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Inserito il 11-7-2006  
Il mondo alla rovescia
Giuliano Ferrara


Chi vince i Mondiali gioca in C, e chi combatte il terrorismo viene devastato e processato sulla pubblica piazza. Avanti così e tutta l’Italia retrocederà, ma qui non sono palle, signori, sono bombe.

Il mondo alla rovescia, ecco il problema.

I campioni del mondo giocheranno in serie C, perché il processo moralistico al sistema e alla “responsabilità oggettiva” esige la ghigliottina. Per i Borrelli e i Rossi non basta punire comportamenti scorretti, eventualmente provati da seri processi, bisogna appunto rovesciare il mondo e dimostrare l’indimostrabile contro il principio di realtà: la palla è quadrata e i campioni del mondo hanno rubato gli scudetti, anche se sono formidabili rigoristi, e hanno il carattere che si è visto. Bene, ma questo è il calcio, è un gioco. Alla fine, pazienza.

Se il cretino collettivo ci casca, se la stessa gente che sventola il tricolore e impazzisce per la finale di Berlino poi si piega alla sentenza politicamente corretta, e danna i propri eroi, si merita tutta la mediocrità morale e civile del caso. Ben gli sta, al tifoso che si fa cittadino integerrimo e non capisce la differenza tra radiare una mezza dozzina di Moggi beccati con le dita nel vaso della marmellata e sconvolgere con il solito giacobinismo dei poveri il gioco più bello del mondo, in cui siamo campioni del mondo. A noi piace Buffon, lo scommettitore. Punto.
 
E passiamo alle cose serie, a quel mondo alla rovescia nel campo della politica estera e di sicurezza il cui rovesciamento potrà avere conseguenze assai gravi sulla credibilità e sull’onore residuo di questo paese sciamannato, che ha trovato l’orgoglio nazionale ma sempre e solo nel pallone, nella palla benedetta e tonda.

Nel febbraio del 2003, questa è la incontrovertibile verità che noi possiamo scrivere perché non siamo un organo della ragion di stato né un giornale in lotta tra i poteri e gli apparati che fiancheggia, a Milano è scattata un’operazione coperta dei servizi americani e italiani (Cia e Sismi).

Nel segreto e contro la legalità ordinaria, dunque secondo la funzione propria dei servizi di sicurezza, uno strano tipo di imam della moschea di viale Jenner è stato preso di forza e spedito via Aviano e Ramstein in Egitto, in un carcere da cui poi stranamente, un anno dopo, si è fatto vivo per telefono, neanche fosse il Costa Rica.

Non sappiamo la ragione della deportazione forzata, e probabilmente non la sapremo mai: era un pericolo o era un uomo doppio, come alcuni dettagli della sua biografia personale farebbero pensare? Che cosa è andato storto? E’ stato spedito in un paese e in carceri da cui i terroristi islamisti abitualmente non tornano per estrargli segreti decisivi nella lotta ad al Qaida, quindici mesi dopo l’11 settembre, o per infiltrarlo nelle reti parallele del terrorismo internazionale, cucendogli addosso il crisma del leader islamista perseguitato dagli occidentali?

Ma non è questo che conta. Conta il fatto che quell’operazione, giusta o sbagliata, leggibile o obliqua, chiara o sfuggente a ogni interpretazione profana, era appunto una operazione coperta.

I magistrati, che sospettavano dell’imam e lo avrebbero eventualmente indagato e processato con i metodi ordinari, che spesso portano al nulla in ragione dell’ordinario e benedetto sistema di garanzie, non dovevano sapere alcunché di questa operazione straordinaria.

I giornali dovevano essere rigorosamente esclusi dal gioco o coinvolti nel gioco come si fa in America, dove si negozia per un anno la pubblicazione o meno di notizie riguardanti la sicurezza nazionale.

I governi americano e italiano, oltre naturalmente ai capi dei servizi, dovevano essere informati ma dovevano anche essere pronti a negare pubblicamente di saperne alcunché. L’unica forma di controllo accettabile doveva esercitarla il Comitato parlamentare sui servizi, in un patto di ferrea riservatezza.
 
