e infine dai Territori, nonostante la gravissima infermità che ha colto nel frattempo Ariel Sharon, la cui uscita dalla scena politica è stata assorbita senza alcuna soluzione di continuità da Ehud Olmert, nuovo primo ministro israeliano che ha proseguito nella strategia "territorio in cambio di pace".

È singolare che anche in Europa non si capisca che tale continuità non è affatto scontata - se viene a mancare la pace - quantunque sia stata mantenuta dopo le ripetute dichiarazioni irresponsabili del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

In questo quadro, la successione di Mahmoud Abbas al multimilionario (in dollari) Yasser Arafat sembrò un segnale di speranza, presto gelato dalla vittoria di Hamas alle prime elezioni del governo Palestinese.

Mentre la situazione negoziale è andata in stallo, il gabinetto Olmert è stato messo in seria difficoltà dai lanci dei razzi Qassam sulla città Ashqelon, che seguivano i lanci di razzi Katjusha dal confine libanese israeliano, quello stesso abbandonato dalle forze armate israeliane già sei anni fa. Non pago di tale risultato, Hamas ha cercato, attraverso il rapimento di un soldato israeliano, di creare una frattura fra governo Olmert e forze armate.

Oggi i coloni che hanno perduto i loro insediamenti e i militari contrari alle concessioni territoriali hanno buon gioco a osservare che a meno di un anno dal disimpegno sul territorio di Gaza, si deve ritornare combattendo per la sicurezza dello stato di Israele nel suo intero.

Tutto il dibattito interno in Israele ruota intorno a questa domanda, la cui risposta è sempre più univocamente determinata: "La strategia del disimpegno è stata un fallimento?" Se la risposta risultasse affermativa senza alternative, l'unico evento certo sarebbe un nuovo governo israeliano che non potrebbe fare altro che cancellare la strategia "territorio in campo di pace" per lasciare la parola alle armi.


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