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Inserito il 4-8-2006  
Guerra in Libano: cause e obiettivi
Piero Laporta


"Noi non eravamo consapevoli che Hezbollah possedesse questo tipo di missile": l'ammissione del contrammiraglio Noam Faig, responsabile delle operazioni della marina d'Israele, dopo l'attacco subito dal lanciamissili Sa'ar 5, è stata utilizzata per certificare una deficienza generalizzata in tutta l'intelligence delle Forze armate israeliane (Idf), le quali, secondo gli osservatori strategici italiani – che tuttavia non avevano previsto il conflitto – non avevano ben calcolato la capacità di resistenza di Hezbollah. La totalità degli stessi osservatori aveva considerato molto improbabile l'intervento delle truppe terrestri.

L'errore commesso per la Sa'ar 5 è certo, ma non va al di là dell'ambito navale.

Ben diversa è la valutazione complessiva della minaccia che le Idf hanno operato nei mesi passati e che è proprio alla base dell'intervento. Comunque sia, avviatesi le operazioni terrestri, negli osservatori italiani è scattato il consueto meccanismo, secondo il quale un guerra condotta da Israele deve comunque essere rapidissima, altrimenti c'è qualcosa che non va. Si dissero le stesse sciocchezze nel 1982, quando Ariel Sharon invase il Libano.

In realtà, i sostenitori della "equivicinanza", additando la "sproporzione" della reazione israeliana, mentre in queste ore è evidente la pericolosa consistenza militare di Hezbollah – che impone a Israele uno sforzo poderoso e prolungato – non riescono a spiegare in quale modo la sovranità del Libano sia offesa da Israele e, invece, rispettata dalla presenza degli equidistanti e straripanti arsenali di Hezbollah e dai suoi rifugi sotterranei formicolanti di guerrieri armati.

Hezbollah ha accumulato un arsenale di 12 mila missili di varie categorie e gittate, immagazzinati nel corso dei sei anni intercorsi dal ritiro delle Idf dal sud del Libano. I fornitori di questo arsenale sono Siria e Iran, i due padrini di Hezbollah che è il loro braccio armato nel Medio Oriente.

Il confronto armato fra Israele e Hezbollah è cominciato il 12 luglio, quando, attaccata una pattuglia israeliana, Hezbollah ha rapito due soldati e ne ha uccisi altri tre. Nei combattimenti successivi al rapimento altri cinque soldati sono morti.

Questa minaccia sul confine settentrionale d'Israele è stata valutata – insieme al tentativo si sovvertire la striscia di Gaza, a Sud – degna di attenzione militare, in quanto apriva una fase nuova, intesa a portare scompiglio nel fronte interno israeliano, contrapponendo i favorevoli ed i contrari alla strategia "territorio in cambio di pace", utilizzando proprio il doloroso coltello dei rapimenti per distruggere la coesione interna, specialmente nel corpo delle Idf, già messa a dura prova dal terrorismo, dagli attacchi suicidi e dall'ostilità di larga parte dei mass-media internazionali.

In altri termini, il rapimento dei due soldati era finalizzato, nella visione israeliana, a indebolire la capacità politica d'Israele e, quindi, incidere sulla capacità di reazione delle Idf, mentre, come si è visto, l'arsenale bellico di Hezbollah cresceva e si preparava allo scontro frontale quando il punto di cottura delle Idf e della consistenza politica israeliana fosso stato al punto giusto, propiziato anche dalle azioni sul "fronte meridionale".

Un modello di ragionamento politico militare geometricamente marxista-leninista, tuttavia applicato con molta lucidità da antagonisti mussulmani, ma la cui corretta lettura non è sfuggita agli analisti israeliani.

La distruzione dei siti e delle infrastrutture di Hezbollah nelle città di Beirut, Tiro, Sidone, Bint Jbeil e Nabatiya non è stato un esercizio sadico dell'aviazione israeliana, ma una dura necessità prima dell'intervento delle forze terrestri.

Anzi proprio la vastità degli insediamenti di Hezbollah, l'efficacia delle protezioni dei bunker e la "durezza" di tale protezione tale da renderla, in molti casi, impenetrabile alle bombe più sofisticate, è un sicuro indicatore della determinazione delle bande sciite di oltraggiare la sovranità del Libano per preparare la guerra ad Israele, in perfetta aderenza al mandato del presidente iraniano che predica la "distruzione dell'entità sionista".

I combattimenti "casa per casa" e, ancor peggio, quelli "bunker per bunker", sono l'aspetto più raccapricciante e doloroso della guerra, oltre che il meno telegenico, anche per la difficoltà tecnica per una troupe televisiva di seguire una squadra di fanteria al lavoro in un cunicolo sotterraneo, ammesso che il sergente che comanda quella squadra senta la necessità di avere una telecamera dietro il collo.

In Israele c'è una forte consapevolezza del costo di questa guerra e l'elevato numero di caduti nelle file israeliane è uno dei prezzi più dolorosi.

D'altro canto, l'imposizione di un immediato "cessate il fuoco" – che consentirebbe a Hezbollah di mettere oggi in salvo oltre i sette decimi di materiali e risorse umane, senza risollevare la sovranità del Libano – è invocata con energia da Siria e Iran, ma quasi affatto dai rimanenti stati arabi.

Ancora una volta Israele sta combattendo per la propria sicurezza, ma anche per la sicurezza comune e, proprio la tiepida reazione del mondo musulmano per le sorti di Hezbollah, può aprire scenari molto interessanti nel futuro.

Questa guerra è cominciata quando Israele si è ritirato dal Libano sei anni fa, e gli spazi sono stati colmati dai terroristi di Hezbollah, presentatisi inizialmente come profughi e migranti, per poi trascolorare in banditi e lanciatori di missili.

La risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, il 2 settembre 2004, esigeva il dispiegamento dell'esercito libanese nel sud del Libano (e a che serve un esercito se non a presidiare il territorio del suo paese?), il ritorno del Libano alla piena sovranità e il disarmo di Hezbollah.

A meno che non si voglia imputare a Israele la disattenzione verso la 1559, vi è una buona occasione di riflessione per l'Europa e, in particolare, per l'Italia. Nel frattempo ad altri tocca risolvere il problema.


Dal sito www.servizi-italiani.net