Circostanze sgradevoli? Sì, certo. E’ sgradevole violare la trasparenza e lo stato di diritto, ma è anche sgradevole perdere la battaglia contro un nemico ferocissimo che abbatte grattacieli, colpisce il cuore dell’occidente, fa saltare le metropolitane, le ambasciate, le navi e predica la logica del terrore divino, o guerra santa, in una comunità o umma di un miliardo e più di musulmani, una parte della quale ha evidentemente accettato o subito, per profonde ragioni storiche, la reviviscenza di una antica e mortale inimicizia verso di noi e verso il nostro famoso modo di vita fondato sulla libertà e le sue radici giudaiche e cristiane.

Ed eccoci al punto, al rovesciamento del mondo. L’operazione coperta è saltata. Nasce lo scandalo. Ma quale sarebbe lo scandalo?

Il fatto che il terrorismo è stato combattuto con i metodi sempre invocati dell’intelligence, cioè al confine tra legalità e illegalità, e oltre il confine se necessario.

Il fatto che un giornalista semionesto e semilibero, come tutti noi, abbia fatto pasticci inenarrabili, giustificati ora con un tono andreottiano che fa un po’ ridere e qualche elemento di orgoglio che consola, nel tentativo di sbarrare la strada ai prodi combattenti della libertà di stampare le notizie riservate di interesse nazionale. Pazzesco.

Lo scandalo vero è un altro, come un bambino dotato di logica elementare dovrebbe capire di primo acchito. Lo scandalo è che la solita alleanza di magistrati democratici e giornalisti democratici, e spezzoni di servizi democraticamente deviati, e viltà varie, ha fatto saltare il gioco e il banco, ma questa non è la roulette, questa è la sovranità dello stato italiano, il privilegio dell’esecutivo, la ragione per cui esiste una politica che in tempi di guerra si attiva e si giustifica a difesa della sicurezza dei pendolari e della stabilità dei grattacieli, con tutto quello che questo significa.
 
Spiace per i cronisti di Repubblica che “fanno la spola” con il dottor Armando Spataro della procura di Milano e con le Cia parallele di mezza Europa e con qualche carrierista potente negli apparati o qualche codardo del Sismi, e che ora chiedono la rivolta alla redazione del Corriere della Sera perché il suo editorialista Pierluigi Battista non si è prontamente allineato alla scia del loro “fare verità” in nome del “contropotere giornalistico”, ma la favoletta edificante che raccontano fa sorridere.

Se c’è uno scandalo non è che un Marco Mancini o un Pio Pompa o un generale Nicolò Pollari del controspionaggio abbiano avallato l’operazione coperta Abu Omar, collaborandovi e informando puntualmente il dottor Gianni Letta e il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa, tenuti a negare per ragioni di istituto; lo scandalo, al contrario, è che i servizi si siano fatti intercettare dai magistrati, che nella cloaca delle rivelazioni a comando la diga della funzione civile e politica di istituzioni decisive per la vita dello stato abbia ceduto di schianto alle prime difficoltà, e che alla fine tutto si stia risolvendo nella solita faida & farsa all’italiana dei “non sapevo”, “non c’ero”, e “se c’ero, dormivo”.

La vergogna è che siamo un paese bucato, dove chi vince la coppa gioca in C, e chi combatte il terrorismo secondo il mandato speciale della legge istitutiva dei servizi e la logica della politica estera e di sicurezza viene devastato e processato sulla pubblica piazza, decomponendosi.

Se il governo, per il quale il ministro Giuliano Amato ha detto parole di saggezza ricordando la differenza tra un rapimento aggravato e un’operazione di polizia internazionale, non saprà mettere un freno allo scandalo, e trovare i mezzi per proteggere il lavoro di chi si batte contro i jihadisti, impedendo che questa risibile, miserabile faida premi la retorica dei contropoteri democratici, tutta l’Italia giocherà in serie C, ma qui non sono palle, signori, sono bombe. 


Da Il Foglio dell'11 luglio 2006