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Inserito il 18-7-2006  
Sproporzionata? Dite la verità, per voi Israele non può proprio difendersi
Antonio Polito - senatore della Margherita


Pubblichiamo l’editoriale di Antonio Polito non pubblicato dal Riformista.

Che cosa dovrebbe fare Israele? Tolti gli antisemiti, che pure ce ne sono tanti, tutti a sinistra ripetono che “ha il diritto di difendersi”, ma la reazione è “sproporzionata” (è addirittura “squilibrata” per Putin, che evidentemente si ispira al modello di equilibrio da lui stabilito in Cecenia).

Va bene, discutiamo di questo: Israele ha il diritto di difendersi ma dovrebbe farlo in altro modo. Quale?

Gli attacchi e i rapimenti di soldati che hanno scatenato questa crisi sono partiti da Gaza e dal sud del Libano. Si tratta dei due fiori all’occhiello della politica dei “ritiri unilaterali” di Israele.

Dal Libano si ritirò Barak nel 2000, da Gaza Sharon nel 2005. Prima di quei ritiri Israele si difendeva occupando militarmente quelle terre. Non mi pare che gradissimo molto neanche quell’altro modo di difendersi. Due generali diventati premier ebbero coraggio, e se ne andarono.

Si ritirarono dietro confini non fissati unilateralmente, ma riconosciuti dall’Onu. Andando via dal Libano ottemperarono a una risoluzione delle Nazioni Unite che, allo stesso tempo, imponeva lo smantellamento della milizia armata di Hezbollah.

Si sa che la sinistra europea si inchina sempre alle decisioni dell’Onu, ma non risulta che si sia battuta molto per il rispetto di quella.

Così Hezbollah, nato come un movimento di resistenza contro l’occupazione straniera, si è trasformato in un esercito di aggressione, in grado di reggere una guerra simmetrica con Israele grazie alle armi iraniane e siriane. Che dici, Giordano, vogliamo mandare i Caschi blu a disarmarli?

La sovranità del Libano è una barzelletta, poiché la sua frontiera è affidata a un esercito privato di fanatici. Ed è sensazionale che nella sinistra italiana, pronta a scattare a ogni ingerenza politica del Papa, si possa provare simpatia per una cosa che si chiama il “partito di Dio”.

Dunque Israele ha il diritto di difendersi, ma non così. Come, allora? Le alternative sono varie.

La prima è quella che propugna la destra israeliana: non ritirandosi, e magari rioccupando. Ricordo alla sinistra italiana che la politica del ritiro unilaterale ha distrutto nelle urne la destra israeliana, lasciando Netanyahu con dodici miserabili seggi alla Knesset, e dando vita a una coalizione composta da Kadima, il partito fratello dei Dl di Rutelli, e dal Labour, il partito fratello dei Ds di Fassino.

Ricordo alla sinistra italiana che il ministro della difesa di Israele, che comanda le operazioni militari, siede nell’Internazionale socialista. Una possibile alternativa all’attacco al Libano è dunque la sconfitta della Kadima dei ritiri e il ritorno al Likud delle occupazioni. E’ questo che volete? Convincere gli israeliani che ritirarsi è stato un tragico errore?

Oppure c’è un’altra alternativa.

Tutti riconoscono che Hamas e Hezbollah operano con l’assistenza e talvolta con la guida di Damasco e Teheran. Israele potrebbe difendersi con rappresaglie in Siria e in Iran. Sarebbe più proporzionato?

Oppure ancora c’è una terza alternativa: dare la caccia ai capi del terrore, risparmiando i civili. Omicidi mirati? Mossad scatenato? Extraordinary renditions dei terroristi in ogni angolo del medio oriente? Chiediamo al Sismi di dare una mano?

Ma no, risponderebbero i teorici del diritto di difendersi altrimenti: l’altro modo è la pace con i palestinesi, due popoli due stati. Solo la chiusura definitiva della ferita può eliminare il male. Giusto. E perché, Israele non ci ha forse provato? Non ci ha provato con Rabin prima e con Barak poi? Non ha firmato a Oslo? E qual è il governo che oggi non riconosce quegli accordi, quello di Gerusalemme o quello di Hamas?

Se però si escludono tutti questi modi alternativi di difendersi, resta solo una possibilità logica: e cioè che Israele non abbia in realtà il diritto di difendersi. Siate onesti, ditela tutta. E’ questo il problema.

Israele non ha il diritto di difendersi perché la sua stessa esistenza è un’offesa, perché quella terra non era degli ebrei ed è stata rubata a un popolo che, finché Israele non è nata, non sapeva neanche di essere una nazione, non aveva uno stato e nemmeno lo rivendicava.

Lo stato di Israele è una “realtà oggettiva disegnata col compasso”, come scrive Scalfari, ma fonte di così tante noie e fastidi per noi europei, e di così tante sofferenze per i suoi nemici. I quali, almeno, hanno nei loro cuori la speranza.

Essi possono dire ai figli: non sarà adesso, non sarà tra una generazione, ma prima o poi li butteremo a mare, perché noi saremo sempre di più e loro sempre di meno. Un israeliano di Haifa questa speranza ai figli non può darla. Può solo dir loro: continuate a difendervi, anche se la vostra capacità di farlo, la nostra deterrenza, diminuisce giorno dopo giorno, a ogni nuovo razzo Fajr che arriva da Teheran, a ogni nuovo missile Silkworm cinese, a ogni passo in avanti verso la bomba degli ayatollah.

Non vorrei proprio essere un padre in Israele.


Il Foglio del 18 luglio 2006