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Inserito il 30-8-2006  
Intesa-San Paolo, la fusione che cambia i giochi di potere
Biagio Marzo


Lo scenario del risiko bancario italiano è cambiato con l’operazione di fusione tra Banca Intesa e San Paolo Imi. Come sono cambiati gli equilibri di potere, al cui centro c’è Romano Prodi.

Per avere conferma di questo si vedrà chi sarà, prossimamente, il direttore del Corriere della Sera. Anselmi? Voluto a tutti i costi da Enrico Salza alla Stampa contro la volontà di Luca di Montezemolo che avrebbe voluto Francesco Merlo. Salza nega che ci sia stata alcuna protezione politica sull’operazione di fusione e certamente potrebbe, per la propria parte, avere ragione. Ma non si può dire la stessa cosa per Bazoli, legato a doppio filo a Romano Prodi. Oltretutto, il professore bresciano e quello bolognese hanno la medesima formazione politica.

Per di più, Giovanni Bazoli, partecipando al meeting ciellino di Rimini, ha affermato di essere un “cattolico provinciale, di formazione lombarda e manzoniana”. La medesima formazione di Mino Martinazzoli, già segretario della Dc. Per l’esattezza, entrambi sono cattolici montiniani in stretto rapporto politico. A Brescia lavorava, inoltre, nello studio Bazoli il fratello di Martinazzoli.

“Raramente - scrive Palo Madron in “Il lato debole dei poteri forti” - lo si sente parlare di numeri e di bilanci. Parla molto, invece, di politica. Da quando, era il 1994, Berlusconi è sceso in campo, il professore si è assunto un ruolo di presidio contro la degenerazione della vita pubblica impersonata a suo dire dal Cavaliere e dalla sua edonistica visione del mondo.

Al punto che, alle elezioni del 2001, alcune componenti del centrosinistra lo indicarono come l’uomo più adatto ad arginare quel fiume in piena che aveva creato dal nulla un partito e si preparava a governare.

Qualcuno pensava, evidentemente sbagliando, che bastasse mettere sul piatto il peso della più importante banca italiana per scongiurare quella che già prima del voto si configurava come l’ineluttabile vittoria di Forza Italia e dei suoi alleati”.

Politicamente, Bazoli viene da un mondo che non era quello del suo “storico” avversario Enrico Cuccia. Buona parte della sua vita di banchiere Bazoli l’ha passata combattendo contro il “Siciliano” di Via Filodrammatici, che mal sopportava quel cattolico integerrimo, lui che era un laico fino alle midolla. Tuttavia, il banchiere cattolico diede scacco matto, in alcune occasioni, al patron di Mediobanca.

In particolare quando, nel 1989, il Nuovo Banco Ambrosiano stava per finire nella mani di Gemina, ossia di Cuccia e di Agnelli (Gianni). Lui, grazie al soccorso della banca francese Crédit Agricole, bloccò l’operazione e, successivamente, portò anche la Comit, la laicissima banca di Raffaele Mattioli, sotto il controllo di Intesa. Ciò che non riuscì a fare Prodi, riuscì a farlo alla grande Bazoli.

Anche Prodi intraprese una lotta dura contro Cuccia, ma non la vinse. Da presidente dell’Iri, controllore delle tre Bin (Comit, Credito italiano e Banco di Roma, proprietarie di Mediobanca), non riuscì a stoppare la privatizzazione della banca d’affari, voluta a tutti i costi da Enrico Cuccia, che la portò in porto con l’appoggio di Bettino Craxi.

Tutt’altra storia quella di Enrico Salza.

Proveniente dal mondo dell’imprenditoria, assertore, fino a ieri, della “piemotesità” della banca da lui presieduta. Per la cronaca, il San Paolo Imi è nato da una serie di aggregazioni: il Crediop, l’Imi, le Casse di risparmio di Padova e Rovigo, di Bologna, di Venezia, la Friulcassa, la Banca popolare dell’Adriatico e il Banco di Napoli, acquisito nel 2003. Nel caso del San Paolo Imi, gli azionisti sono istituzionali, più una banca estera.

A differenza del Crèdit agricole, azionista di maggioranza di Intesa con il suo 18%, gli spagnoli del Santander, il cui pacchetto azionario è pari all’8,4%, non hanno mai nascosto di aspettarsi molto dal rapporto con l’istituto torinese. E a fronte di un rapporto di concambio considerato basso, sono pronti a dare battaglia.

Sulla medesima posizione è probabile che si schiererà, oltre alle Fondazioni non torinesi (Cassa Padova e Rovigo), anche la Compagnia di San Paolo che è stata colta da un forte mal di pancia quando ha saputo della fusione. Una cosa è certa: la banca di Emilio Botìn non vorrebbe fare la finire della Bbva che perse la partita di Bnl.

I castigliani, contrariamente ai baschi, hanno alcune carte in mano: detengono l’1,4% circa di Mediobanca e Ana Patricia, figlia di Emilio, siede nel cda di Generali. Le prossime mosse di Santander saranno importanti per capire che cosa deciderà. Se trattare per restare e far valere i propri interessi di azionista, oppure andarsene sbattendo la porta, facendosi pagare una buonuscita a peso d’oro dal San Intesa.

Più chiara sembra invece la posizione del socio di maggioranza di Intesa, il Crèdit Agricole, che ha chiesto fino a 800 sportelli, tutti quelli eccedenti per ragioni di antitrust o geografiche per via dell’aggregazione.

Inoltre, i francesi hanno chiesto che i patti su Nextra (società di Intesa, che gestisce il risparmio e non potendo più reggere la competizione internazionale fu ceduta all’Agricole) siano rispettati. Insomma i francesi vorrebbero che il potere dimezzato dalla fusione, in qualche modo, fosse compensato.

Che cosa non andava all’interno di San Paolo prima della fusione? Proprio le fusioni. Le quali venivano gestite con molta fatica e lentezza. L’esempio più evidente di questo modo di procedere è stata la vicenda tra San Paolo e Dexia, un’operazione cross border, proposta dall’istituto italiano e rifiutata da quello belga.

Inoltre, nel 1998, la banca torinese si fuse con l’Imi, ma più che sfruttare l’efficienza e il know how industriale, ha ricercato gli equilibri di comando. Sotto questo aspetto rassomiglia molto a Intesa, incapace di sfruttare il know how della Comit.  Inoltre entrambe sono reduci da tentativi di fusione non realizzati. Intesa fallì l’aggregazione con Capitalia e San Paolo Imi con il Mps.

In proposito dice Salsa (La Repubblica): “Fino al 17 giugno abbiamo trattato con la banca senese. Personalmente ho incontrato due volte il presidente Mussari. Dopo di che mi sono accorto che progressivamente Monte Paschi, dopo una fase di calore e di interesse per l’operazione, si era raffreddata”. Poi sono iniziate le trattative tra Milano e Torino, concluse in linea di massima il 5 agosto.
 
L’asse Mi-To ha aperto un fronte di polemiche alimentato dai torinesi che vedono la supremazia milanese a loro discapito. Salza difende la “torinesità” e invita i torinesi a liberarsi del “complesso di inferiorità”. Ma bisogna tener conto che Milano, in questi anni, ha fatto l’asso pigliatutto a spese di Torino: Alfa Romeo, Telecom, Corriere della Sera, Rinascente, Borletti...

Date le dimensioni della banca nascente, un vero e proprio campione nazionale, sono sorti mille e uno problemi, tra cui l’assetto futuro del vertice e del management e il nodo degli esuberi. Una fusione complessa.


L'Opinione delle Libertà del 30 agosto 2006