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Inserito il 4-8-2006  
I bimbi israeliani ammazzati nel silenzio dei pacifisti
Andrea Morigi


Sembra quasi di riesumarne i corpicini, e costa dolore, ma è l'unico mezzo per ricordarli. Dal 2000 a metà del 2006, i terroristi islamici hanno massacrato 127 minorenni israeliani. Il più piccolo di loro era nato il giorno prima di essere ucciso. Altri nove avevano meno di un anno. Per qualche ragione anagrafico-giuridica non rientrano nel macabro conteggio soltanto quei dieci feti che erano ancora nel grembo della mamma e non ne sono mai usciti vivi.

Sono una piccola parte delle 1125 "perdite" causate dalla cosiddetta "Seconda Intifada". In lingua inglese il termine "perdite" è tradotto addirittura con "casualties", come se fosse uno scherzo del destino e non il tragico bilancio di una guerra che in sei anni ha fatto fuori un israeliano su 6.071 e ne ha ferito uno su 878.

One family fund, l'organizzazione ebraica che provvede alle necessità economiche e alle cure mediche dei sopravvissuti agli attentati, tiene un catalogo aggiornato delle conseguenze: 831 bambini sono rimasti orfani del padre o della madre, 31 li hanno persi entrambi. I loro genitori non erano stati avvertiti dai kamikaze di Hamas o della Jihad Islamica che di lì a poco sarebbe scattata la spoletta dell'uomo-bomba.

Scudi umani

Ma a Cana di Galilea e nei dintorni, prima di bombardare, l'aviazione israeliana aveva lanciato migliaia di volantini scritti in arabo, dove si diceva di allontanarsi perché la zona era diventata un bersaglio.

I terroristi si nascondono dietro le abitazioni civili per lanciare i loro razzi contro gli ebrei (e gli arabi) che sono dall'altra parte del confine. Sono indifferenti alla loro sorte. Anzi, se poi li ammazzano è anche meglio, perché il lutto crea odio antisionista.

Per questo hanno atteso sette ore per soccorrere gli abitanti della palazzina colpita. Non perché i raid aerei, che nel frattempo si erano conclusi, impedissero di entrare e portar fuori morti e feriti. L'attacco si era consumato tra la mezzanotte e l'una di domenica 30 luglio. L'edificio è crollato la mattina, seppellendo chi c'era all'interno. Chissà quanti, magari, erano ancora in vita e se la sarebbero potuta cavare con qualche graffio. Invece li hanno lasciati là a crepare. Bell'esempio di solidarietà islamica.

Per gli Hezbollah sarebbe stato un controsenso salvarli. Nessuna vittima, nessuna eco sulla stampa mondiale, nessun effetto propagandistico sull'opinione pubblica, nessuna conseguente tregua.

Una sequenza di eventi calcolata, visto che dei morti israeliani non rimangono che poche tracce fotografiche, mentre le immagini delle vittime civili palestinesi o libanesi rimbalzano da un capo all'altro del mondo.

L'eccidio di Cana, invece, ha concesso un po' di respiro ai terroristi, che ora possono riorganizzarsi militarmente dopo aver subito per due settimane i colpi durissimi dell'esercito con la stella di David. È subentrato l'orrore per il sangue degli innocenti versato: 27 bambini libanesi che non avevano nessuna colpa. E il risultato si è rivelato più efficace di una battaglia vinta sul campo.

Stragi dimenticate

Sembra che i morti ebrei siano diversi. Le stragi compiute col contagocce ai loro danni non sembrano degne di entrare nella storia. Lì per lì provocano sdegno. Poi ci si fa l'abitudine.

Li prendono di mira almeno dal 1970, quando 12 alunni della scuola di Avivim Moshav furono sequestrati sullo scuolabus e barbaramente uccisi dai terroristi palestinesi. Altri 22 furono sacrificati dai seguaci di Yasser Arafat nel maggio del 1974, mentre andavano in gita scolastica da Safed a Ma'alot.

In Italia, chi si ricorda più che il 9 ottobre 1982, durante un attacco alla sinagoga di Roma, che costò il ferimento di trenta persone, morì anche un bambino di due anni? Figurarsi. Nell'era di Internet, bisogna andare a cercare in archivi polverosi per ritrovare una notìzia "così vecchia".

Ma non si è persa affatto la memoria della strage di Sabra e Chatila, dello stesso anno, quando Israele invase il Libano del Nord.

Eppure è diffusissimo il luogo comune che "gli ebrei" siano potentissimi e maledettamente influenti nel mondo della comunicazione. Senza scivolare nel campo della propaganda antisemita, che li dipinge come arcigni burattinai che controllano il mondo, si contano nel popolo d'Israele e nella sua diaspora planetaria parecchi editori e direttori di testate di fama mondiale.

