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Inserito il 26-7-2006  
Medio Oriente: obiettivi d'Israele e prospettive di pace
Piero Laporta


L’attività terroristica di Hezbollah è ispirata dalla dottrina sciita-islamica radicale concepita dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, che rovesciò lo Shah Reza Palhavi, instaurò a Teheran il regime religioso e politico ancora al potere e che ancora oggi è da molti chiamato “khomeinista”, a diciassette anni dalla morte dell’ayatollah, nel 1989.

Il ritiro d’Israele dal Libano, a partire dal 24 maggio 2000, e la dichiarazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, secondo la quale Israele ha rispettato l’impegno al ritiro secondo la 425, non hanno alterato la natura di Hezbollah.

I principi di base della dottrina di Hezbollah, intesa come manifestazione della “jihad” (guerra santa) sciita sono lotta costante e implacabile contro “l’entità sionista”, per espellere gli Stati Uniti dal Medio Oriente, fino alla “liberazione di Gerusalemme” e all'annientamento dello Stato d’Israele. Gli strumenti sono il conflitto asimmetrico, col terrorismo e gli attacchi suicidi quali elementi chiave.

La posizione di forza progressivamente conseguita da Hezbollah è stata favorita dall’assistenza, dalla protezione e dal finanziamento giunti dall’Iran e dalla Siria.

Se la Siria è il partner più defilato, ma allo stesso tempo più efficace sul piano diplomatico, l’Iran è quello più impegnato dal punto di vista militare e finanziario, fornendo a Hezbollah missili contraerei e controcarro, missili terra-terra di vari tipi, compresi i missili Fajr-3, con gittata di 43 chilometri, e i missili Fajr-5 con gittata di 75 chilometri.

L'assistenza iraniana inoltre comprende l'addestramento militare, il sostegno logistico e il finanziamento, mediante attività valutarie illegali, traffico di droga e contrabbandi di vario genere, per un ammontare indefinibile di molti milioni di dollari che si sommano agli aiuti che Hezbollah riceve dalla Siria, dalla Cina e dall’Unione Europea.

Nel corso di questi anni Hezbollah ha dimostrato un considerevole sviluppo organizzativo, andando ben oltre la qualità iniziale di “gruppo terrorista libanese”, per assumere capacità d’attacco terroristico globale e veste politica internazionale.

Al vertice della struttura Hezbollah vi è il Consiglio di Shura, che è autorità politica, militare ed amministrativa. Lo Shura è diretto, dal 1992, da Sayyed Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah e principale architetto politico dell’organizzazione. Altro importante membro è Imad Mughniyah, responsabile della struttura militare di Hezbollah, oltre che di tutta l’attività terroristica, nel mondo intero e contro l'Israele.

In Europa si tende spesso a esaltare la qualità politica di Hezbollah, dimenticando che essa è complanare con l’organizzazione terroristica.

Stiamo assistendo in questi giorni ad una guerra largamente prevedibile e generata da un’illusione, quella di chi ha interpretato il ritiro d’Israele dal Libano come una vittoria delle fasce oltranziste dei movimenti palestinesi e, più in generale, di quelli panislamici.

La politica della mano tesa, ripetutamente avanzata da Israele, nonostante le poderose lacerazioni interne, è stata interpretata come incapacità della ”entità sionista” di reggere la feroce lotta terroristica scatenata dall’estate del 2000, momento del ritiro israeliano dal Libano, fino a ieri, nonostante o proprio a causa del ritiro progressivo d’Israele dalle colonie e dai Territori.

Hezbollah, a dispetto della sua dimensione internazionale, ha dimostrato di non aver compreso che, nonostante o proprio a causa dell’11 settembre, gli Usa sono ben decisi a far uscire Israele dalla poco agevole condizione di grande ricatto strategico in cui versa grazie al grimaldello palestinese finora usato spregiudicatamente dal mondo islamico.

Se Hezbollah avesse compreso questo, non si sarebbe prestato a strumento delle politiche iraniane e, dietro di queste, alla penetrazione cinese nel Medio Oriente. La sua esposizione, quale strumento di Teheran e, attraverso questo, di Pechino non ha meritato alcuna pietà politica e militare.

Questa guerra sta così rivelando la fragilità della strategia del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e delle sue velleità d’interloquire da pari a pari con Usa, Urss e Ue.

L’obiettivo della guerra è dunque duplice. L’obiettivo militare è togliere a Hezbollah quante più capacità militari possibile al fine di svilirne le possibilità sinora forti di terrorismo. Dal più importante punto di vista politico, Hezbollah deve essere ridimensionato fino a ridurlo a fattore trascurabile sulla scena internazionale, affinché perda la sua capacità di utile strumento nelle mani di Teheran.

Hezbollah ha tentato di stringere Israele in una condizione senza vie d’uscita.

Un primo strumento erano gli attacchi terroristici e la loro ultima evoluzione, i rapimenti dei soldati, che dovevano – secondo la visione dei terroristi – approfondire drammaticamente le fratture apertesi tra i militari e i politici con le cessioni dei territori e delle colonie.

L’altro strumento è il sovvertimento dello Stato palestinese, al fine di vanificare il lavorìo politico diplomatico faticosamente messo in piedi dopo la scomparsa di Yasser Arafat, che sarebbe stato un eccellente quadro politico di Hezbollah.

Hezbollah, quindi, si propone di riportare la situazione del Medio Oriente al dopo “Guerra dei sei giorni”.

Dopo tutto, se questa guerra contro il terrorismo, cui Israele è stata costretta, riporta indietro di vent’anni l’orologio della storia, com’è stato troppe volte detto in Europa, allora è lo stesso Vecchio Continente, e i paesi sul Mediterraneo più in particolare, che dovrebbero augurarsi che queste operazioni militari consentano di ridare alla trattativa politica e diplomatica sul destino dei palestinesi una prospettiva equilibrata e pacifica che né Hezbollah ed i suoi sostenitori, né chi ha concepito l’11 Settembre si augurano.


Dal sito www.servizi-italiani.net