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Inserito il 22-8-2006  
Israele e le ipocrisie degli europei: i falsi profeti della pace giusta
Ernesto Galli della Loggia


Una pace giusta e la sicurezza di Israele: sono questi i due principi con i quali la maggioranza dell'opinione pubblica europea e i politici del Continente dicono da sempre di voler affrontare il ginepraio del Medio Oriente, e che continuamente ribadiscono per allontanare da sé ogni sospetto di parzialità antiisraeliana.

Peccato che dietro l'omaggio di maniera al politicamente corretto (vorrei vedere che qualcuno osasse dire di essere a favore di una pace ingiusta o contro la pace in generale, ovvero di affermare che della sicurezza di cinque milioni di ebrei non gliene importa nulla), peccato, dicevo, che dietro non ci sia nulla di politicamente significativo e impegnativo.

In altre parole: quelle due espressioni — «pace giusta» e «sicurezza di Israele» — in quanto tali non vogliono dire nulla: e molto probabilmente proprio per questo sono tanto ripetute.

Quali dovrebbero essere, infatti, i contenuti di questa «pace giusta»? Nessuno, che io sappia, si è mai preoccupato di indicarlo con un minimo di precisione.

È facile supporre che essa dovrebbe implicare il consenso israeliano alla creazione di uno Stato palestinese nonché la restituzione a esso di tutti i territori attualmente occupati da Israele stesso. In cambio, si dice, del riconoscimento dello Stato ebraico.

Ma riconoscimento da parte di chi? È mai immaginabile, ad esempio, che Iran, Siria, Arabia Saudita, tanto per fare i primi nomi che vengono alla mente, riconoscano Israele? E perché mai dovrebbero? Quali vantaggi potrebbero mai ricavare da un atto del genere che invece creerebbe ai loro governi, come del resto a qualunque governo islamico, un pericolo micidiale di delegittimazione?

Ma senza un consenso generalizzato di tutto il mondo arabo e islamico quale valore potrebbe mai avere il riconoscimento di Israele da parte del neonato Stato palestinese, assai debole e sulla moderazione dei cui gruppi dirigenti nessuno scommetterebbe un soldo bucato?

Mi chiedo come mai nessuno dei tanti banditori della «pace giusta» si preoccupi di rispondere a queste domande; e come mai, egualmente, nessuno di loro si preoccupi mai di dirci qualcosa di preciso circa la «sicurezza d'Israele», che pure a parole gli sta tanto a cuore.

A cominciare da due questioni decisive, che sono: primo, chi è che giudica quando la suddetta sicurezza è messa in pericolo? E secondo: nel caso che ciò avvenga, in che modo e con quali mezzi bisogna reagire?

Pensano insomma i fautori della «sicurezza d'Israele» che spetti al suo governo esprimere in merito il parere decisivo, o pensano invece, prefigurando un'occulta forma di sovranità limitata, che tocchi a qualcun altro, a qualche sinedrio europeo, alla Nato, all'Onu, o che so io?

E ancora: quali caratteristiche deve avere la reazione all'eventuale minaccia alla sicurezza per essere giudicata accettabile? Abbiamo capito che una risposta militare come quella che Israele ha dato a luglio contro gli Hezbollah è «sproporzionata» ma ignoriamo tuttora quale sarebbe stata, invece, una risposta «proporzionata» e, va da sé, anche minimamente efficace.

Insomma, se invadono il tuo territorio e uccidono otto soldati sequestrandone altri due, se per anni ti bombardano di missili, come bisogna reagire per ottenere il gradimento dei veri democratici del Vecchio continente e dei loro illuminati governi?

Fortunati noi europei per i quali tutte queste domande hanno un valore esclusivamente teorico: ma non dovremmo egualmente tentare, per un obbligo di decenza politica oltre che morale, di darvi risposta?


Dal Corriere.it del 22 agosto 2006