Non si spiega allora perché su Israele penda un'incancellabile leggenda nera, mentre nei confronti dei crimini palestinesi si adotti tutt'altra misura di misericordia.

Ufficialmente, le vittime sono soltanto i popoli arabi oppressi. Chi lo sostiene, si munisce anche di cifre e fatti, per dimostrare, certificati di morte alla mano, che perdono la vita più piccoli palestinesi sotto il tiro degli israeliani che viceversa.

La tecnica suicida

Manca solo un particolare importante. I bambini israeliani la mattina vanno a scuola, mica a tirar pietre e molotov agli arabi. Nei campi dominati da Hezbollah e da Hamas, invece, li addestrano sin dall'infanzia a suicidarsi portando con sé il numero più alto possibile di ebrei.

Avevano aperto la strada gli ayatollah negli anni Ottanta, insegnando ai giovanissimi la tecnica per lanciarsi pieni di esplosivo sotto i carri armati di Saddam Hussein, durante la guerra tra Iran e Iraq. Così si va diritti in paradiso, spiegavano durante le lezioni del loro catechismo di morte.

Visto il successo mondano e le promesse escatologiche, gli Hezbollah a loro volta avevano importato l'idea nei campi palestinesi e poi Hamas l'aveva copiata "producendola" in massa. A quel punto anche i seguaci di Al Fatah, per non sentirsi da meno dei rivali, si erano messi a propagandare il cosiddetto "martirio" alla tv dei ragazzi palestinese.

Le famiglie facevano festa e offrivano dei dolcetti a vicini e parenti quando apprendevano che finalmente il loro pargoletto sarebbe andato a saltare in aria per la volontà di Maometto. Salvo poi dare la colpa all'invasore israeliano. Se si computano anche i kamikaze nell'elenco delle vittime, si fa presto a far salire a proprio favore le statistiche della "tragedia umanitaria".

L'ONU discrimina

Poi si va a New York, alla sede dell'Onu, dove non vedono l'ora di dare addosso a Israele. I Paesi arabi ricattano tutti e guai se passa una risoluzione favorevole a Israele.

Tre anni fa, a metà di novembre del 2003, l'allora rappresentante diplomatico di Gerusalemme presso il Palazzo di Vetro, Dan Gillerman, aveva proposto una bozza di documento in cui si chiedeva la protezione dei bambini ebrei dal terrorismo.

Una settimana prima, il 6 novembre, ne era stato approvato - con 88 voti favorevoli, 4 contrari e 58 astensioni - uno speculare che chiedeva protezione per i bambini palestinesi. Per quelli ebrei non si poteva fare altrettanto, anche se il 4 ottobre di quello stesso anno erano stati uccisi in un attentato ad Haifa quattro bambini israeliani.

La delegazione egiziana - espressione cioè di un Paese arabo cosiddetto moderato e filo-occidentale, che ha firmato un trattato di pace con Israele - era insorta, riuscendo a raccogliere il consenso dei Paesi non allineati - Bahrain, Malaysia, Arabia Saudita, Sudafrica, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Yemen.

Volevano che invece di "bambini ebrei" si scrivesse "bambini del Medio Oriente". E giù un'altra sfilza di emendamenti, dove entravano termini come «assalti militari israeliani», «occupazione» e «uso eccessivo della forza», ma pretendevano che si cancellasse del tutto la parola «terrorismo».

Israele è l'Occidente

Se fosse una questione che riguarda soltanto le due parti in conflitto, qualche "isolazionista" nostrano potrebbe fare spallucce e ignorarla. Invece, Israele da quelle parti rappresenta l'Occidente. E chi non fosse d'accordo almeno mediti sul fatto che l'impossibilità di giungere a una formulazione del termine "terrorismo" accettata da tutta la comunità internazionale genera disastri in tutto il mondo.

Le sentenze giudiziarie che fanno passare i terroristi di Al Qaeda come "guerriglieri" sono basate proprio su controversi documenti dell'Onu. E la sottolineatura sull'uso sproporzionato della forza militare è risuonata qualche giorno fa proprio nel Parlamento italiano, proveniente dalla Farnesina, per neutralizzare lo sforzo di autodifesa di Israele.

Forse solo un richiamo al nostro egoismo ci consentirà di smuoverci. Abbandonare al loro destino i figli del popolo di Israele significa allo stesso tempo condannare noi stessi a soccombere all'islam.


Da Libero del 1° agosto 2006